IL RITORNO DI VERA ZVONAREVA

IL RITORNO DI VERA ZVONAREVA

Vera Zvonareva si è iscritta al torneo cinese di Shenzhen, in programma il prossimo 30 dicembre. Se la partecipazione venisse confermata la bella russa ritornerebbe dopo uno stop durato oltre un anno e mezzo. Eroina tragica e musa decadente, Vera è conosciuta più per le sue sconfitte che per i suoi successi ma potrebbe ancora dire la sua in un circuito apertissimo alle scalate di vecchie glorie

Vera Zvonareva è sulla via del ritorno. Lo conferma la notizia, apparsa poco tempo fa, della sua iscrizione all’entry list del torneo cinese di Shenzen, in programma dal 30 dicembre al 4 gennaio 2014. La bella moscovita, ventinove anni e ex n. 2 del mondo, pare pronta a rientrare dopo uno stop di oltre un anno e mezzo a causa di un grave infortunio alla spalla.

Vera Zvonareva non appare in un campo da tennis dal match di ottavi di finale alle Olimpiadi di Londra, coincisa con una tremenda sconfitta per mano della n. 1 del mondo Serena Williams, alla quale aveva lasciato un solo game. Da quel momento Vera aveva provato a rimediare al suo infortunio attraverso la fisioterapia e a fine anno aveva comunicato il suo ritorno agli Australian Open, al quale si era iscritta. Proprio durante gli allenamenti in vista della tournée australiana, la finalista di Wimbledon e Flushing Meadows sente di nuovo quel dolore fitto alla spalla e lo scorso febbraio decide infine di risolvere con l’operazione chirurgica un male che avrebbe finito per porre il colpo di grazia alla sua carriera. I mesi sono lunghi e travagliati e la bella ‘Bepa’ comunica attraverso i fan con calorosi messaggi pieni di speranza e a inizio marzo pubblica sul suo sito ufficiale una foto con il braccio fasciato da un enorme gesso mentre sorride alla macchina fotografica con quella solita aria fragile che abbiamo imparato ad amare nei suoi match-melodrammi sui campi da tennis. In allegato scrive “ritornerò presto”. Passano i mesi e Vera si divide fra Bradenton, Florida, impegnata con la riabilitazione nell’Accademia di Bollettieri e Mosca, la sua città natale, dove lo scorso settembre si laurea a pieni voti in Relazioni Economiche Internazionali presso l’Accademia del Ministero degli Esteri russo. Già ad agosto, tuttavia, Vera è già in campo che si allena, come testimoniano i video che posta sulla sua pagina ufficiale di facebook mentre prova qualche dritto da ferma sopra un campo polveroso e assolato circondato da palme. Proprio quando ormai il suo nome era caduto tra la schiera delle ritirate, Vera rispetta la sua promessa preannunciando un 2014 che potrebbe essere l’anno della sua rinascita.

E’ difficile spiegare Vera Zvonareva. Tra le folli baccanti e le psicologicamente labili tenniste che hanno riempito con la loro nevrosi gli stadi di tutto il mondo, lei è di certo la numero uno. Figlia di due ex professionisti di hockey su ghiaccio, Vera inizia a giocare a sei anni e fin da bambina rivela la sua fragile psiche, tanto che i suoi istruttori l’avevano soprannominata “?????”, “Lacrima”. Capace di rendere semplici partite di tennis in Odissee senza fine tra pianti, sfasciamenti di racchetta (anche in questa speciale categoria Vera è la indiscussa primatista di sempre: si ricordi il delirio durante un match a Charleston perso contro la Stosur) e borbottii sussurrati tra un servizio e l’altro. Ma quegli occhioni verdeazzurri umidi come mari sempre sul punto di scoppiare in tempesta e quel suo fascino da lady noire, meno markettaro della Sharapova, meno diafano della Dementieva, più imperfetto della Ivanovic, l’hanno resa forse la donna più conturbante del circuito.
Eterna seconda e perdente nata come poche, di lei si ricordano molto di più le sue sconfitte che le sue vittorie.
Una sua débacle, la ricordiamo tutti noi italiani, agli ottavi di New York nel 2009, quando nel secondo set le vennero annullati ben sei match-point da un’allora ventisettenne Flavia Pennetta, che poi aveva dilagato nel tennis. In un epico match tra ninfe, alla solarità esaltata della brindisina faceva contrasto il teatrino tragico della russa, tra strilli, racchette martoriate e la rimozione spasmodica di lunghe fasce bianche attorcigliate lungo le gambe.

Altre due sconfitte memorabili, questa volta in scontri senza storia, avvennero nel 2010, durante i suoi appuntamenti più importanti della sua vita, le due finali slam che naturalmente si è giocata in modo disastroso. A Wimbledon, dopo aver battuto Kim Clijsters in semifinale nulla può contro l’uragano Serena Williams, che la stende per 6-3 6-2. Più aperta la finale di Flushing Meadows, sempre contro la belga Clijsters, che però spreca sin dal primo punto, non entrando mai in partita e consegnando appena tre games. Unica la cerimonia di premiazione, dove la trionfante mamma Kim consola la più giovane sconfitta sussurrandole “un giorno, mia cara, un giorno sono sicura che vincerai anche tu uno slam” mentre il volto di Vera, quasi incredulo davanti a queste parole di circostanza, si attorciglia in una smorfia di dolore quando l’intervistatore le ricorda il suo status di cronica perdente. “Kim è stata bravissima anche se oggi non ho espresso il mio tennis migliore”; e poi, sforzandosi in un terribile sorriso, gli occhi persi a fissare le centinaia di yankee ad applaudire e gridare il suo nome, riemergendo per un istante dai suoi drammi interiori e rendendosi conto di essere tutto sommato una performer con in mano una racchetta, dichiara “Anyway, I still love New York…”.

Due lunghi anni dopo, nel 2012, il dolore alla spalla destra che la aveva penalizzata in alcuni tratti dei mesi successivi, diventa intollerabile. Dopo aver saltato il Roland Garros, Vera aveva fatto le sue ultime apparizioni sull’erba di Wimbledon, battuta al terzo turno sempre da lei, Kim Clijsters, che ora ritrova non con l’alloro della campionessa risorta ma con il fisico dimesso di chi come lei era al crepuscolo e aveva già stabilito, serenamente, che quella sarebbe stata la sua ultima stagione nel circuito.
Dopo aver perso il primo set per 6-3, Vera combatte strenuamente fino al 3-4 quando, subito il break, non viene fermata dalla tigre di Bilzen, bensì da problemi cardio-respiratori associati forse all’ansia e allo stress. Entra correndo in campo il trainer mentre con uno stetoscopio le tasta il cuore e dopo una breve chiacchierata Vera getta la spugna e viene condotta fuori dal campo, lacrimante.
Il vero epilogo avviene però alle Olimpiadi, dove subisce la sconfitta dall’altra avversaria in finale di slam che l’aveva sconfitta due anni prima, questa volta con ancor più durezza e un 6-0 6-1 che segna la fine dei giochi.
L’anno prossimo, però, Vera ritornerà e novella Fenice potrebbe dire ancora la sua in questo circuito leggermente rinnovato, privo di infrangibili gerarchie – se si esclude Serena – e potenzialmente ideale per il ritorno di una veterana dal pianto facile che, con il peso degli anni e delle sfortune, potrebbe aver nel frattempo costruito una corazza attorno a quel suo piccolo cuore.

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