Montepremi, tra eguaglianza e dissensi

Montepremi, tra eguaglianza e dissensi

Dopo tanti anni è ancora polemica sui compensi del tennis fra uomini e donne

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Sono passati sei anni da quando Wimbledon ha deciso di offrire alle donne lo stesso montepremi messo a disposizione agli uomini. Ma ancora ogni anno c’è chi s’interroga o dissente, chiedendo se le donne meritino davvero questa par condicio. Questo comunque è già, in sé per sé, un enorme risultato per il panorama tennistico femminile. A meno di enormi cambiamenti nella società e nel mondo del tennis, un passo indietro verso periodi bui, non c’è motivo di ritornare sulla decisione. Offrire alle donne un uguale montepremi ha significato portare anche il tennis nel ventunesimo secolo, un riconoscimento che alle donne spettino gli stessi diritti degli uomini. Ora, il dilemma che strugge ed crea discussione nel pubblico televisivo, risiede nel fatto che nei tornei del Grande Slam, i due eventi non siano uguali; gli uomini giocano al meglio dei 3 set su 5, mentre le donne al meglio dei 2 set su 3. E’ giusto quindi che il maggiore “sforzo” da parte degli uomini comporti anche una conseguente maggiore retribuzione? Non credo, e se dovessimo metterla su questo piano ci sarebbe ben poco da dire: la diversità fisiologica tra uomini e donne suggerisce che i due sessi compiano esattamente lo stesso sforzo; per una donna giocare uno sfiancante match di tre set equivale a giocare cinque set per un uomo (come ci dice Tommasi infatti, “Personalmente ritengo che sia giusto che la vincitrice di un grande torneo incassi quanto il vincitore (la questione che gli uomini giocano sui cinque set, le donne sui tre a mio parere è insignificante), semmai credo sia eccessivo che le donne abbiano tabelloni di 128 giocatrici, 64 sarebbero sufficienti e garantirebbero nei primi turni un maggiore equilibrio”.
Inoltre, come disse una tale Martina Navratilova: “Se per avere lo stesso montepremi degli uomini dobbiamo giocare tre set su cinque, siamo disposte a farlo…” La domanda a questo punto sorge spontanea: potrebbero le tenniste giocare 3 set su 5? Certo che potrebbero e, come i veri appassionati ben sanno, fino a non poco tempo fa (dal 1984 al 1998, ndt.) il Masters femminile di fine anno aveva una finale che si disputava al meglio dei cinque. Tutto iniziò con quella che nelle memorie è ricordata come “La Battaglia dei Sessi”, e che vide opposti Billie Jean King e Bobby Riggs. La King, paladina del movimento di liberazione delle donne, vendicò la sconfitta della sua amica Margaret Smith Court, battendo il suo rivale per 6-4, 6-3, 6-3 e dando inizio a quella che sarebbe stata una vera e propria rivoluzione, non solo tennistica, bensì morale. In quella partita Riggs, travolto dai debiti di gioco, avrebbe perso apposta con la regia della mafia a cui doveva 100mila dollari; questo quanto rivelato alla trasmissione ‘Outside the Lines’ della Espn, da Hal Shaw, ora 79enne, all’epoca assistente istruttore di golf al Palma Ceia Golf and Country Club di Tampa, in Florida. Egli avrebbe assistito ad un colloquio segreto ed avrebbe taciuto “per paura”. Tornando a noi, un match 3 su 5, oltretutto nel tennis femminile, farebbe sì che il numero di match trasmissibili in una giornata diminuirebbe notevolmente ed a pagarne saremmo solo ed esclusivamente noi poveri spettatori, o tutt’al più le emittenti televisive.
Coloro che predicano questa fantomatica teoria di far giocare anche le donne al meglio dei 5 set, sarebbero contenti di vedere meno tennis e più maratona? Ne dubito. Il discorso cambia, o potrebbe cambiare, dal momento in cui subentrano fattori esterni come sponsor, introiti vari e pubblico pagante; in tal caso potremmo aprire dibattiti lunghi pagine, per arrivare poi ad una sola e semplice conclusione: il tennis maschile attira più pubblico, più sponsor ed è più seguito (almeno attualmente). Questa è una delle affermazioni più comuni e demagogiche a cui si adduce quando si tratta questo argomento, ma certamente da non sottovalutare, nonostante apparentemente possa sembrare una banalità. Domanda e offerta direbbero che è assurdo parificare i montepremi, quindi la scelta più giusta sarebbe quella di tornare al passato, attuando, a mio parere, un’involuzione dal punto di vista dell’uguaglianza per la quale si combatte quotidianamente in ogni ambito. Una scelta che conviene infatti, non è sempre una scelta giusta.
