Wimbledon, riflessioni semiserie post torneo

Wimbledon, riflessioni semiserie post torneo

Arrivati alla conclusione del terzo Slam stagionale, è il momento di tirare le somme e commentare con il nostro Fabrizio Messina gli accadimenti del torneo appena terminato.

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Rientro, oggi, dopo un silenzio stampa post-Roland Garros. Troppo deluso, dall’esito della finale francese. Dai ritiri, dai forfait e dalle assenze che ne hanno determinato l’esito. Per non parlare del meteo. E dell’organizzazione…

Wimbledon, il giardino di Federer. Dove potrebbe tornare a vincere il nostro eroe se non qui? Gli Europei di calcio sono occasioni troppo ghiotte per lasciarsi distrarre da altro. Da vivere in religioso, nonché, scaramantico silenzio sulla riva del fiume, aspettando gli eventi.

Ma, ora, archiviate anche queste due settimane di passione sportiva, si fa più forte in me la convinzione per la quale non ottieni risultati nello sport così come nella vita se non sai essere cinico nei momenti decisivi. Non sarà da un calcio di rigore che si valuta un giocatore ma, se non chiudi al match point rischi d perdere l’incontro anche avendo giocato meglio del tuo avversario. Nel tennis così come nel calcio ed in molte altre situazioni.

Qualcosa, effettivamente, sembrava si fosse mosso. La sfavoritissima quanto denigrata Italia di Conte, ha dato una sonora lezione alla Spagna dopo avere passato con successo il proprio girone. Ma purtroppo ai quarti di finale, dopo essere andata in svantaggio nei tempi regolamentari, si è dovuta arrendere ai calci di rigore contro la Germania campione del mondo.  Abbiamo sprecato un clamoroso match point. Carpe diem, dicevano i latini. Cogli l’attimo, prima che sia troppo tardi.

Abbiamo avuto la nostra occasione per affrontare i padroni di casa francesi e giocarci l’accesso alla finale e non l’abbiamo sfruttata. Credo che contro questa Francia e questo Portogallo avremmo potuto vincere! Ora dobbiamo aspettare le olimpiadi ed i prossimi mondiali per sperare nuovamente in un po’ di gloria. Notare che la prossima edizione degli europei, San Gigi Buffon da Carrara, sarà già oltre la soglia dei 42 anni.

Dalla  verde terra di Britannia, invece, il numero uno del mondo in odore di santità Novak Djokovic, viene clamorosamente fatto fuori al terzo turno dall’americano Sam Querrey. Segni particolari: servizio oltre 200 km e poco più.

Se per il serbo sono crollati tutti i sogno di grande gloria (Donald Budge e Rod Laver possono stare tranquilli ancora per un po’) per i suoi avversari si è aperto uno spiraglio insperato. Djokovic ha lasciato libero un posto nella finale che disputa ininterrottamente da tre edizioni. Dopo avere perso la prima contro lo scozzese Andy Murray. Ha vinto le altre due niente poco di meno che contro il sette volte campione Roger Federer. Iniziando, così, un domino incontrastato nel circuito.

Andate a guardare la faccia del trentaquattrenne campione di Basilea dopo la sconfitta in semifinale contro il canadese Milos Raonic, per l’occasione assistito da un certo John McEnroe, un tempo giudicato troppo chiassoso e sboccato per la calma e ovattata atmosfera londinese. Chissà quanti slam, oltre i 17 in bacheca, avrebbe vinto il maestro svizzero se avesse avuto un po’ più di killer istinct. Dopo una epica rimonta contro Marin Cilic, Federer è stato costretto a rincorrere, anche Raonic.

Dopo essere tornato sopra di un set, il maestro Roger ha sciupato l’occasione di giocarsi il tie-break del quarto set perdendo il suo game di servizio con un clamoroso doppio fallo e partendo dal 40-0.  Non erano tre match point ma, quasi. Bastava mettere un ace. O fare giocare due colpi di fila al venticinquenne di Podgorica. E, invece, Roger ha perso il quarto set ed ovviamente anche il quinto.

Ma non è l’unica volta che lo svizzero si perde in bicchiere d’acqua nei momenti cruciali, quando si deve dare la stoccata finale. Sempre a Wimbledon, per esempio, tre anni fa contro Djokovic, Federer dopo avere vinto  7-6 il primo set si ritrovo sul punteggio di 6-7 6-4 7-6 5-2 per Djokovic.

Ormai, condannato anche per i suoi più ottimisti fans, annulla un match point e vince il set 7-5. Al quinto set, sul  3-3 si procura la palla break che gli avrebbe forse aperto nuovamente  le porte della storia. Ma la sbaglia. Nell’ottavo game Federer annulla in modo magistrale tre palle break che sono in pratica dei mini match point. Nel decimo game, però con tutta la pressione addosso, Federer perde la bussola e con tre gratuiti consegna a Novak la chiave per la storia.

Questa volta la chiave Roger l’ha passata al buon Andy Murray. Il  “quarto povero” dei Fab Four.  Che fin ora neanche lontanamente ha avvicinato i successi dei  suoi colleghi Federer, Djokovic e Nadal anche se ha conquistato vittorie molto, ma molto pesanti. Con l’uscita di scena dello spagnolo, la clamorosa eliminazione del serbo e la sconfitta dello svizzero, Murray ha potuto giocare la prima finale di un torneo del grande slam in 14 anni senza la presenza di nessuno dei suoi tre illustri colleghi. Così, gettata al vento in un modo stranamente arrendevole (non è da lui) la finale parigina contro Djokovic, lo scozzese contro Raonic, si è limitato a fare quello che avrebbe dovuto fare il maestro Roger. Dando vita ad una finale “tremendamente noiosa” . Tutto servizio e risposta. Andy ha fatto giocare qualche palla in più al canadese, facendolo sbagliare, ed ha risposto in modo pazzesco ai servizi che Raonic  tirava a 239 km.

Nuovamente coadiuvato da Ivan “iceman” Lendl, il coach che lo ha portato a vincere i suoi due, almeno fino a sabato, unici slam (Wimbledon e Us Open) Andy ha trovato un successo davvero indimenticabile. Così, dopo avere riportato a sua maestà il trofeo di Wimbledon dopo 77 anni e la coppa Davis dopo 79 anni, Murray, potrà raccontare alla piccola Sophia di essere stato il primo a vincere il torneo di Wimbledon post Brexit. Lui che, scozzese di nascita, ha sostenuto pubblicamente il voto in favore dell’indipendenza dalla corona britannica.

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