Australian Open “rovente”: i drammi dei giocatori e un sistema tutto da riscrivere

Australian Open “rovente”: i drammi dei giocatori e un sistema tutto da riscrivere

Caldo “inumano”, allucinazioni, malori e polemiche. La prima settimana di questo Australian Open 2014 è stata pesantemente condizionata dal fattore climatico. Esiste una soluzione concreta e sostenibile? Di chi è la responsabilità di una gestione così discussa?

Chiunque o si sia preso la briga di barattare qualche ora di meritato riposo con anche solo una partita dell’affascinante Slam australiano di inizio anno, si sarà reso conto di quanto sia stata difficile la situazione per i giocatori in campo, o almeno per quelli che si sono visti costretti a giocare durante le ore da bollino rosso.

I primi giorni di gioco si sono trasformati in uno pseudo-servizio di Studio Aperto, di quelli che potete ammirare tra maggio e settembre, ininterrottamente: emergenza caldo.

Maria-Sharapova

Eppure sul caldo “inumano” di Melbourne c’è poco da scherzare.

Alle 7:00 locali il termometro segnava già 35° e, con le partite in calendario già dalle 11:00 di mattina, la situazione sarebbe andata solo peggiorando.

La soluzione, utile a prevenire situazioni spiacevoli, è stata identificata nella cosiddetta “Extreme Heat Policy”: il suddetto protocollo fu messo in atto nel 1998 dopo una consultazione con vari giocatori riguardo questo problema, ma in questa edizione 2014, le critiche si sono fatte sentire, visti soprattutto gli spiacevoli episodi accorsi a giocatori e ball boys durante i primi 5 giorni della manifestazione.

La “Heat Rule” prevede la sospensione di un incontro, o la chiusura del tetto mobile sulla Rod Laver Arena, rigorosamente al termine del set in corso, al raggiungimento di una soglia ben precisa calcolata tramite il “Wet Bulb Globe Temperature”(WBGT) ,strumento che traccia un collegamento tra temperatura attuale, radiazioni, vento ed umidità; tale soglia però non è resa pubblica dagli organizzatori, ma resta a disposizione dell’arbitro e permette al direttore di gara di decidere se e quando si deve interrompere la partita.

Non vogliamo andare ad attaccare il fattore puramente tecnico riguardante il sistema di calcolo del WBGT, ma sembra doverosa una riflessione su quanto visto in questi giorni.

dance

Caldo “inumano”: nessuna licenza, bensì le esatte parole che ha usato il canadese Frank Dancevic dopo il suo match d’esordio contro il francese Benoit Paire. Sulla carta il 3-0 di Paire poteva starci, per carità, ma a fare notizia non è stato il tabellone con il punteggio finale: sulle tribune, nel bel mezzo del match, Dancevic ha riferito di aver intravisto il piccolo cagnolino dei Peanuts, Snoopy, esclamando incredulo “Wow Snoopy! Questo è strano!”.

Se fosse stato un caso isolato, magari si sarebbe potuto pensare al canadese che si allena in climi rigidi e non si era abituato al caldo torrido del gennaio australiano.

Purtroppo le disavventure non hanno fatto che peggiorare: proprio mentre Jo-Wilfried Tsonga e Caroline Wozniacki si erano lamentati perchè le loro scarpe e le bottigliette d’acqua si stavano sciogliendo sul terreno di gioco,  Ivan Dodig, due set avanti su Dzumhur, è crollato per il caldo intenso ed ha ceduto in cinque set al bosniaco. Ha dichiarato, nell’intervista post-partita, di essersi sentito morire, di temere per la sua vita.

Shuai Peng, favorita nel match contro la giapponese Kurumi Nara, ha addirittura vomitato durante l’incontro, non riuscendo poi a riprendersi ed uscendo sconfitta in 3 set.

L’esperta tennista americana Varvara Lepchenko, dopo aver dominato il primo set nel suo incontro di secondo turno contro la TdS N.11 Simona Halep, nei restanti due set si è portata a casa solo un game, dopo essere stata in preda ad una crisi di nervi dovuta, guarda un po’, al caldo asfissiante.

La lista continuerebbe, con Galina Voskoboeva e Jamie Murray, e soprattutto con un raccattapalle che, sopraffatto dalle condizioni atmosferiche, è stato soccorso e trasportato fuori dal campo da Daniel Gimeno-Traver, nel bel mezzo del suo match contro Milos Raonic.

Se non sono cose belle da leggere, non saranno di certo belle da vedere, specialmente in occasione di un evento così importante, con una macchina organizzativa impressionante e con una risonanza mediatica che il solo nome “Slam” può far rendere senza problemi.

Il tennista è uno sportivo e, come nell’automobilismo, lo sci alpino, e tutti gli altri sport possibili ed immaginabili, deve essere tutelato in tutto e per tutto, senza dover minimamente pensare all’eventualità di un malore.

Se questi problemi sono ben noti da anni, si fatica ad accettare la EHP come una soluzione definitiva, vista la sua rigidità ed i suoi, evidentemente, scarsi risultati.

Ciò che inizia a frullarci nella testa è che le televisioni abbiano il ruolo di protagonista incontrastato. Scoperta dell’acqua calda probabilmente, ma resta da vedere se la natura di tali problemi, alla base dell’etica sportiva, non sia solo il sole australiano, che lì è sempre stato e lì dovrebbe restare, ma sia lo stesso sistema macina-soldi che non può scendere a compromessi e costringe gli addetti ai lavori ad un endurance scellerata.

Se coprire tutti i campi resta un’utopia, quantomeno si dovrebbero distribuire i match su più giorni, in modo tale da far giocare di mattina solo alla Rod Laver Arena, al coperto, e gli altri dal pomeriggio alla notte, con un clima decisamente più abbordabile, sia per la salute che per la conseguente qualità del gioco espresso.

Per non predicare bene e razzolare male, una sana e costruttiva critica deve partire da una proposta che possa essere funzionale alla soluzione del problema: diamo respiro ai protagonisti, così come ai tifosi (in tanti hanno avuto bisogno dell’intervento degli addetti al soccorso presenti ai campi), e godiamoci del bel tennis, giocato serenamente e ad alti livelli, senza cercare di creare un calderone di 10 partite in contemporanea zombie vs. zombie.

Magari a farne le spese sarà qualche torneo minore, e chiaramente in un’analisi generale si dovranno gestire equamente i diritti di ambo le parti. L’evoluzione, ci insegna la storia, nasce da una messa in discussione dell’ordine costituito, nel momento in cui c’è bisogno di un cambiamento significativo dato da incongruenze e mancanze più o meno gravi, più o meno sostenibili.

Parliamo di soluzioni, cosicché i problemi possano piano piano scomparire. Facile a dirsi, certo. Iniziamo col “da farsi”.

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