Probabilmente il mio ragionamento è assolutamente fuori da ogni logica di mercato, ma lo sono altrettanto quelli dettati da un’ottica assolutamente parziale e riduttiva. Mi si dice che, siccome sono gli uomini ad attirare più sponsor, più pubblico etc. è giusto che guadagnino di più; proviamo, ipoteticamente, a pensare ad un futuro dove la situazione sia capovolta, con un tennis femminile in auge ed un tennis maschile di scarso traino. Coerenza vi dovrebbe portare a dire che, in una situazione del genere, sarebbe giusto che le donne guadagnassero più degli uomini, ma chissà perché credo che un’ipotesi tale non rientri nelle idee di molti. Altro punto: il discorso degli introiti, sponsor ed altro mi sembra molto parametrato sulla situazione attuale, dove (nessuno lo può negare) il tennis maschile è complessivamente superiore a quello femminile, che d’altro canto, è proiettato, entro 2-3 anni, verso un ricambio generazionale. Proviamo a questo punto a pensare alla situazione di un passato non troppo lontano: Serena e Venus Williams, Lindsay Davenport, Maria Sharapova, Justine Henin, Mary Pierce, Kim Clijsters, Jennifer Capriati, Elena Dementieva, Amélie Mauresmo, solo per fare i nomi dell’ultimo grande e florido periodo di tennis femminile.
Qualcuno ha il coraggio di dire che quelle partite non vendessero assai, che la qualità fosse bassa, che al pubblico non interessassero, che gli stadi non fossero pieni? Non credo, e la dimostrazione sta nel fatto che, all’epoca, per sostenere la disparità di trattamento economico, si invocava a pie’ sospinto la differenza 2/3 e 3/5, motivazione peraltro assai risibile e fragile, e non quella di una sedicente qualità e di certi interessi, sponsor e guadagni. La disparità di guadagni è esistita per decenni: vi siete forse indignati del fatto che Martina Navratilova, Chris Evert, Billie Jean King, Margaret Smith Court, Hana Mandlikova, Steffi Graf, Monica Seles, Martina Hingis, Jana Novotna, Gabriela Sabatini, Helena Sukova e altre guadagnassero meno dei colleghi maschi? “Il circuito femminile è pronto, disposto e in grado a giocare al meglio dei cinque set. Basta che ce lo dicano”, afferma la CEO della Wta, Stacy Allester, cavalcando l’onda delle sue colleghe Navratilova, King e Williams. Certo, ad onor del vero, va detto che la sparata sui 3 set su 5 ha una valenza più simbolica che reale, dato che, la stessa Allester sa benissimo che la sua è una provocazione fine a sé stessa, un po’ come quella di chi parla di doping sapendo che i controlli sono inadeguati e vi si nasconde dietro in modo talvolta, subdolo (passatemi il termine). Nel panorama italiano, si esprime l’ex tennista e commentatrice di Sky Sport, Laura Golarsa, che dice: “I compensi dovrebbero essere stabiliti in base al periodo storico. Ci sono stati momenti in cui il tennis femminile aveva un valore maggiore, e quindi avrebbe meritato una retribuzione ancora superiore. C’è stato un anno in cui il numero 4 ATP era Jonas Bjorkman e la numero 20 WTA una certa Zina Garrison. Oggi gli equilibri si sono ribaltati: non c’è dubbio che il numero 100 ATP valga più della numero 100 WTA”. Non me ne voglia Laura, ma questo discorso, sempre a mio parere, non sussiste, dal momento in cui, il passaggio da un’epoca ad un’altra è una trasformazione impercettibile, che, con il passare degli anni, tenderà sempre ad essere meno marcata e soprattutto risulterà, inevitabilmente, molto soggettiva.
Le donne comunque, checché se ne voglia dire, tra presunti imbrogli e grande volontà, hanno conquistato la parità: giusto o sbagliato che sia, difficilmente si tornerà indietro a cose fatte, ormai. Certo, le provocazioni saranno sempre all’ordine del giorno, ma il tennis è andato in una certa direzione, ed ormai è troppo tardi per cambiarla, cari maschietti. “Il tennis femminile? Due set di immondizia che durano appena mezz’ora” Pat Cash “Non c’è nulla di più rivoluzionario che mostrare la forza fisica di una donna” “Questi uomini ricchi non capiscono quanto abbiamo bisogno dei soldi noi tenniste.” Billie Jean King
E voi come la pensate? Siete dalla parte di Pat Cash o di Billie Jean King?

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