Cara Serena, ancora non ci siamo

Cara Serena, ancora non ci siamo

Crea molto rumore l’eliminazione al secondo turno di Auckland per mano della Brengle. Le preoccupazioni alla vigilia erano però state malcelate dal coach Patrick Mouratoglou: c’è da recuperare serenità mentale oppure il percorso di recupero potrebbe diventare estremamente difficile.

Era abbastanza scontato aspettarsi da Serena Williams una condizione ancora lontano dall’ottimale e qualche passaggio a vuoto nei primi tornei di questo anno. Ma immaginarsi la sconfitta al secondo turno contro Madison Brengle (n.72 con alle spalle appena una finale a Hobart) era veramente difficile. E fra pochissimo inizia l’Australian Open, dove una vittoria le permetterebbe di recuperare punti importanti nei confronti della Kerber. Ma ora sembra un traguardo veramente complicato da raggiungere.

AUTUNNO 2016 – Lo scorso finale di stagione era stato dolce amaro per la Regina: da una parte la delusione per aver perso la prima posizione del ranking dopo anni in favore di Angelique Kerber e dall’altra il non essere riuscita a terminare la stagione nel migliore dei modi a causa di un infortunio alla schiena avevano minato il morale della giocatrice. A questo si aggiunse anche la palese insoddisfazione per aver mancato per due anni di fila non solo il titolo nel torneo di casa, ma persino la finale. Tuttavia qualche buona notizia era arrivata sul fronte della vita personale: l’inserimento da parte di People tra le 25 donne più influenti al mondo e l’annuncio del matrimonio con Alexis Ohanian, fondatore di Reddit, avevano portato della luce alla fine del 2016. Però, se si vuole guardare al campo, il risultato di stanotte è stato impietoso. Essere eliminate dalla Brengle non è ammissibile per Serena, e dimostra che tutte le incognite temute (e di cui poco si parlava) sono ben presenti e che 35 anni possono farsi sentire anche per la più forte di tutte, specialmente se il fisico è provato da tanti anni di gioco e da recenti infortuni.

serena

FORZA PSICOLOGICA – Ma è sulla tenuta mentale che le preoccupazioni aleggiavano. Dopo il primo atto di Auckland, andato a segno con qualche perplessità, al termine della partita il coach Patrick Mouratoglou era stato molto chiaro, sollevando qualche campanello d’allarme in conferenza stampa: «Quando hai la costante pressione della vittoria e sei costretto a vincere ogni partita nel corso dell’anno, la responsabilità viene avvertita tutta. Se non lo fai, la gente pensa che sei un giocatore finito che ha già dato il meglio. Le aspettative sono difficili da sopportare, e questa è una condanna di tutti i grandi campioni». Nulla di realmente convincente sullo stato di forma dell’attuale numero 2 al mondo, giusto un doveroso e corretto «si è allenata molto bene e sono convinto sia preparata». E inizia a diventare chiaro che non sono solo i quattro mesi di assenza a costituire il deficit più preoccupante: contro la Parmentier il dato più rilevante era stato la fallosità (pur con l’attenuante del vento e delle condizioni metereologiche avverse), mentre contro la Brengle saltano all’occhio una percentuale bassissima di punti realizzati con la seconda (47%), e un’incapacità realizzativa sulle palle break (2 su 12). Insomma, manca la solidità mentale, c’è tensione. Un’energia che va recuperata molto in fretta, perché la strada è già iniziata molto in salita, e siamo alla vigilia di un Australian Open che invece dovrebbe essere una tappa cruciale della stagione e di questa fase della carriera della Regina.

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