Novak Djokovic, il campione che “nessuno” venera

Novak Djokovic, il campione che “nessuno” venera

Durante la finale dopo la quale Novak Djokovic avrebbe il suo terzo titolo a Wimbledon, il pubblico di Londra aveva tifato, dall’inizio alla fine, a favore del ‘solito’ svizzero: Roger Federer.

Novak si è sentito come un intruso che non ha pagato il biglietto alla festa di Roger Federer. Il pubblico del Centrale si era vergognosamente schierato, tentando di trasformare l’All England Club nell’equivalente di Basilea, e ha accolto la sua terza vittoria senza troppo clamore.

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E’ successo ben poche volte che, a Wimbledon, un campione ha dovuto sopportare grida ‘nemiche’ o lamentele per i suoi vincenti. Durante un nervoso quarto set, il serbo ha pensato di averne davvero abbastanza, quando ha gridato come una furia contro uno spettatore che aveva chiamato un ‘out’ tra la prima e la seconda di servizio. Certo, aveva tutto il diritto di essere arrabbiato. Infatti la carriera di Djokovic ha posto una domanda cruciale: dov’è il tifo nei confronti del campione serbo?

Nole ha ricevuto un rispettoso applauso quando si è affacciato con il trofeo dal balcone del Centrale, lanciando qualche palla per pochi bambini entusiasti, ma nulla in confronto alle impetuosi groupie che caratterizzano il culto di Federer. Djokovic al momento ha conquistato nove Major, solamente due in meno rispetto a Rod Laver e Bjorn Borg, entrambi testimoni del suo ultimo passo verso l’immortalità.

Come Sampras, Djokovic corre il rischio di non essere giustamente apprezzato prima del suo ritiro. Il numero uno del mondo è flessibile, versatile, esplosivo, dotato di un supremo atletismo che ha rivoluzionato il gioco maschile. Non ha evidenti debolezze su erba, terra o cemento. Inoltre è generoso e a volte sembra che si danneggi da solo, cercando di riabilitare la sua terra (la Serbia) agli occhi del mondo. Ha bisogno di essere apprezzato, ma la tiepida reazione del pubblico ai brillanti quattro set, ha dimostrato che i suoi sforzi non sono stai ripagati.

Ogni anno che passa, però, sembra che Novak sia destinato a ricoprire il ruolo di outsider, del ‘terzo incomodo’, essendo arrivato nel mezzo del duopolio Federer/Nadal e perciò reclama la sua fetta di adulazione.

Un sondaggio pubblicato poco prima della finale ha indicato che il 75% degli spettatori di Wimbledon stava tifando Federer, ma il vero numero sembrerebbe più vicino al 95%. L’atmosfera sarebbe stata ancor più di parte solamente se i fans avessero suonato le campane svizzere.

Djokovic, interrogato sulla mancanza di affetto dalle tribune, ha mostrato un ammirabile self-control. “Questo non mi irrita, me l’aspettavo. E’ normale perché Roger è un campione fuori e dentro dal campo. E’ un ragazzo adorabile, inoltre ha giocato a questi livelli per molto più tempo di me. E’ sempre così ogni volta che gioco con lui, lo devo accettare. Devo lavorare per guadagnarmi la maggioranza dei consensi”.

Djokovic ha scrupolosamente reinventato la sua persona mostrando tutta la sua deferenza per i rivali. Una volta era l’impertinente teenager, che gli faceva l’imitazione del tic di aggiustarsi i capelli. Dopo era il “Djoker”, malamente tollerato da Federer, il quale una volta gridò: “State zitti!” ai genitori Srdjan e Diana. Ora è semplicemente Nole: una figura misurata e rappresentativa, che nelle dichiarazioni pubbliche appare impeccabilmente benevola verso i rivali.

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Questo non significa che Djokovic e Federer siano diventati amici inseparabili. Loro sono fondamentalmente persone diverse ed è stato chiaro a tutti quando Federer camminava nel corridoio del Centrale, mentre l’avversario era abbracciato alla moglie. Lo svizzero è passato furtivamente e con la testa china. Non lo ha nemmeno guardato. Raramente potremmo trovare due uomini che rispecchiano alla perfezione i loro paesi: Federer il modello svizzero di riservatezza e precisione, Djokovic l’incarnazione dell’esuberanza serba. Lui è fieramente orgoglioso di questo, avendo già indossato la bandiera nel suo primo trionfo a Wimbledon. Ma la sua sincerità è come il nazionalismo serbo, il modo in cui si vende ha più vantaggi che svantaggi.

Stefan, suo figlio, ha lo stesso nome della dinastia dei re del dodicesimo secolo. Nole sta anche lavorando con un progetto di ricerca e di diffusione del lavoro dello scienziato Nikola Tesla, l’ingegnere elettrico serbo più celebrato.

In breve, Djokovic è il fenomeno che permette ai serbi di dimenticare il loro drammatico e recente passato. Solamente la scorsa settimana, Aleksandar Vukic il presidente del Paese, è stato inseguito con un lancio di pietre nel paese di Srebrenica. Ma Ognjen Pribicevic, l’ambasciatore in Gran Bretagna, era nel Royal Box per godere del suo talento che verrà celebrato a Belgrado nei giorni a venire. Ma forse la maggior qualità che Djokovic ha mostrato è la sua resilienza. Dopo aver ceduto il secondo set a Federer, una mini-leggenda che verrà riproposta per decadi durante i ritardi per pioggia, Djokovic ha scaricato la tensione strappandosi la maglietta dal petto al changeover e poi ha prontamente brekkato Federer per sedare il fervore della folla. La sua ostinazione era tale da non da dare appigli psicologici al rivale. Ha vinto nel Centre Court grazie alla virtù di essere implacabilmente bravo.

Tralasciando la caricatura che lo dipinge come qualcuno che terrorizza le raccattapalle, ha mostrato la sua signorilità firmando la gamba ingessata di un uomo. E’ altruista con i giornalisti, che alla conferenza stampa di fine stagione ricevono i cioccolatini gratis. Da tempo è il giocatore più forte in circolazione. Ma qui, contro Federer, era tratteggiato come l’antagonista, l’alternativa.

La logica è perversa. Ma Djokovic, con più della metà dei 17 di Federer, a ventotto anni, dominerà il suo sport fino al livello che presto gli potrebbe permettere di essere il più vincente della storia.

Source: The Telegraph

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