Us Open Amarcord: Cilic più forte della noia e dei demoni

Us Open Amarcord: Cilic più forte della noia e dei demoni

Il 2004 è stato identificato da tutti, in maniera più che oggettiva, come l’anno degli outsiders. A febbraio iniziò il dominio incontrastato del giovanissimo Roger Federer che divenne il nuovo numero uno delle classifiche ATP, ad inizio giugno Gaston Gaudio trionfò inaspettatamente al Roland Garros e due mesi più tardi Nicolas Massù fece sognare tutti i propri connazionali con l’oro olimpico conquistato ad Atene alle Olimpiadi.

Immaginiamoci, per un motivo più o meno valido, di interrompere la passione per il tennis perché stufi sempre dei soliti nomi che compongono le finali. Dall’Australian Open del 2005, cioè dalla finale vinta da Marat Safin contro Lleyton Hewitt, fino al Flushing Meadows dello scorso anno, infatti, uno tra Federer, Rafa Nadal e Novak Djokovic ha disputato sempre e comunque l’ultimo atto. Sì bellissime sfide, incontri al cardiopalma. Qualche volta ha vinto un nome nuovo, come Stan Wawrinka in Australia, ma nel complesso una vera e propria noia. Qualsiasi outsider sulla loro strada – vedi Marcos Baghdatis o Robin Soderling ad esempio – veniva inesorabilmente spazzato via. Ma questo esclusivo ballo a tre era destinato a terminare per la felicità di chi ancora voleva divertirsi.

Nove anni e parecchi mesi dopo si disputa l’edizione numero 134 degli Us Open, che si apre subito con una sorpresa: il detentore del trofeo, lo spagnolo Nadal, non poteva difendere la corona iridata per via di un infortunio. “Djoko” stabile al numero uno del seeding, seguito a ruota dal cinque volte campione Federer. Via via tutti gli altri tra cui troviamo, al numero quindici, il nostro Fabio Fognini reduce da una buona stagione sulla terra battuta. Se tra le donne non troviamo sorprese con la netta e scontata vittoria di Serena Williams contro la bella Caroline Wozniacki, tra gli uomini i fuochi d’artificio sono quasi immediati.

Quasi perché le sorprese tardano ad arrivare. Il primo ribaltone è al terzo turno, quando il quarto favorito David Ferrer soccombe al francese Gilles Simon, mai a suo agio sul cemento americano. Proprio il francese sarà il protagonista dell’incontro successivo contro il fulcro della nostra storia, ma poi ci arriveremo. Al turno seguente un ottimo Kei Nishikori, testa di serie numero dieci, si sbarazza in cinque set dell’astro nascente canadese Milos Raonic mentre il bulgaro Grigor Dimitrov, numero sette del tabellone, perde a sorpresa contro il veterano Gael Monfils. Simon contro Marin Cilic, sfida tutt’altro che attrattiva almeno sulla carta. Il transalpino si impone 7-5 al primo set ma è costretto a cedere i successivi due al tennista croato – 7-6, 6-4 -, tornando in parità vincendo il quarto per 6-3. Serviranno, infatti, ben quattro ore e tredici minuti al tennista di Medugorje per aver ragione dell’avversario, sfatando con quel 6-3 finale il tabù che persisteva da diverso tempo.

Lo avrete ormai capito: la storia di oggi pende su Cilic. Dopo la maratona del turno precedente, sulla sua strada c’è il ceco Thomas Berdych. Ma nulla da fare, Marin stravince tre set a zero – 6-2, 6-4, 7-6 – e vola per la prima volta in semifinale di un Grande Slam. I suoi migliori risultati fin li erano stati infatti i quarti di finale raggiunti proprio nello stesso torneo nel 2008 e nel 2012, oltre ai quarti di Wimbledon conquistati qualche mese prima di questo evento. Semifinali interessanti e intriganti: nella parte alta troviamo la sfida tra Djokovic, che viene dalla vittoria contro Andy Murray e ha perso un solo set in tutto il torneo, e Nishikori che continua a raccogliere scalpi illustri sul proprio cammino. Sarà proprio il giapponese, tra lo stupore di tutti, ad infliggere una pesante sconfitta al giocatore serbo. L’altra semifinale vede opposti Federer e lo stesso Cilic; sulla carta non c’è proprio partita. Un Roger carico a molla come non mai che vuole sfruttare la sconfitta di Djokovic, un Cilic sempre più determinato ad andare fino in fondo. “Potrebbe esser la volta buona”, avrà pensato. Dagli scambi di fondo stravinti alla maggior rapidità sotto rete, la superiorità su “King Roger” si manifesta a più riprese. 6-3, 6-4, 6-4 i parziali con cui Federer è costretto ad inchinarsi alla superiorità del suo rivale.

New York è in estasi, mai nessuno avrebbe pronosticato questi due giocatori all’ultimo atto di Flushing Meadows. Sudore, fatica e bravura le chiavi di successo di questi due, pronti a scrivere nuove pagine di storia. Nishikori-Cilic come Rafter-Rusedski, diciassette anni dall’ultima volta che due giocatori arrivavano in finale senza aver mai vinto prima uno slam. Bum, bum e ancora bum. Non sono colpi di cannone ma bensì le risposte di Cilic a Nishikori, oggi più implacabili che mai. L’ora e cinquantaquattro minuti vola via veloce come le folate di vento sentite durante tutto il match, Kei paga gli sforzi sovraumani compiuti e si arrende ad un avversario in stato di grazia. Il verdetto giunge finalmente a galla: con un triplo 6-3 è Marin Cilic il nuovo re di New York!

La gioia di una vittoria, la tristezza di una sconfitta. I momenti difficili, la mancanza consapevolezza di se stesso. Ma anche la caduta fragorosa dovuta al doping. Queste immagini saranno passate nella testa di Cilic durante la premiazione. Al cielo non è stata alzata solo la coppa, ma anche il modo in cui ha saputo rialzarsi degnamente grazie anche a chi ha creduto in lui. Un nome a caso è quello di Goran Ivanisevic, suo mentore che lo ha preparato con precisione chirurgica a questo momento. E, curiosità, lo Us Open vinto di lunedì proprio come nel 2001 da Ivanisevic non può essere stato puramente un caso.

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