MTO e tattica: una polemica che deve finire

MTO e tattica: una polemica che deve finire

Il match tra Murray e Seppi ha riproposto il tema della gestione del Medical Time Out (MTO). Può essere considerato un fattore per decidere l’esito di un match? Quali soluzioni per evitarne l’abuso. Facciamo chiarezza e un po’ di storia.

Il match tra Andy Murray e Andreas Seppi ha avuto una coda di interesse che andava al di là di quanto accaduto in campo e soprattutto tra i due giocatori. Anzi, la stretta di mano finale e gli ampi sorrisi tra i giocatori sembrano confermare che Seppi non ha avuto alcun danno dal Medical Time Out (MTO) chiamato dallo scozzese all’inizio del quarto set, quando dopo aver perso il terzo, era andato sotto di break. Problemi ad una spalla, denuncia la testa di serie n. 3, ma pomo della discordia sarebbe la sostituzione del trainer, in quanto il primo sopraggiunto sul campo centrale non era di gradimento di Murray. Così, molto tempo è passato, l’effetto di 6 games a zero messi a segno dall’altoatesino si sarebbe smorzato, a tal punto da consentire a Murray di renderglielo pari pari, e conquistare la vittoria.

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Questo l’antefatto, ma si impone un minimo di riflessione su questa questione degli MTO, perché non è questo il primo caso che accende i riflettori della stampa specializzata e desta l’interesse degli aficionados.

Cerchiamo di capire intanto cosa preveda il regolamento dell’ITF per i tornei dello Slam in materia di medical timeout, rinnovato nel 2010 a seguito di una lunghissima discussione che partì nel lontano 1995 quando il giapponese Matzuoka rimase quasi immobilizzato in campo da un irrigidimento muscolare durante il suo incontro con Petr Korda agli US Open. Leggiamo insieme il capitolo 5, articolo 3:

Una condizione medica è un malessere o un infortunio muscoloscheletrico che richiede valutazione e/o trattamento medico da parte del fisioterapista/trainer”. Fin qui nulla da segnalare, anzi tutto molto normale e generale. Capiamo ora cosa si intenda per  “condizioni mediche”

-acute: sviluppo improvviso di una condizione o di un infortunio muscoloscheletrico che richiede trattamento immediato;
-non acute: malessere o infortunio muscoloscheletrico che si sviluppa o si aggrava e richiede trattamento durante i campi campo o a fine set.

E quindi possiamo parlare in due tipologie, quelle “trattabili” da un operatore e quelle “non trattabili”. In particolare, negli stati “non-trattabili” rientrano:
-Ogni condizione medica che non possa essere trattata in modo appropriato o che non possa essere migliorata nel tempo concesso.
-Ogni condizione (sintomi compresi) che non si sia sviluppata, o che non sia peggiorata, durante il riscaldamento o il corso del match.
-Stanchezza generale.
-Ogni condizione che richieda iniezioni, infusioni intravenose o ossigeno, a eccezione del diabete, previo ottenimento di certificazione medica, nel qual caso sono consentite iniezioni sottocutanee di insulina.

È bene chiarire infine che ogni giocatore può avvalersi di massimo due  MTO durante un match, eventualmente anche in modo consecutivo se ha due patologie differenti da curare.

Come potete leggere voi stessi il regolamento è molto elastico, si presta ad essere interpretato in modo diverso a seconda delle situazioni che ogni match può presentare. Ci si è trovati di fronte ed evidenti abusi, come nel caso del match tra Vika Azarenka e Sloane Stephens durante l’Australian Open del 2013: una lunghissima interruzione con uscita dal campo e intervento medico non chiaro, in quanto la stessa giocatrice denunciò nel post-match (regolarmente vinto, a proposito) di aver avuto problemi alla schiena, un attacco di panico e un dolore al ginocchio.
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È noto infatti nel mondo del tennis che è sempre molto difficile per un giocatore in perfetta efficienza giocare con un avversario menomato, o almeno supposto tale. Immagine poi cosa accade quando il MTO viene richiesto spezzando, di fatto, un momento positivo di uno dei due giocatori, che viene costretto a fermarsi e a perdere giocoforza il trend positivo (Moretti mi perdonerà) ottenuto in campo. Esattamente come nel caso di Seppi ieri.

