C’è un ricambio generazionale nel tennis americano?

C’è un ricambio generazionale nel tennis americano?

Il cambio generazionale nel tennis americano sembra essere arrivato. Il brutto momento di Sock, Isner o Querrey potremmo dire che abbia finalmente dato inizio a questo processo.

di Daniele Turrini

Negli ultimi mesi, il tennis a stelle e strisce è passato alle cronache più per le polemiche legate al razzismo tra giocatori, che per quelo giocato. Ma la verità è che, mentre la maggior parte della cornice tennistica americana era impegnata a chiedersi se Ryan Harrison avesse realmente avuto atteggiamenti razzisti contro il connazionale Donald Young, si è verificato un processo necessario ed estremamente atteso che pochi hanno potuto notare ma soprattutto apprezzare , cioè il “cambio generazionale nel tennis americano. ” Iniziamo ad analizzare i big, i giocatori già affermati e il loro stato di forma. Partiamo dal numero uno americano nella classifica: Jack Sock, sorprende la flessione fisica che ha avuto nel 2018. Ha terminato lo scorso anno in modo così travolgente, con una potenza impressionante, che lo ha aiutato a vincere a Parigi-Bercy e raggiungere le semifinali di fine stagione a Londra. Una delle sue attitudini principali è stata quella di crescere nei momenti fondamentali e in determinati periodi è stato un giocatore ostico per tutti, anche per i big . Ma questo giocatore appena descritto è lontano da quello visto ora, capace di raccogliere solo una vittoria sulle quattro partite giocate. Potrebbe essersi forse verificato un contraccolpo psicologico dovuto all’appagamento dei risultati ottenuti? Apriamo il capitolo John Isner. Molte erano le speranze e le aspettative riposte sul gigante Americano in questo inizio di stagione, ma il giocatore della Carolina del Nord è lontano dall’apice della forma che ci si poteva auspicare.

Attualmente retrocesso in diciassettesima posizione nella classifica ATP, Isner sembra girovagare per tutti i tornei che disputa, in maniera indecisa cercando di recuperare sensazioni tanto che ormai pochi ricordano quel giocatore temibile e impavido che ha raggiunto la finale in tornei prestigiosi, mettendo seriamente in difficoltà anche atleti facenti parte dell’élite. Dopo cinque tornei che ha giocato finora quest’anno, il tennista americano vanta solo una vittoria e cinque sconfitte, tutte contro giocatori di tennis al di fuori della TOP 50: Hyeon Chung ad Auckland (n. 62), Matthew Ebden all’Australian Open (n. 78), Radu Albot a New York (n. 91), Peter Gojowczyk a Delray Beach (n. 64) e Ryan Harrison ad Acapulco (n. 60). Senza dubbio c’è davvero tanto lavoro da fare se vuole tornare in posizioni ambiziose di classifica. Un altro americano che è molto al di sotto del suo livello di tennis è senza dubbio Sam Querrey, anche se due settimane fa è riuscito a raggiungere la finale del torneo di New York, cedendo al sudafricano Kevin Anderson, il suol livello è lontano anni luce da quello mostrato l’anno scorso nella seconda parte della stagione. Dei tre americani tra i primi 20, è l’unico ad avere un record di vittorie e sconfitte in positivo in questa stagione, ma è più che evidente che Sam ha bisogno di cambiare certe cose e di ritrovare un pò di fiducia se vuole avere esiti positivi nei due Masters 1000 che inizieranno la prossima settimana. Ma non è tutto nero in casa Stati Uniti.

La grande speranza del tennis è Frances Tiafoe, che attualmente occupa la 63a posizione nella classifica ATP. Il giovane giocatore americano, a soli 20 anni, sta vivendo un buon inizio di stagione, raggiungendo la sua migliore posizione la scorsa settimana e soprattutto vincendo il torneo a Delray Beach, è sicuramente un giovane temibile soprattutto nei primi turni dei tornei importanti, da gudicare ancora il suo impatto sulla terra rossa ad alti livelli, ma sicuramente sul cemento è in godo di mettere in difficoltà tanti giocatori. Tiafoe è chiamato ad essere il leader del tennis americano ed è considerato uno dei migliori giovani talenti del mondo. Una grande, grandissima responsabilità che dovrà gestire con molta pazienza, un fardello che però potrebbe portargli importanti soddisfazioni. La domanda da porsi è: siamo giunti davvero al cambio generazionale o no?

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