Se Dimitrov fa il Dimitrov, ci piace

Se Dimitrov fa il Dimitrov, ci piace

Lontani sembrano essere i tempi in cui mirava a raggiungere i traguardi i Safin, affiancandosi all’algida urlatrice Sharapova che, con glaciale rigidità, gli stringeva la mano, rendendo felice soltanto Alfonso Signorini.

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Doverosa premessa: Quando, anni or sono, esperti indovini profetizzarono nel giovane Grigor Dimitrov la perfetta reincarnazione del divino Federer, confrontandone ogni idilliaca movenza, io mi schieravo, controcorrente, dalla parte degli scettici. Non tanto per la palese somiglianza tecnica in qualche fondamentale, ma per un dettaglio che proprio non riuscivo a trascurare.
Gli stessi, infatti, non avevano fatto i conti con quella grigiastra parte di massa encefalica, sede di ogni ragionamento, somigliante più, nel caso di Dimitrov, a quella della sorellastra Bouchard, ridottasi ad esultare senza freni per la prima vittoria del 2017, la seconda da Wimbledon ad oggi.

La settima scorsa però, nell’asfissiante calura australiana, l’eterna promessa bulgara mi ha seriamente impressionato.
Oltre alla cristallina estetica dei colpi, nei quali spicca, ai miei occhi incompetenti, la sfilettata in back di rovescio che muore sul caldo cemento incapace di respingerla, evidenti sono i progressi fisici.
Resistenza ad oltranza ed esplosività nei colpi, con mirabili piroette che lo rendono grazioso nei cambi di direzione.
Improponibile il confronto con il papero Raonic, abilmente domato con rapide e incessanti variazioni tattiche, le stesse applicate contro il laccato Thiem, ormai destinato (come da me predetto, ricordatelo) a soccombere al talento di alcuni più istrionici avversari.

Lontani sembrano essere i tempi in cui mirava a raggiungere i traguardi i Safin, affiancandosi all’algida urlatrice Sharapova che, con glaciale rigidità, gli stringeva la mano, rendendo felice soltanto Alfonso Signorini. Con Marat, effettivamente, condivide appieno la passione per le sfarfallanti gonnelle, ma non lo stesso irripetibile carisma. D’altronde, di Safin, ne esiste solo uno, per fortuna.
Ora, però, fiducioso, viaggia alla volta di Melbourne, dove, tra un apericena ed un party di benvenuto, si farà strada tra i mediocri pallettari del tabellone australiano.
E se il nuovo Federer (un nuovo inchino agli abilissimi negromanti) facesse più strada del vero Federer, una porta spazio-temporale si aprirebbe sulla Rod Laver arena, facendo tornare e vincere a mani basse Bill Tilden, in pantaloni e camicia.

Sarebbe un’immagine stupenda, non trovate?

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