La settimana ATP: il vecchio ed il nuovo, con un italico in finale a San Paolo

La settimana ATP: il vecchio ed il nuovo, con un italico in finale a San Paolo

Settimana di grande tennis per il circuito ATP, sui campi di San Paolo, Acapulco e Dubai. Gli outsider brasiliani, le maratone messicane e lo spettacolo nella terra dell’oro nero. Chi si è imposto? Scopriamolo insieme…

Settimana piena quella appena trascorsa. Tre tornei ricchi di interrogativi della vigilia, con candidati alla vittoria chiamati a dare delle decise risposte sul campo.

A San Paolo, in terra “carioca”, poco hanno detto e fatto le teste di serie: in sei su otto non hanno addirittura superato il secondo turno, con Juan Monaco (N.4) e Tommy Haas (N.1) eliminati dal “evergreenPaolo Lorenzi, che tra poche ore si giocherà la finale contro uno scatenato Federico Delbonis, giustiziere di uno dei favoriti, ovvero Nicolas Almagro.

Qualche migliaio di chilometri a nord-ovest, si è giocato sul nuovo cemento di Acapulco, in Messico, dove la terra rossa ha lasciato spazio alla superficie veloce, attraendo personalità quali Murray, Isner, Gulbis e altri ancora.

I punti in palio, a differenza dei 250 di San Paolo, sono 500, ed il dato che si fa sentire di più è quello che scorre sui vari orologi a bordo campo: partite lunghissime e molto equilibrate, con la semifinale tra Murray e Dimitrov che si è prolungata fino a tarda notte, superando le due del mattino a suon di scambi di livello.

Grande protagonista è il sudafricano Kevin Anderson, N.21 del mondo e TdS N.4 del torneo che, nonostante la entry list, non sembrava poter essere un candidato alla vittoria finale ma, grazie al ritiro del capofila David Ferrer nei quarti ed alla bella vittoria contro un Dolgopolov Jr. in stato di grazia in semi, si è issato fino alla finale con grande merito. Davanti a lui nell’atto finale si è stagliato il bulgaro Grigor Dimitrov, che a definirlo promessa si finirebbe con l’essere ripetitivi, dal quale ci si aspetta sempre molto e spesso si rimane soddisfatti solo a metà. Stavolta il buon Grisha il suo dovere l’ha fatto alla grande, avendo la meglio, in serie, di Matosevic, Baghdatis, un Gulbis in crescita, e il favoritissimo Andy Murray. Nelle tre partite finali il nativo di Haskovo perde sempre un set e vince i rimanenti con 7 game, cinque su sei al tie break: non ha dominato, dunque, ma ha dimostrato di essere capace di un ottimo tennis e di saper gestire la tensione, oltre allo scomodo paragone con Roger Federer che da tempo circola nel circuito e che è sembrato tarpargli le ali da un punto di vista psicologico.

Un plauso sentito alla stellina bulgara che potrebbe aver imboccato la strada giusta, con Rasheed ad allenarlo con più bastone che carota, con tante possibilità di confermarsi e di fare il suo ingresso tra i migliori, a partire dai “mille” americani in rampa di lancio (al via il 6 marzo il combined di Indian Wells).

Last but not least”, ultimo ma non ultimo, il torneo più remunerativo della settimana, se non nel punteggio, quantomeno nel prize money: quasi un milione di dollari in più nel suo montepremi ($2.359.935 contro i $1.454.365 di Acapulco) è l’ATP 500 di Dubai, i “Dubai Duty Free Tennis Championships”.

Al via di lunedì i “botti” erano quasi assicurati, con le caselle d’onore occupate da senatori illustri come Djokovic, Del Potro, Berdych e Federer, con Tsonga, Youzhny, Kohlschreiber e Tursunov a completare l’elenco delle teste di serie.

Non si può parlare neanche di delusione-Del Potro, con l’argentino “made in Tandil” che ha giocato appena un set cedendo il passaggio al secondo turno all’incredulo Somdev Devvarman, anche se l’indiano non sembrava spacciato da subito. Con una voragine enorme nella parte bassa del tabellone, a fare i più sinceri ringraziamenti è l’esperto Philipp Kohlschreiber che, per raggiungere la semifinale, deve battere De Bakker, Seppi e Jaziri, lasciando per strada la miseria di 17 games spalmati sui tre match disputati. A sfidarlo nel penultimo atto del torneo, ecco Tomas Berdych, habitué delle fasi finali nei tornei di inizio 2014, che ha ottimamente estromesso Jo-Wilfried Tsonga con un secco 6-3 6-4.

Nella parte alta, a fare da padrone è Novak Djokovic, N.2 del mondo, che non scende neanche in campo per i quarti visto il ritiro di “Misha” Youzhny (influenza, ndR); si andrà a giocare l’approdo in finale contro un Roger Federer che, sebbene venisse da due vittorie convincenti contro Becker e Rosol, aveva sofferto non poco contro l’intramontabile Radek Stepanek, sempre velenoso in certe occasioni.

Si parte: beh, se volete godervi un po’ di bel tennis vi conviene guardarvi i match per intero, consiglio spassionato, o quantomeno qualche “highlight” fatto bene. Resta il fatto che a vedere giocare Federer contro Djokovic, per quanti lo hanno potuto ammirare nel corso della sua carriera ed in questo ultimo anno, verrebbe quasi da non crederci: recuperi alla Nadal, fendenti precisi e letali per il malcapitato serbo che, va detto, si trova anche se stesso come avversario, vista la evidente “giornata no”. Due set a uno è il risultato finale per lo svizzero, che si prenota per la rivincita della scorsa semifinale 2013, proprio contro Berdych che, con un doppio 7-5, si disfa di Kohlschreiber e cerca il secondo successo di fila, dopo la bella vittoria a Rotterdam di appena 15 giorni fa.

Lo scontro tra i due è scoppiettante, con il ceco che tenta di sfruttare le sue doti di giocatore solido e lo svizzero che fatica ad ingranare: i minuti passano e, invece di calare alla distanza, Federer cresce di rendimento e rimonta da uno svantaggio di un set a zero.

Dopo Halle, risalente al giugno scorso, l’ex N.1 del mondo si riprende un torneo, vincendo e convincendo, con nuove prospettive per il prossimo futuro, con uno sguardo alla classifica. Con un Federer così, per gli altri c’è davvero da preoccuparsi, e, per chi ama questo sport, c’è da sperare di rivedere in capo questo campione come solo lui sa fare, per dare un po’ di pepe ad una classifica decisamente troppo “lunga”.

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