Il triello infinito

Il triello infinito

Da Connors, Borg e McEnroe fino ai contemporanei Djokovic, Federer e Nadal, passando per Agassi, Sampras e Lendl. Chi farà parte del triello del futuro?

di Peppe Nacca

Mentre nel versante femminile la tanto discussa finale degli US OPEN 2018 – vinta a sorpresa dalla nipponica Naomi Osaka su una fin troppo nervosa Serena Williams – ha consegnato alla storia un rilievo statistico inedito quanto significativo (ovvero otto vincitrici diverse nelle ultime otto prove dello slam), nel singolare maschile il trionfo di Novak Djokovic ha riproposto quello che è stato il motivo dominante dell’ultimo decennio: la sfida talvolta diretta e talvolta a distanza tra il serbo stesso e i suoi due più grandi rivali, ovvero Roger Federer e Rafael Nadal.

Se qualcuno di voi ha presente la scena finale de “Il buono, il brutto e il cattivo”, resa immortale dalla musica di Morricone, può provare a trasferire su un campo di tennis il celebre triello con la sola differenza, per ora, che mentre in quel caso ci fu un vincitore – se vogliamo chiamarlo così – tra i tre fuoriclasse della racchetta è impresa assai ardua stilare classifiche di merito.

In assenza di parametri assoluti che ci possano aiutare a districare la matassa e nella piena consapevolezza che il triangolo in oggetto pare quanto mai equilatero e ciascuno dei tre lati (leggi giocatore) può presentare credenziali al contempo diverse ma di medesimo valore rispetto a quelle degli altri due (Federer ha vinto più slam di tutti, Nadal ne ha vinto uno per 11 volte e Djokovic è stato l’unico dei tre ad averli detenuti tutti contemporaneamente, solo per citare le più evidenti), oggi proviamo a vedere se i tre campioni in oggetto hanno veramente esercitato un’egemonia e, se sì, in quale misura.

Con la disputa dei prossimi Australian Open (il major di Melbourne divenne tale solo nel 1969) si chiuderanno i primi 51 anni di “Era Open” e quindi, per comodità, abbiamo suddiviso il periodo in tre fasce abbastanza omogenee di circa 17 anni (e 68 tornei, uno in meno in quella centrale perché sempre in Australia non si giocò nel 1986) ciascuna: 1968-1984, 1985-2001 e 2002-2018.

Premesso che, in un arco temporale così vasto, non è possibile procedere per compartimenti stagni in quanto alcuni giocatori hanno dilatato la loro carriera a cavallo di due periodi mentre altri avevano avuto un ruolo rilevante anche prima del 1968, ad una analisi più attenta ci siamo resi conto che, tra i pluri-vincitori, solo Mats Wilander (e in parte Ivan Lendl, ma l’ex-cecoslovacco soprattutto per le finali perse ad inizio carriera) ha distribuito i suoi successi quasi equamente tra una fascia e l’altra; tutti gli altri hanno contrassegnato un’epoca precisa. Vediamo come.

1968-1984

Dal Roland Garros 1968 agli US Open 1984 si sono disputati 68 slam equamente divisi (in Australia se ne giocarono due nello stesso anno, a gennaio e dicembre 1977, compensando così la mancata presenza del ’68) tra le quattro prove. In questo lasso di tempo ci sono stati 22 diversi vincitori e altri 20 che hanno giocato una o più finali senza mai aggiudicarsi un titolo.

A parte Rod Laver – che mise a segno nel 1969 il suo secondo Grande Slam per poi di fatto iniziare il declino di una carriera per certi versi ineguagliabile –, i tre campioni che hanno caratterizzato questa prima fascia sono stati senza dubbio Jimmy Connors, Bjorn Borg e John McEnroe. Complessivamente, i tre hanno staccato il 30% dei biglietti disponibili per le finali (41 su 136) aggiudicandosi il 38% dei titoli (26 su 68). Questi, che già di per sé sono buoni dati, diventano ottimi se riduciamo il periodo dagli Australian Open 1974 (primo degli otto slam di Connors) agli US Open 1984 (ultimo di McEnroe), in tutto undici stagioni e 45 tornei, oltre la metà dei quali (sempre 26) conquistati dai suddetti, con il solo Guillermo Vilas (4 vittorie e altrettante finali) a tentare di insidiarne la supremazia, come accadde nel 1977 quando l’argentino centrò i titoli sulla terra rossa di Parigi e su quella verde di Forest Hills e tuttavia il computer dell’ATP gli negò la più che legittima soddisfazione del primo posto nel ranking.

1985-2001

Come anticipato nell’introduzione, con Mats Wilander nella veste di eroe dei due periodi (e quindi in un certo modo difficile da collocare nonostante le 11 finali di cui 7 vinte e il magnifico 1988 in cui fece suoi ¾ di Grande Slam e divenne il n°1 al mondo), la seconda fascia si caratterizza per la fluidità con cui i cinque principi ereditari hanno via via legittimato le personali aspirazioni al trono di re. Lendl, Becker, Edberg, Agassi e Sampras hanno, ciascuno a suo modo, monopolizzato l’età di mezzo anche se di fatto i numeri di “Pistol” Pete sono pressoché inarrivabili; sua infatti è la seconda miglior percentuale assoluta di vittorie in finale (14 su 18, quasi il 78%) tra coloro che ne hanno giocate almeno cinque (il primato appartiene a Laver che però di fatto limitò la sua presenza alle prime due stagioni open) nonché il record di finali vinte consecutivamente (ben otto da Wimbledon 1995 a Wimbledon 2000).

