La questione “Made in Italy”

La questione “Made in Italy”

Alcune riflessioni sulle polemiche, i progetti e le speranze in questa nuova ‘età dell’oro’ del tennis italiano.

Quali sono gli elementi utili per scatenare una sana e costruttiva discussione di carattere generale?

Il soggetto, il più delle volte, è irrilevante, o meglio può derivare da una qualsiasi conversazione e toccare le branche più disparate. Alla fine, davanti ad una birra o sulla soglia della porta di casa, superate l’obiettività e le proprie fonti, resta a fare da padrone l’orgoglio. Si sa, che quando si vanno a toccare certi tasti, ben precisi per ognuno di noi, tutto ciò che riusciamo a fare è difendere o attaccare a spada tratta quello che per noi ha più importanza, che sia un qualsiasi personaggio pubblico, un’idea male articolata oppure le nostre più profonde speranze, auspicandoci che un giorno quel qualcosa o quel qualcuno ci dia la possibilità, con i fatti alla mano, di andare a riscuotere quella piccola vittoria che tanto vale per il nostro spirito.

Non c’è bisogno di ricordarsi e di ricordare che, dal momento in cui parliamo di tennis in questo piccolo e buffo staterello, la questione più spinosa resta senza dubbio quella del “Made in Italy”, sempre più al centro di polemiche, talvolta ben assestate, spesso da Bar Sport. In queste settimane, con la stagione 2014 sulla rampa di lancio, si sono lette cose tanto discordanti quanto utili a capire quale sia la situazione attuale del nostro tennis, così come quella dei tifosi nostrali che sempre meno frequentemente si pongono l’epico dilemma della bandiera contrapposta al talento vero e proprio.

Sia chiaro, i “nostri” di talento ne hanno, ma è la valutazione di quest’ultimo in funzione dei loro colleghi che entra di prepotenza in questa diatriba.

Partiamo dalla spinosa questione del “Progetto Campi Veloci”, vaticinato dall’ex campione italiano Nicola Pietrangeli e dalla FIT: i nostri atleti attualmente al top, sono pronti al salto di qualità? Con Seppi e la Vinci che sembrano aver già raccolto il massimo dalle loro ottime carriere, così come Pennetta, Schiavone, Volandri e Lorenzi, la nostra attenzione si concentra sugli altri noti: da Fognini alla Errani, passando per stelline come Knapp, Giorgi, Burnett, Quinzi, Baldi e chi più ne ha più ne metta. Riusciranno questi ragazzi a distinguersi in un mondo che corre velocissimo e che parla sempre più la lingua del “cemento”, soprattutto nascendo sportivamente in una nazione con più del 70% dei campi in terra rossa?La Errani è stabilmente nella top-10 ma quando davanti a lei si para una collega che dovrebbe essere “pari peso”, il risultato spesso ha dato ragione alle avversarie, anche in maniera piuttosto netta. Fognini resta una miccia accesa, che sembrerebbe poter fare di più, ma non sappiamo, e forse non sapremo mai, fino a che punto può o potrebbe arrivare. Non è necessario citare i risultati positivi che hanno ottenuto, compito che invece potrebbe spettare alla nostra suddetta “discussione”.

Da qui, con questi talentuosi ragazzi sul banco degli imputati, le strade della discussione potrebbero dividersi più e più volte. Resta il fatto che da qui in poi si parla per presupposti e per convinzioni, non potendo fare altro che citare qualche evento in particolare, magari qualche allenatore giusto o sbagliato, e poi via con i patriottismi e le critiche.

Quale può essere, dunque, il fulcro di questo argomento tanto controverso e sentito?

Alla base resta sostanzialmente un problema di valutazione: se da una parte i tennisti azzurri vengono continuamente sovraccaricati, oltre che di ammirazione e tifo, anche di responsabilità e pressioni da ambiente e tifosi, il paragone con i loro colleghi di terra straniera è obbligatorio e necessario al fine di ottenere dei risconti positivi da una parte e dall’altra. Purtroppo si riscontra una continua involuzione da questo punto di vista, con i sostenitori di una certa categoria che spezzano in maniera fin troppo dura l’opinione concorrente, ponendo tra le due parti un muro invalicabile che risulta nocivo in tutto e per tutto, sia per l’educazione riguardante questo sport, sia per il vecchio pluralismo “sano” che metteva in evidenza pro e contro di certi atleti, con modi ed argomentazioni che stimolavano invece che distruggere.

Un esempio lampante si è avuto con le due trincee scavate dai fan di Nadal e Federer: due campioni a tutto tondo che si sono distinti fuori e dentro dal campo e che resteranno indelebili nella storia del tennis. Nonostante questo i rispettivi fans si colpiscono continuamente sotto la cintura andando oltre a ciò che mostra il campo e a ciò che effettivamente rappresentano queste due figure, andando a sfociare in pesanti scontri e conseguenti offese. Ci saranno sempre antipatie e simpatie, ma tali sensazioni possono essere sostenibili solo se supportate da un giusto approccio alla “lettura” dello sport inteso come gioco e come rispetto per l’avversario.

Tornando ai nostri atleti, non possiamo togliere loro i risultati che hanno conquistato, che sia un best-ranking da top-20, una finale Slam o i trofei in bacheca, ma come appassionati dobbiamo ricercare costantemente il meglio ed analizzare le varie situazioni che vanno ad interessare ogni singolo atleta, così come facciamo con i giocatori provenienti dalle altre parti del pianeta.

E’ innegabile che questa nuova età dell’oro del tennis italiana, soprattutto a livello femminile, abbia riportato la passione per lo sport del tennis nelle case degli italiani che, sonnecchianti, aspettavano successi freschi dopo la lunga pausa post-Panatta e compagnia. La nascita di un canale tematico come “SupertennisTV” ha ancora di più incentivato la rinascita di questo movimento e rendendo accessibile il tennis di tutti i giorni (o meglio, di tutte le settimane) al grande pubblico, scappando dal monopolio delle PayPerView, registrando progressivamente negli anni un’impennata di ascolti e di consensi, sempre con il tennis nostrano a fare da traino.

Che la parola sia data alle migliaia di tifosi sparsi in tutto il bel paese, con la rinnovata speranza che si riesca ad appianare le storiche divergenze, una su tutte la “questione Made in Italy”, partendo da un dialogo moderato e dalla convinzione che spesso da una discussione si può anche imparare e condividere, e non necessariamente incrociare le lame per difendere una posizione che mai e poi mai cambierà nel tempo. Così come cambia il tennis e cambiano i suoi interpreti, cambiamo noi con i nostri punti di vista ed i nostri favoriti. Che non cambi, dunque, la passione e la sana voglia di misurarsi tra ladies and gentlemen.

Quiet, please.

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