Il ritratto di Robin Söderling: il triste destino beffardo di chi inseguiva il suo sogno

Il ritratto di Robin Söderling: il triste destino beffardo di chi inseguiva il suo sogno

Sapete qual è uno dei tanti e più comuni paradossi nella storia del tennis? E’ quello di sconfiggere il numero uno al Mondo senza poi mai occupare, nel corso della propria carriera, quell’ambitissimo posto. Qual è la stranezza penserà chi sta leggendo questo articolo, in fondo è storia comune di tanti tennisti aver fatto l’exploit per poi ritornare nell’anonimato. Ma sicuramente, i protagonisti di quelle vicende non hanno il nome e il cognome di Robin Söderling.

Il possente giocatore nativo di Tibro, Svezia, avrebbe meritato sicuramente di più. “Mi allenavo e volevo giocare lo stesso e questo ha peggiorato le cose. Ora non riesco a tornare a giocare al livello che vorrei – ha dichiarato nella conferenza stampa tenuta il 23 dicembre scorso -; non rimpiango niente, perché ho avuto una bellissima carriera“. Sicuro, Robin? Sicuro di non rimpiangere proprio niente? Il destino con il tennista svedese è stato davvero beffardo, perché sulla sua strada ha posto di fronte due avversari in due momenti estremamente differenti: l’uno diverso dall’altro. Il primo in apparenza più forte, una vera e propria macchina da combattimento che in quel preciso momento appariva inarrestabile; il secondo più facile da sconfiggere, ma che al contempo si è rivelato il più letale di tutti.

Partiamo, però, dagli antipodi. Il piccolo Robin capisce nel lontano 1989, quando aveva 5 anni, che il tennis sarebbe stata la sua vita. Dopo aver ottenuto buoni risultati nella Juniores e aver raggiunto la quarta posizione in classifica – ricordatevi questo numero -, a 17 anni ottiene a Stoccolma la prima vittoria da professionista contro Ramon Delgado. Una vera e propria soddisfazione per chi ha la possibilità di inseguire il proprio sogno.

Nel prosieguo della sua carriera, Söderling riesce nel 2003 ad entrare stabilmente tra i primi 100 della classifica ATP e, anno dopo anno, tra alti e bassi acquisisce sempre più esperienza. Il suo modo di giocare si consolida sempre più a tal punto da esser definito “brutale” dagli addetti ai lavori. Inizia a farsi riconoscere principalmente per due peculiarità: il servizio, ovvero la sua arma migliore, perché capace di sfruttarne ogni vantaggio – potenza e precisione su tutti – e la sua potenza nei colpi scagliati.

Nel 2007 le prime scaramucce con Rafa Nadal, il “primo” citato qualche riga fa. Ad ogni scontro, infatti, successe sempre qualcosa di particolare: a Wimbledon i lunghi tempi passati tra la fine di un punto e l’inizio del servizio successivo irritarono lo svedese; due anni più tardi, a Roma, si tirò la più classica delle zappe sui piedi perché tentò di ingannare l’arbitro dopo un colpo piazzato dal tennista maiorchino. Söderling perse 6-1, 6-0 quell’incontro.

Ma qualche mese dopo, Robin riuscì a toccare il cielo con un dito. Come? Il 31 maggio 2009 è una data che né Söderling, né Nadal e né tanto meno gli amanti di questo sport dimenticheranno: è il giorno della caduta dell’imbattibile! Lo spagnolo, che veniva da 4 edizioni vinte e 31 incontri vinti consecutivamente, si piega al cospetto di un avversario che sfoggiò doti da predestinato in quel match. Il suo capolavoro venne reso vano dalla sconfitta in finale contro Roger Federer – definito come “il più forte tennista della storia senza alcun punto debole” prima del loro match di Wimbledon, ma poco importa.

Perché il 2010, nonostante la falsa partenza degli Australian Open, porta in dote nuovamente la finale al Roland Garros con un cammino molto simile al precedente. Infatti a cadere sotto i suoi colpi questa volta è lo stesso Roger Federer, ma una volta arrivato in finale è Rafa Nadal a riprendersi la rivincita conquistando così il suo quinto titolo in sei anni. A fine 2010 fu il numero 4 quattro delle classifiche mondiali, il suo miglior ranking. Ma poco a poco, la sua stella sportiva iniziò a spegnersi lentamente. I suoi potenti colpi non poterono nulla contro la mononucleosi contratta, che poco a poco lo privarono sempre più delle sue energie fino a portarlo al ritiro di qualche giorno fa.

In tutti questi anni ho sempre creduto che sarei stato in grado di tornare a giocare nell’elite mondiale, ma ora ho capito che non sono guarito e non sono abbastanza sano – ha scritto nel suo toccante tweet -. Chiudo qui, è una decisione molto triste“. Ma cosa sarebbe successo se Robin fosse stato in salute e avesse continuato a giocare? Sarebbe mai divenuto il nuovo numero uno delle classifiche mondiali? Peccato non avere la palla di cristallo, è in occasioni come questa che il suo utilizzo sarebbe davvero servito a qualcosa. Questa volta!

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