Il calendario challenger: un circuito chiuso?

Il calendario challenger: un circuito chiuso?

Da tempo ci si domanda se il calendario challenger in Italia sia troppo fitto, ma urge anche una riflessione su quello Future: il rischio è che diventi un circuito chiuso e non prepari realmente al grande salto nei tornei ATP internazionali. Insomma: abbiamo un calendario troppo “provinciale”?

Ventitrè tornei challenger, da Roma fino ad Andria, e 31 tornei del circuito Futures. In totale, 60 oppurtunità di costruire, puntellare, ricostruire la propria classifica.
Questa l’offerta di tornei nazionali del circuito professionistico in Italia, al netto, ovviamente, del torneo Master 1000 di Roma.  Continua a mancare un appuntamento (almeno) del circuito ATP250, per completare un’offerta senza dubbio di rilievo.

Da qualche tempo ci si chiede se questo numero sia congruo o addirittura esagerato. Guardiamoci attorno: in Francia, una nazione il cui movimento tennistico è realmente in salute (auguri presidente Binaghi per il quarto mandato!), troviamo 20 futures e 10 tornei challenger. In Australia solo 6 futures, 30 negli USA. Certo, per ognuna di queste nazioni (che ospitano uno slam), troviamo tutto il caleidoscopio dei tornei 250, 500 e 1000 a completare l’offerta. Ma di sicuro, il dato che emerge, è che i tennisti italiani possono programmare la loro stagione totalmente in Italia, con qualche puntata, per quelli più abili nel racimolare punti, all’estero, per prende parte sia alle qualificazioni Slam, o tentare qualche sortita nelle qualificazioni di tornei ATP250 con cut-off più abbordabile.

Qual è l’oggetto del contendere? Una offerta di tornei troppo ampia scoraggia i giocatori italiani dal programmarsi con più coraggio oltre confine? Consente di ottenere discreti guadagni a fronte di spese relativamente basse? Insomma: abbiamo un calendario troppo “provinciale”? Difficile rispondere a questa domanda. Di sicuro, per costruire giocatori nuovi servono opportunità di tornei, e averceli in casa, con la possibilità di ottenere wild card per giocatori senza ranking o con la necessità di ricostruirsi una buona classifica, è un vantaggio. Pensiamo, ad esempio, a Simone Bolelli, che ha dovuto ripercorrere l’ascesa verso la top10 ben tre volte dal suo esordio, e che nel 2017 si preparerà alla quarta scalata: avere contatti in Italia con gli organizzatori dei tornei, e magari con i buoni uffici della FIT, lo aiuterà più velocemente a tornare a livelli congeniali al suo tennis. Stesso discorso, negli anni addietro per Filippo Volandri e Daniele Bracciali, giusto per fare due nomi del futuro meno anteriore del tennis italiano.

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Ma in molti, ad esempio il mio amico Gianni Ocleppo, sostengono che questo circuito così fitto, nel quale almeno 5\6 giocatori italiani sono settimanalmente impegnati, rischia di diventare un circuito chiuso, una sorta di recinto entro il quale giocare sempre tra gli stessi protagonisti, che si spartiscono la torta di punti e prize-money in modo più o meno equo nel corso della stagione, non accordandosi, ma semplicemente perché i frequentatori di questo circus nazionale, sono sempre gli stessi. Insomma: scarso confronto, buona remunarazione e pochissimi stimoli a rischiare di giocare fuori Italia, imbarcandosi nelle qualicazione dei tornei ATP. Insomma, un circuito anche poco produttivo dal punto di vista tecnico.

Sarebbe questa, tra le altre, una delle motivazioni per cui facciamo fatica ad avere un giocatore stabilmente nella top 10 e a fare concorrenza a Spagna e Francia (ed ora Stati Uniti) nelle classifiche delle nazioni più rappresentante in top10. Non solo: ma l‘eccesso di wild card concesse a giovani giocatori scoraggerebbe i nostri dal giocare le qualificazioni, quasi convincendoli di “meritare” tale appoggio, evitando di stimolare la voglia di competere partendo dal basso con i coetanei del resto del mondo. E se, da questo punto di vista, guardassimo le classifiche ATP degli under 20, sarebbe difficile contraddire tale rilievo.

Sull’altro piatto della bilancia dovremmo però mettere altre considerazioni. Una su tutte: l’assenza di tornei ATP 250, quelli che consentono la costruzione di un classifica a livello di top50, necessita di una compensazione. Motivo per cui abbiamo questo numero di tornei challenger così elevato. In molti sostengono che alcuni tornei, geograficamente vicini (ad esempio Recanati e San Benedetto del Tronto) potrebbero fondersi per costuire un ATP250: ma i costi sarebbero difficili da reggere, e le variabili da controllare tante, in una situazione economica precaria come quella del nostro paese, attanagliato da una recessione che morde da diversi anni ormai.

Forse la soluzione del dilemma sta nella testa dei giocatori (e dei loro allenatori): usare intelligentemente l’offerta quantitativamente ricca del circuito italiano (challenger e future) per poi lanciarsi alla caccia di orizzonti più ampi, senza cadere nella trappola di una “comoda” carriera nazionale. Si potrà fare?

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