Clamoroso evento di segno opposto a quello di Vika Azarenka è rappresentato dal torto bello e buono subito da Lu, l’ottimo giocatore di Taipei, che da infortunato è stato costretto da una interpretazione del tutto erronea del giudice di sedia, a ricevere un trattamento ben 5 games dopo averlo chiesto, ed essere costretto poi al ritiro per le probabili conseguenze di un intervento avvenuto in chiaro ritardo (siamo nel 2010 al Master 1000 di Cincinnati).
The Championships - Wimbledon 2012: Day Two

Nel 2012 la nostra Karin Knapp ha subito un infortunio per una ferita procurata da una scivolata sull’erba di Wimbledon. Da quel momento, limitata per la vistosa fasciatura, si è mossa con grande difficoltà, ma lottava. Ad un certo momento, la sua avversaria, l’inglese Balthacha, senza mostrare alcun sintomo, ha chiesto MTO a sua volta, denunciando problemi al ginocchio. Rientrata in campo ha dominato il resto dell’incontro. Fin qui, vi chiederete, cosa ci sia di strano: nulla, ma come diceva il “divo Giulio”, a pensar male si fa peccato ma spesso ci si azzecca e magari l’inglesina ha pensato bene di chiamare MTO per costringere la Knapp ad una pausa lunga che avrebbe raffreddato ulteriormente la sua muscolatura, che per solito migliora le proprie prestazioni anche in caso di infortunio giocando con un certo ritmo.

Nel 2005 la finale dell’Australian Open vide una battaglia di injury time combattuta tra Safin e Hewitt, chiamati più per motivi tattici che per effettive problematiche fisiche dei due giocatori, che saltavano in campo come grilli nonostante le temperature torride di Melbourne.

Djokovic

Lo stesso Marat, a Shangai, dopo aver perso contro un giovane Thomas Berdych, accusò il suo avversario di aver finto un infortunio per metterlo in difficoltà. E potremmo risalire ancora più indietro, fino ai crampi di Michael Chang nei quarti di finale del Roland Garros contro Ivan Lendl.

Il problema è talmente serio che la stessa Maria Sharapova ha proposto provocatoriamente tempo fa di istituire una tassa sui medical time out, convinta che questa soluzione ne limiterebbe drasticamente l’uso, anzi l’abuso. A lei rispose il russo Dimitry Tursunov, proponendo di istituire una tassa sulle urla in campo, a suo dire inversamente proporzionali alla situazione di punteggio, perché “chi perde comincia ad urlare di più”. Ogni riferimento a fatti e persone è puramente voluto.

Per chiudere l’evento più recente: Murray contro Djokovic al Roland Garros. Un caso che nel momento migliore dello scozzese il serbo abbia chiesto un MTO ancora non ben chiarito?

È fuori di dubbio quindi che il Medical Time Out debba essere rigidamente regolamentato, o quanto meno reso meno elastico a possibili interpretazioni da parte degli arbitri, o che possa essere chiamato durante i set solo in presenza di sintomi quali sanguinamenti copiosi, vomito, svenimenti, e che per norma possa essere gestito solo nei cambi di campo o tra un set e l’altro. Ma a parte questo, riteniamo che si debba accompagnare nella sua gestione un vero e proprio codice etico, qualcosa che ricordi a tutti che il tennis, al netto degli interessi economici che attorno ad esso girano, è uno sport dai gesti bianchi, come quando il barone Von Kramm dichiarò di aver sfiorato una palla in una finale interzone di Coppa Davis, quando nessuno si era accorto dell’episodio. Si trattava di una palla da nulla, un match-point a favore.

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