Elogio dei bad boys

Elogio dei bad boys

Odiati, talvolta imitati, spesso simpatici. Sono i bad boys, ovvero i ragazzi maleducati del tennis mondiale. Servono al movimento tennistico o sono dannosi?

Il mondo del tennis è notoriamente ben frequentato. Non solo quantitativamente, ma qualitativamente.
I noti “gesti bianchi” sono il marchio di fabbrica del nostro sport, così come le tradizioni legate ai luoghi storici in cui la leggenda della sua storia è stata scritta.I racconti del barone Gottfried von Crammm capace di autodenunciarsi per un tocco su un passante destinato ad uscire, che avrebbe portato la Germania alla finale di Coppa Davis contro gli Stati Uniti, è rimasta leggendaria: una finale poi mai più raggiunta, complice l’erba di Church Road, tanto ostica per lui nato sulla terra battuta di Monaco di Baviera. Oggi, invece,  è l’occhio di falco, ovvero il giudice elettronico a dirimere i contrasti tra i giocatori.

Gottfried von Cramm
Gottfried von Cramm

Tra “occhio di falco” e il barone von Cramm c’è una lunga teoria di “bad boys”, ovvero di quei giocatori che non sono stati certamente esempi di correttezza in campo, a vario titolo. Dall’abbigliamento, alle proteste, alle provocazioni di pubblico e avversari, a qualche furtarello di punti altrui. Cosa è cambiato?
Sicuramente sono cambiati i costumi, a livello planetario. La gentilezza è merce rara, attorno a noi. L’egoismo, l’idea che tutto sia concesso, i comportamenti all’insegna del “che male c’è” imperversono nell’era cafonal, ahi noi, in giro per le nostre citta. E non potevano essere esentati i campi da tennis da questa jattura. Di sicuro, un momento di accelerazione di questo processo è stato rappresentato dagli anni ’80. Gli Eighties dei paninari e del rampatismo ha sdoganato una serie di comportamenti considerati inaccettabile su un campo da tennis: ad esempio, la rottura del canono dell’abbigliamento, per il quale dobbiamo “ringraziare” André Agassi. Il catarifrangente umano.

Ilie Nastase
Ilie Nastase

Ma possiamo dimenticare la celebrazione di un certo modo di giocare rappresentanto dal libro semi-autobiografico “Winning hugly” di Brad Gilbert? A suo modo, si trattava di un elogio della cattiva etichetta in campo, alla ricerca non solo della chiava tecnico-tattica per portare a casa un incontro, ma di quelle strategie psicologiche che miravano a minare l’equilibrio e la serenità del proprio avversario, per peggiorarne il rendimento.  Certo, non possiamo non citare John McEnroe, il prototipo del bad boy, tanto da superare una sorta di modello a lui di poco precedente quale Jimmy Connors. Negli anni ’70 avevamo poi altri esempi: ad esempio Ilie Nastase, capace di lavorare ai fianchi arbitri, giudici di linea e, soprattutto avversari. L’elenco si allunga con Marat Safin, con le sue attività così poco sportive, ma sempre fuori dal campo, il suo essere personaggio e quasi mai professionista dello sport, macchina di vittorie. Le sue dichiarazioni portano ad una connessione con quelle di Ernests Gulbis, che ha spesso dichiarato la propria insofferenza per il Circus tennistico, per le sue regole, per il politically correct in generale. Oggi, il ruolo di bad boy è impersonato da Nick Kyrgios: il talento australiano di origine greca ha superato ogni canone: insulti, provocazioni dentro e fuori dal campo. Anche il look, abbastanza cafonal, ha preso il sopravvento sui suoi risultati tennistici, finalmente in linea con il suo talento, necessariamente sottostimato a causa di questi comportamenti.

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La domanda è: servono al Circus? Nell’epoca della comunicazione, del commento in tempo reale, del tennis in streaming e quindi della possibilità di rendere ancora più planetaria la dimensione del nostro sport, questi modelli di comportamento sono funzionali alla logica del “bene o male, purché se ne parli” o rappresentano invece una sorta di boomerang? I modelli di comportamento futuro dei giovani che si avvicinano al tennis ne risentiranno? Se sì, in quale misura? O è lecito, forse, domandarsi se il possibile dilagare dei bad boys possa allontanare dal tennis le personalità più fragili o timide, a beneficio di una sorta di guasconismo 2.0?

Non è il nostro compito quello di fare i sociologi. Finché il bad boy sarà solo l’esternazione di personalità istrioniche, credo che i benefici supereranno i costi. L’importante è però che la furbizia e la malizia restino nei limiti dell’agonismo e non trascendano, come spesso è accaduto, nella volgarità e nella violenza. Daniel Koellerer, insomma, non ci manca.

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