Cecchinato: una riflessione amara

Cecchinato: una riflessione amara

La notizia della squalifica di Cecchinato è arrivata in serata. Pesanti le accuse e le prove a sostegno. Non potendo commentare un processo ancora in corso è però il caso di fare qualche riflessione su un tema che abbiamo già affrontato in passato: l’etica dello sport.

L’accusa è quella di aver alternato il match contro Kamil Majchrzak al challenger di Mohammedia e di aver passato informazioni allo scommettitore Riccardo Accardi, suo amico, per favorire vincite irregolari su altri match. Il dispositivo della sentenza è disponibile a questo link. Ed è quanto mai doveroso leggerlo quel dispositivo, per essere accorti nel giudicare un fatto sportivo e di costume assolutamente rilevante. Da questa tribuna abbiamo affrontato più volte questo tema, che purtroppo ha spesso riguardato giocatori italiani, ma che, sia chiaro, è ormai endemico nel mondo del tennis a livello planetario, e chiunque lo neghi compie un atto di profonda disonestà intellettuale. Un problema sportivo dicevo, ma anche di costume. Andiamo con ordine.

La ricostruzione dei fatti è nota. Esiste un Affair Sicilia, per dirla con Leonardo Sciascia. Un giocatore professionista, all’apice della sua carriera sportiva in quel momento, decide di alterare un match in combutta con un suo amico, anche lui giocatore, ma di livello più basso. Cecchinato è, ad ottobre 2015, un tennista in piena ascesa: è al suo best ranking, 82, e sta terminando il suo quinto anno da professionista all’età di 23 anni. In altre parole, ha l’oro in mano. La domanda che mi pongo è: cosa lo spinge a fare un gesto del genere? Non certo la motivazione che spesso viene addotta in questi casi, ovvero la necessità di provare a finanziarsi per affrontare la onerosissima carriera professionista, in quanto questa situazione per lui è già stata affrontata e con successo, visto che proprio da quell’anno Cecchinato stava raggiungendo livelli di guadagno di primo livello nel mondo del tennis. E allora cosa? Se per il suo compagno di sventura, Antonio Campo, la motivazione può essere questa (tra l’altro anche lui al suo best ranking proprio in questa settimana), ovvero finanziarsi l’attività all’estero per cogliere punti facili in tornei più abbordabili sotto il profilo del livello dei partecipanti e scalare la classifica, per Cecchinato proprio no. Sta per diventare un azzurro, vestendo la maglia della nazionale e quindi raggiungendo l’apice del riconoscimento sportivo in patria per un tennista; è sano, con la possibilità di programmarsi ad alto livello per l’anno successivo e abbandonare il mondo dei tornei challenger, con conseguente possibilità di maggiori guadagni in termini sia economici che di punti per la classifica.

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Antonio Campo

E allora qui finisce il problema sportivo e inizia quello di costume. Perché è chiaro e lampante che nella testa di un ragazzo di 23 anni evidentemente c’è un tarlo, quello del guadagno facile, si direbbe, abbianato al virus che pervade la società italiana da qualche anno, ovvero quello dell’idea che è sempre possibile aggirare la legge e farla franca, che l’impunità o meglio l’impossibilità di essere scoperti è una certezza. Non riesco a trovare un’altra spiegazione plausibile: mettere a repentaglio la proprio carriera, lasciando prove grossolane in giro, come la sentenza riporta, del proprio operato, o è motivato dall’avidità o è motivato dalla mancaza di etica sportiva, che si acquisisce soltanto con lo studio, l’attenzione per la propria immagine e dignità, attraverso una guida, quella degli istruttori in primis, che devono formare il giocatore e l’uomo. Se esiste uno sport dove l’essere uomo va di pari passo con succeso sportivo del giocatore questo è il tennis.

Cecchinato ha fatto pervenire una lettera “di pentimento” alla Corte Federale FIT. In questa lettera, riferiscono le fonti, il giocatore avrebbe inteso ammettere un comportamento superficiale e sbagliato, ma in sostanza pare non ammettere alcun colpa. Un atteggiamento che la stessa sentenza stigmatizza, in quanto tutti i condannati (Antonio Campo, Riccardo Accardi e lo stesso Cecchinato) non hanno ammesso alcuna responsabilità e con ogni probabilità andranno in appello per ottenere o uno sconto di pena, o, come qualcuno ipotizza, addirittura un ribaltamento del disposto di primo grado, in quanto le chat tra gli imputati alla base della sentenza sono state cedute spontaneamente dallo stesso Accardi ma non in presenza del suo avvocato, un fatto che potrebbe avere un certo rilievo procedurale.

Ma come ha giustamente rilevato Riccardo Bisti nel suo ottimo articolo (che potete leggere qui) quelle chat sono assolutamente riconducibili agli imputati, e questo giustifica il nostro discorso, che ha una valenza puramente speculativa, in quanto riteniamo che il giudizio definitivo sui fatti contestati dovrà avvenire a percorso giudiziario terminato. Resta però il problema di fondo: la assoluta mancanza di cultura sportiva, un tema sul quale riflettere seriamente.

1 commenti

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  1. Ambra Balsamo - 8 mesi fa

    lo sport inteso come mezzo lecito o illecito di facile guadagno

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