Brad Gilbert, il più geniale troglodita della storia del tennis

Brad Gilbert, il più geniale troglodita della storia del tennis

Quando Charles Darwin ultimò gli studi sulla teoria evoluzionistica dell’uomo non poteva sapere che, a distanza di poco più di un secolo, sarebbe venuto al mondo un individuo in grado di vanificarne anni ed anni di massacranti ricerche.
Il 9 Agosto del 1961 nacque infatti Brad Gilbert, capostipite della teoria involuzionistica applicata al gioco del tennis.
Il demoniaco americano ha incentrato la propria carriera, prima da giocatore e poi da allenatore, su un unico credo: peggiorare il gioco degli avversari.

Gilbert, grazie a questa sua pervicace opera di inquinamento tennistico, è stato vissuto da generazioni di appassionati come l’incarnazione del male assoluto.

Brad però non si è mai curato delle critiche, degli insulti e degli anatemi ricevuti, supportato dalla forza dei risultati ottenuti.
Intendiamoci, Gilbert non ha mai conquistato titoli di prima grandezza, fatta eccezione per la medaglia di bronzo ottenuta alle Olimpiadi di Seul, in compenso è stato in grado di aggiudicarsi la bellezza di 20 tornei, impreziosendo il pingue palmares grazie alla fama di ammazza grandi: nel corso della carriera battè per ben 27 volte i top ten dell’epoca, tra i quali figuravano Edberg, McEnroe, Cash e Lendl.

Certo, ripercorrendo gli sfarzosi curricula delle leggende di questo sport il bottino di Gilbert appare quanto mai striminzito e disadorno. Al contrario delle divinità tennistiche appena evocate però, cui madre natura ha generosamente elargito talenti e virtù, Brad ha sempre convissuto con una delle caratteristiche più invalidanti per un tennista: la totale assenza di qualità.

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Gilbert non disponeva di un colpo che eccellesse sugli altri, né tantomeno di un gioco completo e brillante. Gilbert era un concentrato di inettutidini tecniche, da cui non ci si sarebbe mai potuti aspettare un lampo, un guizzo o anche solo un tentativo di redenzione dalla propria mediocrità.
Brad però riuscì a trasformare un irrisolvibile svantaggio nella fonte di tutte le sue fortune. Nel corso degli anni Gilbert fondò la propria strategia sulla ricerca dei punti deboli dei rivali, tecnici o mentali che fossero, sviluppando una tattica personalizzata e provocatoria, atta ad esasperare l’avversario di turno.

Da questo punto di vista l’americano può e deve essere considerato un luminare del gioco. In pochi hanno approcciato il tennis con il medesimo zelo e uno studio dei particolari altrettanto dettagliato. Gilbert era un’autentica banca dati, in cui ogni minima pecca degli antagonisti veniva registrata, elaborata e, a tempo debito, colpita.
Questo sovversivo approccio lo distanziò progressivamente dalle simpatie del pubblico, oltre che da quelle dei colleghi, sempre più irritati dalle logoranti condotte di gara di Brad.

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John McEnroe, dopo un’insopportabile sconfitta contro Gilbert, scelse di allontanarsi per un periodo dal mondo del tennis, tale fu lo smacco a seguito di quell’umiliante disfatta.
Brad, una volta ritiratosi dall’attività agonistica, venne ingaggiato da tre modesti comprimari dell’ultimo ventennio tennistico, stregati dalla sua smisurata sapienza tennistica: Andrè Agassi, Andy Roddick ed Andy Murray.
Sotto la sua guida Agassi fece il definitivo salto di qualità, conquistando sei Majors, compreso l’agognatissimo Roland Garros, grazie al quale completò Il personale Career Grand Slam.

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Brad tasformò l’evanescente Kid di Las Vegas in un campione compiuto, traghettandolo dal ruolo di pittoresco giullare del circuito a quello di figura cardine del tennis contemporaneo.
A posteriori lo stesso Andrè si sentì in dovere di riconoscerne il decisivo apporto, definendolo “il più grande allenatore di tutti i tempi.”
Gilbert verrà onorato dai posteri anche per aver portato a termine un’impresa ai limiti dell’inverosimile: far vincere un torneo dello Slam ad Andy Roddick.

La collaborazione tra i due durò poco più di un anno, segmento temporale sufficiente a Brad per infondere le miracolose nozioni tennistiche che portarono Roddick alla conquista dell’edizione 2003 degli U.S Open.

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Meno feconda la collaborazione con Murray. Gilbert cominciò a prendersi cura dello scozzese nel 2006, quando Andy era ancora un tumultuoso teppistello in cerca di gloria. In meno di due anni Brad lo condusse ad occupare stabilmente la top 10, prima di separarsene per insanabili divergenze caratteriali.

Da allora Gilbert collabora stabilmente con la Lawn Tennis Association, oltre a fare da commentatore tecnico per la ESPN.
Qualora non foste ancora persuasi dalla grandezza di Gilbert vi invitiamo a leggere il suo capolavoro letterario: Winning Ugly.
Non si tratta di uno di quei testi pomposi ed autocelebrativi, nei quali gli ex tennisti condiscono i ricordi di una carriera facendo un uso smodato di retorica ed ipocrisia. Winning Ugly è una guida dettagliata per tutti i giocatori amatoriali che desiderano sfruttare al meglio le scadenti risorse in dotazione, al fine di ottenere il massimo, utilizzando ogni mezzo possibile. Una sorta di oracolo per dilettanti, un Vangelo per peccatori della racchetta, la Bibbia delle pippe.

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La vita, la filosofia e la mentalità di Gilbert sono sintetizzabili in un’unica frase, sunto folgorante della sua benefica presunzione.
Queste le parole che rivolse ad Agassi per convincerlo a collaborare con lui: “Io ho vinto un sacco di partite che avrei dovuto perdere. Tu hai perso un sacco di partite che avresti dovuto vincere. Penso di poterti essere utile.”

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