Murray contro la FederTennis Britannica

Murray contro la FederTennis Britannica

Andy Murray considera “una perdita di tempo” parlare con i dirigenti della federtennis britannica, la LTA. Il motivo della polemica nasce dalla mancanza di ricambi generazionali dietro di lui e dall’uso non produttivo del National Training Centre di Londra.

Le finali di Davis, talvolta, sono foriere di polemiche.
Fu così nel 1998, quando Andrea Gaudenzi, Davide Sanguinetti e Diego Nargiso (con Gianluca Pozzi panchinaro di lusso) portarono l’ItalDavis di Galgani ad un inaspettato confronto con la Svezia, seguito poi dal gelo tra Gaudenzi e la FIT, che al netto di una spalla sacrificata sul’altare della patria, “ripagò” Gaudenzi, il non-allineato, con la mancata wild card a Roma, costringendolo nel 1999 alle qualificazioni (e con una damnatio memoriae che continua fino ad oggi). E quindi, “nemo propheta in patria”?

Domanda lecita se a fare la voce grossa contro i suoi è il n. 2 britannico, un giocatore che avrà, di diritto, una statua dalle parti di Church Road, tra qualche tempo. Andy Murray non ha perso tempo all’indomani della vittoria di Ghent sul Belgio per polemizzare pesantemente contro la LTA (Lawn Tennis Association), la Federtennis britannica.
Una polemica forte, ma motivata. Una polemica che ha radici vecchie.

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La materia del contendere è evidente, del resto. A parte Andy Murray, dietro c’è il vuoto. Aljaz Bedene è stato cooptato alla causa albionica dalla Slovenia (citofonare Greg Rusedski, prego), e quindi non è un prodotto della LTA. Kyle Edmund, ancora acerbo,  deve dimostrare ancora tutto il suo potenziale, affacciandosi alla soglia della top 100, sebbene lo faccia a 20 anni, cosa non esattamente facile. James Ward è un mediocre giocatore se rapportato già a livello ATP 250. Poi il nulla, o quasi.

Murray da tempo denuncia la mancanza di giovani nelle competizioni junior, ma soprattutto, l’improduttività del centro tecnico federale, il National Training Centre di Londra. Murray, di ritorno da Shangai e in vista della finale di Davis non trova nessuno con cui allenarsi, nè al lunedì nè al martedì successivo, aggiungendo che la palestra era vuota, sottolineando come “è assurdo, considerato che ci costa 40 milioni di sterline l’anno“. Fonti della BBC riportano come i campi in terra del centro non siano ben tenuti al punto che molti giocatori inglesi preferiscono non allenarsi là per timore di infortuni. Lo stesso Leon Smith, capitano di Davis, aveva indicato nella mancanza di strategia a lungo termine il difetto principale delle politiche sportive della LTA, sollecitando Judy Murray, la madre dei due fratelli eroi di Davis, ad interessarsi a questo problema, chiarendo che “però avrà bisogno di molto aiuto“.

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Andy è sembrato molto scettico circa il futuro, affermando che “parlare con loro (i dirigenti della LTA, ndr) è una perdita di tempo“. Più possibilista invece Smith, che dopo aver ereditato la panchina di Davis 5 anni fa, è riuscito con costanza e sacrificio ad incassare una Davis davvero aurea (beati loro): “ritengo che la vittoria di Davis possa avvicinare molti giocatori al nostro sport, ma la federazione deve mettere in campo una strategia a lungo termine in grado di offrire buon allenatori, possibilità di allenamento in ogni condizione meteo e su superfici diverse“. Il capo della LTA Michael Downey, già sotto i riflettori per essere considerato non in grado di sfruttare la vittoria di Murray a Wimbledon nel 2013, concorda con Smith, circa la possibilità che la vittoria recente “incoraggi la partecipazione“.

Tempi duri insomma per il tennis, a tutte le latitudini. Un discorso vecchio quanto vero: le forche caudite del professionismo impongono grandi sacrifici economici e personali a chi voglia avvicinarsi alle competizioni internazionali, lasciando anche poco spazio mediatico a disposizione, tanto forte è il peso che soprattutto il calcio esercita nelle televisioni, sui siti di sport e nei giornali sportivi. Se la nazione che detiene l’evento simbolo di questo sport ha dei problemi, davvero, mala tempora currunt.

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