L’importanza di chiamarsi “coach”

L’importanza di chiamarsi “coach”

Alla scoperta di un ruolo fondamentale per il tennis, quello del coach, troppo spesso bistrattato e usato come capro espiatorio

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Non potete capire quanto un allenatore sia importante. Non potete proprio. Non stiamo parlando di una semplice persona, di un professionista o di un’altra qualsivoglia figura assunta con lo scopo di renderci migliori. Mi sto allenando da ore. Il braccio sinistro, ormai relegato al ruolo di automa, riproduce passivamente quel gesto che, anni fa, la mia mente gli ha imposto.

Sono stanco, il respiro inizia a farsi più affannoso. Mi impongo di correre, di continuare a ribattere quella palla che sembra non avere intenzione di fermarsi. Lo sento, sto per cedere, ma non voglio farlo. Troppe volte l’ho visto scuotere la testa, lamentarsi di me, del mio atteggiamento. Mi volto e lo guardo negli occhi, il suo sguardo poggia sulle mie spalle stanche. Gioco gli ultimi scambi con la massima intensità, sentendo il peso di quell’attenzione.

Finisco e mi siedo di fianco a lui, che ancora osserva, con occhio esperto, gli altri campi occupati. Mi guarda e sorride. Qualche commento di rito, una risatina forse troppo contenuta, una luce inconsueta tra gli occhi che di riflesso si propaga nei miei. Mi mostra un movimento, prende il mio polso e lo indirizza, infonde nel mio dritto tutti quelli visti in tanti anni di carriera. Torno a casa e penso a lui, è spontaneo. È molto più di un insegnante. Avvolto in quell’aurea inaccessibile di ragione inconfutabile ricopre un ruolo fondamentale. Ti aiuta a crescere, scontrandosi con te come fosse un padre.

Sì, lo so, certe volte finirai per odiarlo con tutto il cuore. Lo so, perché l’ho odiato anch’io. Ma ti accompagna, nonostante tutto. È lì con te quando sbagli quella volée a campo vuoto nel tiebreak, quando esci sconfitto da quel campo e tutto sembra essere finito, quando quel vincente entra davvero e la partita poi la porti a casa. E quando alla fine ti abbraccia, per consolarti o festeggiarti, quelle emozioni che vedi sul suo volto rappresentano in una sintesi perfetta l’intero percorso che, insieme a te, è riuscito a costruire. Non gioisce e soffre con te, gioisce e soffre per te. Ed è sempre lì, accanto.

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