In ogni caso, la forte personalità di tutti i numeri uno sopra elencati ha fatto sì che non ci sia stata una sola e vera rivalità in quegli anni, bensì un panorama piuttosto esteso di racchette di primissimo piano con l’inserimento di altri (Courier, Rafter, Kuerten) che non sono stati così longevi ma nel breve periodo hanno saputo imporsi a tutti i rivali. A tal proposito, ci viene in aiuto la statistica relativa ai numeri 1 ATP che sono stati 6 tra il 1973 e il 1988 e ben 14 tra il 1989 e il 2001.

2002-2018

Ed eccoci ai giorni nostri. Nell’ultimo terzo di era open, lo spostamento di valori in apparenza è stato minimo (c’erano stati 22 vincitori sia nel primo che nel secondo a fronte dei 16 registrati dal 2002 in poi) ma il dato si fa particolarmente rilevante se facciamo partire il conteggio dal momento in cui Roger Federer ha conquistato il suo primo slam (Wimbledon 2003). Da quel momento, infatti, più dell’80% dei titoli sono finiti nelle mani di tre soli giocatori, addirittura il 92% se accostiamo al terzetto gli unici due che hanno avuto il pregio di ritagliarsi un angolo di cielo: Andy Murray e Stan Wawrinka.

Insomma, da quando Federer e Nadal (prima) e Djokovic (qualche tempo dopo) sono apparsi sulla scena, agli altri è rimasto davvero poco da dividere. Solo cinque tennisti, infatti, hanno provato a ribellarsi (ma ciascuno per una sola occasione) al dominio; è successo tre volte agli US Open (Roddick 2003, Del Potro 2009 e Cilic 2014), una in Australia (il recidivo Safin nel 2004) e una al Roland Garros (la meteora Gaudio nel 2004).

Naturalmente, oltre ai titoli conquistati, Djokovic, Federer e Nadal hanno disputato e perso anche un buon numero di finali (26, delle quali ben 20 tra loro) ingigantendo la sensazione già ampiamente percepita che il loro sia stato (e sia tuttora) una sorta di monopolio.

IL FUTURO

Per chiudere, uno sguardo rivolto al futuro. La seconda giovinezza di Roger Federer, durante la quale lo svizzero ha messo altri tre major nella sua già ricca bacheca e parzialmente sistemato il bilancio nei confronti diretti con Nadal, sembra essersi conclusa. Il condizionale, in questi casi, è d’obbligo anche se il tempo non fa sconti. Di cinque anni più giovane, ma con un fisico inevitabilmente provato dal tipo di tennis espresso, Rafael Nadal è tuttora il numero 1 del mondo ma anche per il mancino di Manacor – più volte risorto dalle proprie ceneri – non sarà facile mantenersi a questi livelli, quantomeno lontano dalla terra rossa. Infine, il poliedrico Novak Djokovic sembra essersi messo dietro le spalle la lunga crisi e, sia pur non con le vette delle stagioni in cui dominò il circuito, ha le credenziali in regola per confermarsi su qualsiasi superficie ancora per un discreto arco temporale.

Nel frattempo, finita negli oggetti smarriti un’intera generazione di potenziali campioni (Dimitrov, Raonic, Nishikori, etc…), ci si appella a quella nuova per individuare gli eredi al trono, ben consapevoli che la strada sarà tutta in salita. Tuttavia, i segnali, sia pur timidi, sono confortanti. Dato per scontato che i baby fenomeni non esistono più (e saremmo felici di essere smentiti, sia ben chiaro) e che al giorno d’oggi un ventenne può aspirare al massimo a vincere un 1000 o ad entrare tra i primi quattro in uno slam, non mancano i nomi in grado di garantire al tennis maschile un roseo futuro. Nell’ultima classifica ATP, ben 12 dei primi 40 hanno meno di 25 anni e cinque di questi sono nei primi 20: Alexander Zverev, Stefanos Tsitsipas, Kyle Edmund, Borna Coric e Lucas Pouille. E non dimentichiamoci dei due diciannovenni Shapovalov e de Minaur. Saranno loro, verosimilmente, a rassicurarci – ove ve ne fosse veramente bisogno – che il tennis non si estinguerà con Federer, Nadal e Djokovic.

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  1. Lucia Fraccalanza - 3 mesi fa

    Djokovic un mito!!

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  2. Hüseyin Önem - 3 mesi fa

    Three kings

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  3. Terence Pippo - 3 mesi fa

    Detto questo se halep è tanto forte come mai non mai riuscita a trascinare ls sua Romania a vincere la fed cup eppure hanno la buzermuscu la begu la cirstea la bellissima dal tennis spumengiante niculescu a d… Non la posso vedere quella quest’ anno ha pure battuto la sharapova come non si sa con quel dritto cioppato bom basta

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  4. Terence Pippo - 3 mesi fa

    Speriamo che ai australian open 2019 siano nove anche perché ho un amico rumeno che continua a sfottermi riguardo al fatto che io tiffo Camila che per il momento non ha vinto Niente mentrr appunto la halep ha vinto tutto e numero uno al mondo ecc ecc ha maledettamente ragione il punto è che non sa neanche tenere uma rachetta in mamo e va beh ma non sa neanche la differenza tra topspeen backspeen dritto e rovescio senza parlare delle varie differenze tra servizio piatto slice e in kick ma robe da matti

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