Rinascite e conferme

Rinascite e conferme

Caroline Wozniacki, che termina l’anno con la sua vittoria più bella. Ma anche Venus Williams, eroina tragica che prima di sventolare bandiera bianca ha estratto gli artigli da campionessa vera. E poi Roger Federer, un monumento per il quale ogni parola di elogio sarebbe retorica stantìa: a questo punto, meglio limitarsi ai numeri.

di Michele Alinovi, @MicheleAlinovi1

In quest’ultima domenica di ottobre, brillano le ultime vittorie delle grandi stelle prima della pausa invernale della stagione. Tra conferme, grandi ritorni e un sentito addio.

La regina che non ti aspetti.
Deve essere stato un Dio giusto a regalare l’ultimo grande trofeo in palio del circuito femminile, le Wta Finals di Singapore, alla regina Caroline Wozniacki. La danese, mostro di precocità, nel 2010, ad appena 20 anni, era diventata, un po’ inaspettatamente numero uno del mondo. Molti puntarono il dito contro la vertiginosa discesa del livello del tennis femminile, dopo l’epoca d’oro degli anni Zero: con il canto (rock) del cigno della Clijsters, una Sharapova a mezzo servizio e le Williams ai box, era arrivato il momento delle giovani regolariste Zvonareva e Wozniacki, che settimana dopo settimana, come formichine operose, accumulavano punti preziosi per la scalata al trono mondiale. Tanto si è detto sul tennis di Wall-zniacki (o Robottino, come la chiamava più o meno affettuosamente Gianni Clerici), sul suo tennis “noioso” e “iper-difensivo”, basato più sulla corsa e sulla resistenza che sulla tecnica. Rimanere un anno in vetta alle classifiche non è certo qualcosa che si ottiene per caso. Eppure, dopo il suo declino durato anni, molti sentenziarono che la bionda tennista di Odense era stata solo una giovanotta molto fortunata destinata a scomparire come una bolla di sapone. Ebbene, Caroline, dopo anni mediocri (o orribili), fra cambi di coach, delusioni amorose e dolorose sconfitte, in questo 2017 ha costruito la sua rinascita con pazienza e determinazione. Un ritorno lento e costante, quello della solerte formichina, che dopo ben sei (sei!) finali perse consecutive ha alzato il primo trofeo a fine settembre, nel Premier di Tokyo. Ma è qui a Singapore che ha giocato il torneo perfetto, sbaragliando avversarie più quotate e firmando il capolavoro contro Venus Williams, tremando solo un po’ (e comprensibilmente) a metà del secondo set. Caroline non è più la ‘pallettara’ (se lo è mai stata) di sette anni fa: oltre alla sua eccezionale difesa, la danese ha dimostrato di avere un ottimo servizio e soprattutto un efficacissimo rovescio che spesso, in questa settimana, ha usato per chiudere punti a inizio scambio. A 27 anni, l’ex n. 1 del mondo, più matura, propositiva e consapevole dei propri mezzi, è n. 3 del mondo e ha appena vinto il suo trofeo più prestigioso (dopo averlo mancato contro la Clijsters nel 2010), in attesa di uno Slam: la sua seconda carriera è appena incominciata.

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Divinità si nasce.
Se il circuito fosse uno Olimpo, Roger Federer sarebbe Zeus, e al suo fianco, regale e altera come solo una dèa può essere, siederebbe Venus Williams. Non ce ne voglia la più vincente Serena, che probabilmente verrà ricordata dai posteri come la tennista più forte di sempre. Ma parliamoci chiaro: al di là dei meri numeri e delle statistiche, non è mai esistita una campionessa con un fascino e una fierezza paragonabile a quello di Venere, che di una dèa già porta il nome. «Venere riappare sempre fresca dalla schiuma», cantava Jovanotti. E infatti: meravigliosa e infaticabile 37 enne, quest’anno, dopo stagioni da dimenticare, la scoperta di una malattia autoimmune incurabile (la sindrome di Sjögren) e disonorevoli sconfitte, è tornata a dettar legge alle più giovani colleghe. In Australia torna a disputare una finale Slam, a otto anni di distanza dall’ultima. Come allora, e come tante altre volte, la sorella minore le ferma la strada, prima di chiudere il suo 2017 per la gravidanza. Venus firma altri capolavori a Wimbledon, battuta all’ultimo atto da Muguruza, e poi agli Us Open, dove in semifinale si piega contro la connazionale Stephens. Questa settimana in terra asiatica si vendica della spagnola e detta legge alla lettone Ostapenko, che anagraficamente potrebbe essere sua figlia; in semifinale risorge dopo un duro primo set perso contro una Garcia in stato di grazia. La magia si sarebbe potuta ripetere tranquillamente anche oggi: dopo aver ceduto nel primo per 6-4, Venus sparisce nel secondo set, regalando alla danese 5 game a 0. Quando il match sembra ormai finito, la statunitense compie il suo capolavoro: con il coraggio di chi non ha nulla da perdere, estrae gli artigli e gioca il tennis migliore dell’anno, recuperando i due break subiti fino a un insperato 5 a 4. Proprio sul più bello, complici due errori evitabili, Venere perde il servizio e regala la vittoria, amaro epilogo di una rimonta quasi prodigiosa. Eppure, nella sconfitta, la maggiore delle Williams è stata comunque la vera protagonista, un’eroina tragica e bellissima che mette in ombra tutto il resto: lo sguardo ora sofferente ora determinato fra l’eyeliner dei suoi magnetici occhi, quell’acconciatura da Nefertiti, quel correre qua e là nel campo in modo scomposto e nello stesso tempo regale, quei suoi orgasmici ruggiti da belva ferita. A trentasette anni, Venus è un monumento che cammina. E pazienza se non vincerà un altro (meritato) Slam.

