Mardy Fish: “Ecco come sono uscito dal mio periodo buio”

Mardy Fish: “Ecco come sono uscito dal mio periodo buio”

L’ex tennista americano si racconta ai microfoni di BaselineTennis, parlando dei suoi ultimi anni di carriera travagliati da problemi cardiaci

Mardy Fish ha parlato ai microfoni di BaselineTennis dei problemi cardiaci che lo hanno costretto a stare fuori dai campi per un lungo periodo, dal 2013 all’agosto 2015, chiudendo poi la sua carriera da professionista agli imminenti US Open.

IL RICORDO –La stagione 2012 è stata davvero la prima volta in cui mi sono sentito diversamente. L’anno precedente era stato incredibile, finire nel 2011 al numero 8 al mondo e qualificarmi alle ATP Finals è stato il culmine di tutto il lavoro fatto. La perdita di peso di cui ho già parlato, il mio stile di vita che cambia, dedicarmi alla mia carriera: tutto è arrivato insieme come giocatore. E per la prima volta ho sentito la pressione e le aspettative di essere un top player. Sei in diverse direzioni e non avevo ancora capito come comportarmi. È in quel momento che tutto è cominciato.

Ho iniziato ad avere palpitazioni cardiache nel mezzo della notte quando ero nel circuito. Le avevo anche durante alcune partite importanti o quando bevevo. Mi era stata diagnosticata una fibrillazione atriale, un irregolare battito cardiaco che rendeva il mio cuore incontrollabile. È dura non pensare al peggio quando succede qualcosa del genere. Dopo la diagnosi, ho fatto sessioni di ablazione per correggere questa aritmia. Nonostante sia una procedura standard, il processo è intenso e invasivo. È stata un’esperienza stridente che mi è pesata. Dopo di ciò ho cominciato a sentirmi nervoso in tanti momenti della giornata.

Giocai una grande stagione estiva nel 2012, ero bello carico in vista degli US Open. Stavo giocando bene e dovevo affrontare Gilles Simon al terzo turno. Simon è un giocatore complicato da affrontare, ti fa giocare tante palle. La sessione diurna si era prolungata e abbiamo giocato a lungo. E qui tutto è cambiato. Ricordo il momento esatto dove sono crollato: ero al servizio nel quarto set e ho visto l’ora. Era già l’una di notte. Ho cominciato a pensare a tutte le cose che dovevo fare dopo la partita. Anche se avessi vinto, sarei dovuto andare in conferenza, fare un bagno ghiacciato, trattamenti e poi mangiare. Non sarei andato a letto prima delle 5 o 6 del mattino, dovevo poi svegliarmi per allenarmi e affrontare Roger Federer il giorno dopo. Tutto è peggiorato.

L’ANSIA AGLI US OPEN – Pensavo così tanto a questo che ho avuto un attacco d’ansia mentre ero al servizio. Gioco un match serale sull’Arthur Ashe agli US Open, tutto il lavoro fatto per giocare questi tipi di match e ora sono completamente immobilizzato. Non ricordo come ma in qualche modo ho vinto i tre game successivi prevalendo nell’ultimo set per 6-3. Subito dopo sono andato da un dottore. Le cose non sono migliorate dopo la partita e sono stato costretto al ritiro dal match con Federer, un duro colpo per me. Avevo così tanta ansia che avevo problemi ad andare in aereo o a dormire fuori casa. Dopo lo US Open sono andato a Dallas per allenarmi col mio allenatore Mark Knowles, dormivo così male che mia moglie Stacey è partita dal Texas per riportarmi a casa. La paura e lo stress mi ha fatto stare molto male a livello mentale.

Mi sono sempre sentito orgoglioso per essere stato un giocatore forte a livello mentale. Essendo cresciuto in Florida, ho imparato a giocare in condizioni difficili. Mi godevo quella fatica e proprio in estate ho fatto i miei migliori risultati. All’inizio è stato difficile parlare di questo. Sono un atleta, e dovremmo essere forti mentalmente più di qualunque altro, specialmente in uno sport individuale come il tennis dove hai solo te stesso per ricevere supporto.

LA DIAGNOSI – A fine 2013 mi hanno diagnosticato problemi d’ansia seri. Ho cominciato a seguire un duro regime di medicine e terapie. Nonostante fossi consapevole di ciò che mi stava succedendo, il processo è stato frustrante. Ogni volta pensavo che questo fosse un sogno, che sarei potuto tornare indietro di settimane. Dopo un po’ la mia vita ha riguadagnato un senso di normalità. Ho imparato ad evitare di fare ciò che poteva portarmi ansia. Potevo cenare coi miei amici, viaggiare da solo, avrei potuto fare tante cose che mi piacevano prima che l’ansia distruggesse la mia vita. Ma avevo ancora problemi sul campo, l’ansia e i problemi che avevo in alcuni match mi hanno portato a pensare di non poter più fare questo lavoro. Mi sentivo finito.

IL PENSIERO DEL RITIRO – Ho cominciato a pensare a come avrei dovuto ritirarmi. Ho staccato per un po’ giocando tornei di golf, grande esperienza per me. Ho viaggiato tanto , ho giocato un torneo in Canada che ho raggiunto viaggiando con mia moglie e il nostro figlio appena nato. Ciò ha distolto la mia mente dal fatto che non potevo avere uno spirito competitivo che era stato determinante nel lavoro svolto.

Ma l’idea che la mia carriera tennistica potesse finire per qualcosa di incontrollabile non l’ho mai presa bene. Lentamente ho cominciato a giocare in un modo che mi faceva sentire a mio agio. Ho cominciato a pensare di giocare coi miei amici e magari giocare anche il doppio. E poi ho deciso di provare a giocare di nuovo, non solo per me stesso ma per fronteggiare questi problemi.

NON SI È DA SOLI –  Durante questo processo avrei voluto avere qualcuno, magari un atleta, che avesse avuto una storia simile alla mia in modo da potermi confidare. Ho fatto amicizia con tante persone negli anni scorsi, persone che hanno avuto problemi di salute come i miei. Persone che lavorano come direttori di 500 aziende o che sono atleti professionisti sono venuti da me per parlarmi dei loro problemi. Queste difficoltà condizionano chiunque. Ma voglio persone che capiscano che questo può essere battuto. Anche le persone che lavorano negli ambienti dove c’è la più alta pressione possibile, possono battere questo. Per chi convive con qualunque tipo di problema di salute che condiziona a livello mentale: non siete soli. Ce ne sono milioni e milioni. Essere aiutati, e subito, è molto importante. Si può tornare alla vita di prima nonostante nel mezzo del processo magari non pensi di potercela fare. Lo dico io che l’ho vissuto: si può star meglio.”

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