Se non possiamo più fidarci dell’arbitro

Se non possiamo più fidarci dell’arbitro

Un articolo pubblicato dal Guardian International tira in causa il ruolo degli arbitri nelle combines dei match nel circuito Futures. Un problema di tecnologia, cultura sportiva e mancati controlli. Qualche riflessione.

Questo interessante articolo pubblicato sull’edizione on line del Guardian International ritorna sul problema delle scommesse nel mondo del tennis.
L’idea di fondo ci allarma: qual è il ruolo degli arbitri nell’aggiustare i match? Possono concorrere, se sì, come?

Calma e  gesso. Un bel respiro per i professionisti del “l’avevo detto io” e del “sono tutti corrotti“. Il punto di vista proposto dall’autore mette insieme una serie di fattori: il basso controllo sui match nel circuito ITF maschile, l’alto numero di incontri a disposizione degli scommettitori e dei giocatori corrompibili, i live-scores on line e, last but not least, il bassissimo montepremi a disposizione dei giocatori in quel girono infernale che sono i tornei professionistici internazionali di terzo livello, ovvero i Futures.

Il mix di ingredienti proposto è effettivamente letale. Non è possibile controllare gli incontri di 10\15 tornei, giocati contemporanemente spesso in 5 continenti. Non si può, in particolare, selezionare gli arbitri professionalmente più affidabili, i quali sono impegnati come è normale nei tornei challanger, per solito almeno 3 a settimana (in media durante l’anno) e nei tornei ATP e del grande Slam. Non solo. Ma esattamente come i giocatori, costretti a spartirsi tra singolare e doppio 10000 $ dollari di montepremi (quest’anno 25000 $, nei tornei più importanti del circuito Futures), anche gli arbitri sono pagati ben poco. Questo fattore sarebbe la causa, o quanto meno la con-causa, della corruzione dilagante tra i giocatori e gli arbitri, disposti a collaborare con scommettitori disonesti per truccare i match e favorire guadagni illeciti.
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Dall’articolo emerge chiaramente il meccanismo ed il ruolo degli arbitri corrotti. Posto che la fonte sia attendibile e che arrivino le dimostrazioni nelle opportune sedi. Ma, dal nostro punto di vista, emergono anche altri due ordini di problemi. Il primo, già citato, è quello della scarsa remunerazione dei tornei, per giocare i quali è necessario avere uno sponsor che copra i costi di permanenza, visto che talvolta tra viaggio e pernottamenti, cene e accordature, neanche il premio per la vittoria copre l’investimento da fare (e vince uno solo). Il secondo, proporzionale alla questione del prize-money, è quello dei punti assegnati ai giocatori: nessuno per la qualificazione al tabellone principale, 18 per la vittoria, giù fino alla miseria di un punto per chi supera il primo turno in singolare. Con questi punteggi è evidente che l’uscita dall’inferno dei future per accedere agli ingaggi migliori del circuito Challanger è un imbuto vero e proprio, intasato, che consente il passaggio al livello superiore a pochi selezionati. Un meccanismo quindi che premia anche in termini di classifica chi ha la possibilità di giocare i tornei maggiori, determinando un gap spaventoso tra i due livelli base del professionismo: Futures e Challanger. E non parliamo neanche del livello ATP, per molti un vero e proprio miraggio.
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A fronte di questa situazione esiste un altro problema: l’etica dello sport. Ne abbiamo già scritto a proposito delle interviste, ma il problema qui è ancora più cruciale. Chi può, in quanto già supportato da famiglie, sponsors o federerazioni, gioca e si concentra sulla sua carriera. Chi ha meno mezzi, resta ad un livello talmente basso che il richiamo delle pericolose sirene degli scommettitori potrebbe risultatare un miraggio che, magicamente, prospetta la possibilità di capitalizzare denari che serviranno per affrontare trasferte in nuovi tornei e quindi l’opportunità di fare altri punti. Un sistema non accettabile, certo, ma comprensibile dato lo stato dell’arte.

ITF e ATP stanno muovendosi come elefanti in una cristalliera, esattamente come per il doping. Si teme di danneggiare l’immagine del nostro sport, ma temporeggiare concentrandosi su qualche nome da gettare in pasto ai media potrebbe rivelarsi un boomerang peggiore del fenomeno da curare.

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