La bella esperienza di giudice di linea: Gianluca Tosi ci racconta la sua

La bella esperienza di giudice di linea: Gianluca Tosi ci racconta la sua

Gianluca Tosi, giudice di linea in alcuni eventi internazionali tra cui il Challenger di Brescia, ha raccontato a Tennis Circus la sua bellissima esperienza, ricordando anche come all’inizio il cuore gli battesse all’impazzata per la paura di commettere errori. La storia di un giovane studente universitario con il sogno di poter arbitrare un giorno perché no gli incontri agli Internazionali Bnl d’Italia.

Sono Gianluca Tosi, abito a Brescia e in varie occasioni faccio il giudice di linea negli eventi internazionali di tennis. Questo sport per me, da quando lo scoprii all’età di 11 anni, è ormai molto più che una passione. Cerco sempre di viverlo in tutte le sue sfumature e sfaccettature, partecipando attivamente in campo giocando i tornei FIT (al momento sono in quarta categoria) e stando in campo con un ruolo un pò diverso ma di responsabilità: il giudice di linea.

Aggiungendo anche tante migliaia di ore di tennis visto dal vivo ma soprattutto alla tv o in streaming (guardando anche i Challenger sperduti). Nell’ultimo anno ho cominciato a fare il giudice di linea per alcuni eventi provinciali con il sogno, in futuro, di allargare la mia esperienza anche in regione o a realtà ancora più grandi. Fare il giudice di linea, direte voi, è da pazzi, un po’ come fare l’arbitro di sedia. Quante persone sane di mente deciderebbero di star lì a fissare una pallina o una riga per ore solo per decidere se è IN o OUT? Beh, dovete sapere che di normale in me c’è poco visto che sono anche arbitro di calcio. L’esperienza calcistica mi ha sicuramente aiutato in campo nel saper decidere tempestivamente ma soprattutto nel ripartire dopo un errore commesso, giacché siamo umani.

Quando cominciò questa mia nuova esperienza? Era il 2011 ed assistevo, come ogni anno, al challenger di Manerbio, nella bassa bresciana. All’epoca avevo già voglia di mettermi in gioco anche nello sport che amavo e amo di più ma, complice l’età e soprattutto il non sapermi muovere nell’ambiente, non avevo mai preso veramente in considerazione questa idea. A Manerbio riconobbi un mio collega arbitro, anche lui giudice di linea e colsi la palla al balzo chiedendogli tutte le informazioni possibili sperando di poter debuttare l’anno successivo.

Purtroppo l’ho dovuto rimandare di 3 anni perché l’anno successivo il torneo non si disputò più (il torneo è tornato in calendario invece quest’anno). Per tre anni dunque ho aspettato sempre un occasione, quella si è presentata un anno or sono con il ritorno del grande tennis in città con la prima edizione del Trofeo Città di Brescia, evento indoor di fine stagione con montepremi di 50.000 euro. Subito mi precipitai a contattare l’organizzazione del torneo e ottenni una prova per poter prendere confidenza con il nuovo ruolo. Risultato? Abile e arruolato. La prima esperienza non la scorderò mai.

Nei primi minuti in campo il mio cuore mi batteva all’impazzata, ero completamente terrorizzato dall’idea di commettere qualche errore che avesse potuto penalizzare uno dei due giocatori. Tenendo presente che bisogna essere doppiamente attenti perché tutti i tennisti, dal primo all’ultimo, da quelli delle qualificazioni agli ammessi direttamente al tabellone principale si giocano soldi e punti di vitale importanza nella loro carriera e sono soprattutto professionisti e dunque questo compito porta anche responsabilità.

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Passati i primi minuti e le prime turnazioni divenne tutto molto naturale e cominciai finalmente a divertirmi, aspetto fondamentale nella buona riuscita del mio compito. Si, perché proprio il mio divertimento e la mia passione mi permettono di vivere questa esperienza (seppur a volte stressante) in modo unico: in ogni match cerco di mettere in pratica le indicazioni di arbitri e giudici di linea più esperti e navigati di me, oltre al gustarmi la gara ed apprendere dal punto di vista tecnico le qualità dei giocatori in campo. La mia prima esperienza si concluse con molta soddisfazione e la voglia di tornare in campo quanto prima. Dovetti aspettare poco, meno di un mese e fui subito in campo nel torneo Rodeo Open di Iseo dove parteciparono atleti di livello come Seppi e Lorenzi.

Dopo due esperienze sul veloce, a inizio estate ho potuto cimentarmi anche sulla terra rossa: all’ apparenza più facile che sul veloce in quanto rimane il segno, per me è forse più stressante mentalmente in quanto comunque con il segno a terra si può verificare facilmente se hai errato la decisione. Dopo ore e ore sui campi roventi del castello di Brescia per il torneo che metteva in palio 50.000 dollari femminile ho affrontato una nuova esperienza, la serie B femminile a Lumezzane; qua si giocava il ritorno del play-off promozione per salire in A2 e vi assicuro che in campo la tensione si avvertiva eccome. Mi permetto di spezzare una lancia a favore delle competizioni a squadre: molti le definiscono la morte del tennis ma penso invece che lo spirito di squadra e tutta la tensione che ne deriva, il pathos e il tifo a volte facciano davvero bene ad uno sport singolo come il tennis.

Con un pò d’esperienza in più, pochi giorni fa si è conclusa anche l’ultima mia “avventura” professionale in ordine temporale: la seconda edizione del Trofeo Città di Brescia, sicuramente la più bella e completa. Le semifinali e finali sono state trasmesse da Supertennis in diretta tv e ciò ha fatto ancor più aumentare la pressione delle fasi conclusive del torneo. A conti fatti un bilancio positivo, tutto il team ha svolto un grandissimo lavoro nell’intera settimana. Vorrei spendere due parole anche per il gruppo perché se è vero che su una linea siamo da soli a poter decidere, è altrettanto vero che in un team di 5, 7 o 9 persone (dipende da quanti si va in campo in base alla disponibilità del numero di giudici) ci si supporta anche con un’occhiata e un cenno durante le partite e con consigli di vitale importanza da parte dei ragazzi più esperti.

Nei vari tornei ho avuto l’opportunità di lavorare e soprattutto conoscere persone eccezionali che provengono da tutta Italia. Ecco, un mio consiglio di cuore a chi volesse intraprendere questa strada: provate assolutamente questa esperienza che offre molto sia dal punto di vista sportivo ma anche tanto sul piano umano. I miei progetti per il futuro sono tanti ma uno principale: diventare arbitro di sedia, una qualifica che si raggiunge attraverso un corso e un esame organizzato dalla FIT. Quest’ anno purtroppo complice l’università (sono studente di Agraria a Milano) e l’impegno del Challenger in sovrapposizione non ho potuto partecipare ma l’anno prossimo ci proverò sicuramente con un sogno nel cassetto: tra qualche anno essere parte attiva sui campi degli Internazionali a Roma.

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