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Il braccio destro di Dio.
Ogni retorica sarebbe pedante e già sentita. Quindi limitiamoci ai numeri. Novantacinque: i titoli in carriera (il record assoluto di Jimmy Connors, a quota 109, è ancora lontano ma non impossibile da raggiungere, a differenza di quanto sentenziavano fino a non molti mesi fa certi esperti o pseudo-tali). Otto: le vittorie allo Swiss Indoors di Basilea, il torneo di casa, a 11 anni dalla prima: otto come i trionfi a Wimbledon, uno in meno sul suo giardino di Halle. Sette: i titoli vinti nel 2017 – Melbourne, Indian Wells, Miami, Halle, Londra, Shanghai, Basilea -, che lo rendono il più vincente dell’anno, sopra Nadal. Trentasei: gli anni di Roger, il quale sembra essersi dimenticato della sua età anagrafica per giocare così, dando lezioni non solo di tecnica, ma anche di resistenza mentale e fisica (vedi oggi contro un Del Potro distrutto) a certi colleghi più giovani che proprio non riescono a farsi spazio e ‘rottamare’ questo vecchietto. Due: la posizione di Federer nel ranking Atp, che con il forfait a Parigi-Bercy, rimarrà quasi certamente tale almeno fino all’anno prossimo, lasciando la vetta a Nadal (ma siamo seri, è davvero così importante?), ma anche il numero di anni che Roger dovrebbe giocare ancora nel tour. Quattro, anzi cinque: i componenti della sua famiglia, Mirka e i gemelli, che lo seguono nel tour consentendogli di giocare ancora, e a noi appassionati, di vederlo all’opera. Uno: lui, Roger Federer, un fuoriclasse assoluto, il braccio destro di Dio.

Povero Delpo.
Vederlo mesto, solo e sull’orlo del pianto sulla panchina, circondato dal pubblico elvetico in festa che in tutto l’impianto di St. Jakobshalle gridava in coro il nome di “Roger”, non può che stringere il cuore. Perdere un match dopo aver vinto il primo set in rimonta nel tie-break fa sempre male, anche se sei contro Federer nel suo salotto di casa. Più che alla sconfitta in sé, Delpo forse pensava a quella manciata di punti che gli avrebbero fatto comodo nella furiosa gara di corsa per l’ultimo posto disponibile alle Atp Finals di Londra, il suo ultimo grande obiettivo di stagione. Noi glielo auguriamo – perché a Palito non si può che voler bene – ma una cosa è certa: che sia fra i primi otto o no, Del Potro è un campione ritrovato, che nel 2018 potrà conquistarsi un ruolo da protagonista. Dopo anni di sfortune, la Dea Bendata ora potrebbe anche lasciarlo in pace.

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Vienna mon amour.
Un altro maratoneta nella disperata rincorsa per il Masters di Londra è Jo-Wilfried Tsonga, al momento n. 14 della Race, che oggi ha perso l’occasione di guadagnare punti preziosi nella finale di Vienna. A sbarrargli la strada, piuttosto nettamente, il connazionale Lucas Pouille. Classe 1994, il ragazzone di Grande-Synthe è un tennista di razza, che non ha ancora espresso tutto il suo potenziale: negli ultimi due anni si è conquistato, riconfermandosi più volte, un posto fra i migliori, tra scalpi importanti e ottimi piazzamenti, senza però raggiungere il grande risultato. L’età è dalla sua parte.

La fine di una predestinata.
Tra rinascite e riconferme, brilla anche un eccellentissimo e definitivo addio. Nessuna tennista nella storia – forse a parte Monica Seles e Maria Sharapova – ha mai avuto un’aura di predestinata paragonabile a quella di Martina Hingis. Esile ragazzina dal talento purissimo, ultima esemplare di un tennis dal sapore antico in un’epoca di power tennis, da ragazzina è stata in grado di scrivere un capitolo della storia del tennis fra il crepuscolo di Steffi Graf e l’arrivo travolgente delle Williams. A 17 anni è diventata n. 1 del mondo e prima del nuovo millennio è riuscita a vincere 5 prove Slam in singolo (e due Wta Finals) e 7 in doppio. Come accade per quasi tutti i ragazzi prodigio, la stella di Martina si è bruciata in fretta, ma non si è mai spenta. Tra risultati altalenanti, due ritiri, nel 2003 e nel 2007, il secondo dei quali causato in gran parte dalla positività alla cocaina, che ha sempre negato di aver assunto. Una macchia troppo sgradevole per una campionessa così meravigliosa che forse per questo, unito all’incondizionato amore per il tennis, nel 2013 ha deciso di tornare in campo in doppio. In quattro anni ha vinto di nuovo tutto, con compagne diverse, riconfermandosi regina. Questa settimana, a Singapore, a 37 anni (curiosamente, la stessa età di Venus) ha deciso di dire definitivamente basta al tennis agonistico, chiudendo da n. 1 del mondo di specialità, salutata dal mondo del tennis con tutti gli onori. Un’ultima vittoria avrebbe reso un po’ più dolce il ritiro; a trionfare però sono state Timea Babos e Andrea Hlavackova, che hanno sconfitto Hingis e Chan in semifinale. Pazienza: a Martina rimangono i 25 Slam complessivi, i 43 titoli in singolare e la certezza di essere ricordata come una delle più grandi. Ma, come diceva Michael Jordan, «never say never…».

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  1. Claudio Escandell Boni - 10 mesi fa

    Bell’articolo. Ben scritto e ottima analisi

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