Sloane Stephens, profeta in patria

Sloane Stephens, profeta in patria

Negli Stati Uniti Sloane Stephens sembra essere tornata invincibile; l’ottimo risultato nel torneo di Miami, dopo il trionfo negli ultimi Us Open, è l’ulteriore testimonianza di un legame decisamente privilegiato con la sua terra natale. Il rischio, però, è che questa forza possa trasformarsi in un limite per l’americana.

di Pierluigi Serra, @pierluigi_serra

Gli ultimi mesi della carriera sportiva di Sloane Stephens sono stati una vera e propria altalena di emozioni; appena un anno fa, la venticinquenne di Plantation era alle prese con un brutto infortunio alla gamba sinistra che aveva frenato la sua brillante ascesa verso la vetta del tennis mondiale e che l’aveva costretta ad una delicata e dolorosa operazione. Tornata nel circuito nell’estate del 2017, Stephens, dopo qualche difficoltà iniziale, ha ottenuto risultati strabilianti nei due tornei nordamericani di Toronto e Cincinnati (semifinale in entrambi), rientrando, finalmente, nella top 100 Wta. Ad Agosto Sloane si è presentata agli Us Open da n.83 del mondo e, giocando per due settimane un tennis assolutamente perfetto, è riuscita ad alzare il trofeo dello Slam di casa, il successo più importante e insperato della sua ancora breve carriera.

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Tuttavia, forse per l’appagamento raggiunto dopo un trionfo così prestigioso, o forse per la grande pressione delle aspettative che, inevitabilmente, sono venute a crearsi intorno a lei, la Stephens ha dovuto attendere il ritorno delle competizioni sul continente americano per vincere di nuovo una partita. Dopo l’affermazione nell’Open degli Stati Uniti, infatti, tra Asia e Oceania, la giovane statunitense non è riuscita a vincere nemmeno un match, aprendo una preoccupante striscia di otto sconfitte consecutive, interrotta solamente a fine febbraio con il passaggio del turno nel torneo di Acapulco, Messico.

Ma la musica ha iniziato veramente a cambiare quando il circuito femminile si è finalmente spostato sul suolo statunitense, terreno di caccia preferito della Stephens. Dopo un inizio stentato a Indian Wells, dove è stata eliminata al secondo turno dalla russa Daria Kasatkina, poi finalista del torneo californiano, Sloane ha ritrovato il suo miglior tennis e, sui campi di Miami, si è spinta fino alla finale; nel farlo ha battuto giocatrici di livello assoluto come Garbine Muguruza, Angelique Kerber e una ritrovata Viktoria Azarenka, a dimostrazione della qualità del tennis espresso dall’americana, a tratti dominante proprio come lo era stata in occasione del trionfo di Flushing Meadows.

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Il legame della Stephens con la sua terra è, dunque, evidente, ma, allo stesso tempo, preoccupante; se, infatti, è vero che nell’ultimo anno ha vinto 17 delle 19 partite giocate negli Stati Uniti (mentre è 6-3 tra Messico e Canada), è altrettanto innegabile che, nel resto del mondo, Sloane abbia rimediato nove sconfitte, a fronte di nessuna vittoria. Questo dato, ancor più surreale se si pensa che la Stephens sarà n. 9 del mondo dalla prossima settimana, è sintomo di una maturazione non ancora compiuta e che necessita di essere portata a termine il più in fretta possibile. L’adattamento a superfici diverse dall’amato cemento americano dovrà essere una priorità assoluta nella programmazione della Stephens, che, se vorrà rimanere al lungo al vertice per raccogliere la pesante eredità delle sorelle Williams, non potrà più permettersi passaggi a vuoto come quello sofferto dopo la vittoria degli Us Open.

Nel frattempo, le resta da giocarsi la finale di Miami, la prima della carriera in un Premier Mandatory; la sua avversaria, Jelena Ostapenko, è avvisata, negli Stati Uniti la Stephens è quasi una sentenza.

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