Olimpiadi, la Serbia ai suoi atleti: «Mai sullo stesso podio con i kosovari»

Olimpiadi, la Serbia ai suoi atleti: «Mai sullo stesso podio con i kosovari»

Il diktat di Belgrado contro il Kosovo, mai riconosciuto come Stato dal Paese di Novak Djokovic. Il ministro dello Sport chiarisce dopo le polemiche: «È solo una raccomandazione, i nostri atleti faranno come vogliono».

La Serbia ha appena subito quella che probabilmente sarà la delusione più cocente di queste Olimpiadi, ossia l’eliminazione di Novak Djokovic, battuto in due set per mano di Juan Martin Del Potro; il serbo ha lasciato il campo in lacrime, ben sapendo di aver buttato al vento la chance più concreta – forse l’ultima – di conquistare la tanto agognata medaglia d’oro.

MOTIVI POLITICI – Eppure, la Serbia al momento è sull’occhio del ciclone per altri motivi, che esulano dalle competizioni sportive. Il governo di Belgrado ha infatti mandato un severo diktat ai suoi atleti impegnati ai Giochi Olimpici di Rio, e cioè quello di non condividere mai l’eventuale podio olimpico durante la premiazione insieme ad atleti provenienti dal Kosovo. Le ragioni sono meramente politiche: il Kosovo, che partecipa con 8 atleti, si è proclamato indipendente nel 2008, ma la Serbia non lo ha mai riconosciuto come Paese; gli screzi tra i due popoli sono tuttora molto forti.

«NON È UN’IMPOSIZIONE» – La notizia di questo divieto, all’interno di una manifestazione sportiva all’insegna della pace e della fratellanza tra le nazioni di tutto il mondo, ha subito scatenato un polverone di proteste e di indignazione. Il ministro dello Sport serbo Vanja Udovic ha subito precisato che il divieto è solo indicativo, una «raccomandazione», e in ultima istanza saranno gli atleti a decidere se condividere il podio insieme ad atleti del Kosovo oppure no. «Non vogliamo turbare i nostri atleti – ha spiegato Udovic – ma non possiamo ascoltare l’inno del Kosovo né vedere la loro bandiera».

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