Borna Coric: “Non gioco per i soldi, voglio essere il n. 1”

Borna Coric: “Non gioco per i soldi, voglio essere il n. 1”

Il giovane talento croato 35 del mondo parla ai microfoni di Sky Sport e fa una panoramica sui suoi progetti, dicendosi determinato a fare di tutto per realizzarli.

di Riccardo Artuso, @i2icky98

ERRORI DI GIOVENTU’ – Borna Coric è stato uno dei più precoci esponenti della Next Gen, ma per lui non è stato facile emergere dal pantano – che spesso e volentieri inghiotte giocatori dalle belle speranze – dei 100. A causa di una programmazione satura di tornei e povera di allenamento, il giovane croato non ha ottenuto i miglioramenti che gli servivano per avvicinarsi subito alle posizioni che contano; solo quest’anno, il suo 21esimo di età, ha optato per un cambio radicale e si è affidato alle esperte mani di Riccardo Piatti, che ha cercato di mettere un po’ di ordine nella vita sportiva di Borna. I risultati si sono visti in fretta, con l’ottima semifinale a Indian Wells e i successivi quarti a Miami. Stando alle dichiarazioni, la proposta del coach comasco è stata “arrivare in top 10 entro 3 anni”, ma in una recente intervista il 21enne di Zagabria ha spiegato di avere anche ulteriori obiettivi.

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LO SCOPO DI UNA VITA – “Il mio obiettivo principale è sempre di diventare n. 1. Tutti gli atleti sperano di diventare i migliori nel loro sport. So che è una strada lunga e difficile, ma sono soddisfatto di come stiano procedendo le cose e se non sognassi di essere il migliore non continuerei a giocare a tennis. Noi giocatori croati siamo piuttosto competitivi e pensiamo solo alla vittoria: io non potrei pensare di giocare per i soldi. Il mio obiettivo è molto difficile ma non impossibile e questo mi stimola”. Questo tratto del suo carattere, infatti, ha contribuito anche a plasmare il suo gioco che nel complesso ricorda, per certi versi, quello di Novak Djokovic. Ma non è stato sempre così; Coric ricorda, infatti, che – come molti altri giocatori prima di lui – da piccolo teneva una condotta decisamente, diremmo, non professionale: “Quando ero bambino ero veramente ossessionato dall’idea di diventare giocatore professionista. All’inizio, quando perdevo mi mettevo a piangere, infatti tutti mi descrivevano come un giocatore emotivo. Poi, giocando sempre più match, sono cambiato. Ancora adesso quando ci penso sono un po’ in imbarazzo, ma son felice di essere diventato un’altra persona”.

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