Sfar, Jabeur, Nahimana: la storia del tennis nel continente africano

Sfar, Jabeur, Nahimana: la storia del tennis nel continente africano

Le tante difficoltà per diventare una tennista professionista in Africa non hanno fermato Selima Sfar, prima donna araba nelle prime 100, e Ons Jabeur, la miglior tennista africana al momento. Ora, sembrano non ostacolare Sada Nahimana, il miglior prospetto per il futuro.

di Marco Bonavoglia

Quasi 200.000 anni fa, mentre le specie animali dominavano il pianeta, l’umanità iniziava la propria scalata nel regno della natura partendo da una fascia di terra oggi chiamata Africa Subsahariana. Culla dell’umanità, ventre materno dell’homo sapiens, la sua ricca terra ha dato sostentamento a uomini, donne e bambini primitivi, interessati solo a sopravvivere fino a che il sole non fosse tornato alto nel cielo ancora una volta. Quegli esseri si sono evoluti, si sono uniti in gruppi, hanno migrato, hanno imparato a comunicare, hanno litigato, si sono uccisi, hanno creato delle regole. Si sono spostati in qualsiasi terra abitabile di questo pianeta, senza poter sapere di quella terra lontana e primitiva da cui tutto era iniziato. Un giorno, l’uomo inventa il tennis. Insomma, non va proprio così, è stato un po’ più complicato ma poco importa ora: uomini e donne elegantemente vestiti di bianco giocano su verdi prati inglesi, poi si comincia a giocarlo anche negli altri paesi e su altre superfici. Serve del tempo, ma il tennis arriva anche in Africa, prima e con maggiore intensità in Sudafrica piuttosto che nelle zone più povere, ma ci arriva. In tutti questi discorsi il Sudafrica viene e verrà messo momentaneamente in un angolo in quanto ben diverso dal resto del continente sia culturalmente che economicamente e con maggior tradizione tennistica. Senza fretta compaiono i primi giocatori, qualcuno riesce anche a scalare le classifiche, ma le cose sono ben più complicate se non si nasce uomo. 

Farsi largo nel mondo dello sport per una donna africana ha degli ostacoli aggiuntivi, dettati da schemi socioculturali e religiosi che fino a qualche decennio fa – ma neanche così tanti – non vedevano la carriera sportiva come strada percorribile per una ragazza. Per fortuna, la principale caratteristica dell’umanità è la capacità di cambiare, di evolversi, di lottare, e anno dopo anno le cose si sono mosse, fino all’impronosticabile: nel 2001 la tunisina Selima Sfar entra nelle prime 100 giocatrici al mondo, un passo storico per il mondo arabo, una grande spinta per le altre ragazze che proveranno a seguirne le orme. Sì, perché Selima si può considerare davvero la prima donna nel mondo nel tennis arabo, una colonna portante di un movimento destinato a crescere negli anni seguenti. Con il suo serve&volley la tunisina si è regalata diversi successi in tornei ITF, ha superato il primo turno in tre Slam su quattro in singolare e ha raggiunto i quarti di finale in doppio a Wimbledon nel 2008. Annuncia il ritiro nel 2011, un anno di cui torneremo presto a parlare.

Selima Sfar
Selima Sfar

Negli anni a seguire c’è qualche nuovo nome, quasi sempre dal mondo arabo, tra cui Marinne Giraud nella piccola isola paradisiaca delle Mauritius, numero 233 del mondo nel 2009, e la marocchina Nadia Lalami al numero 322 nel 2011. Nessuna di queste sembra poter avvicinare i risultati della grande Sfar, anche se una piccola ragazza dalla mano d’oro riporta dopo anni l’attenzione sulla Tunisia, il paese del Maghreb che più in questi anni si è aperto verso l’occidente. Nei primi mesi del 2011 i cittadini tunisini si riversano nelle piazze, fomentati da una voglia di modernità e libertà che si sarebbe diffusa in tutto il Nordafrica prendendo il nome di “Primavera araba”, una rivoluzione che segna una svolta fondamentale nella storia del paese. Pochi mesi dopo a scrivere un piccolo pezzo di storia dello sport tunisino è Ons Jabeur, una piccola ragazza dotata di un tocco sopraffino capace di vincere l’edizione junior del Roland Garros e di candidarsi a futura top player. Purtroppo però, il cammino non è lineare come si poteva sperare. Nel 2012 rappresenta la Tunisia ai Giochi Olimpici, nel 2013 gioca i primi quarti di finale WTA a Baku e nel 2014 appare per la prima volta in un main draw Slam, entrando anche nelle prime 200 giocatrici al mondo. Quando sembrava essersi fatta le ossa, però, il salto di qualità non arriva. Il biennio 2015/2016 non porta nulla di nuovo, se non una grande partita disputata contro Caroline Wozniacki e la seconda apparizione alle Olimpiadi.

Nel 2017 Ons torna a farsi notare e lo fa proprio a Parigi, la città in cui da bocciolo era diventata rosa anni prima. Entrata nel tabellone principale come lucky loser, la tunisina si issa fino al terzo turno, battendo per la prima volta una top10, Dominika Cibulkova, ed entrando nelle prime 100 nel mondo. Da lì in poi si alternano buone e pessime prestazioni, con l’incostanza unico vero ostacolo tra lei e il tennis che conta. Sul finire del 2018 c’è l’esplosione, forse definitiva, del talento unico di Ons Jabeur, che con una cavalcata impressionante con vittorie su Stephens, Kontaveit e Sevastova raggiunge la sua prima finale WTA e lo fa sul cemento del Premier di Mosca. Non basta il caloroso tifo tunisino per portare allo step successivo quello che è già il miglior risultato di tutti i tempi per una tennista araba. Con il nuovo best ranking di numero 60, Selima Sfar è stata superata su ogni possibile fronte e Ons ha soli 24 anni e una stagione 2019 da giocare nel circuito WTA con continuità, per la prima volta. Nel 2011 la cantante di origini comoriane Imany cantava “l’Africa ha la forma di un cuore spezzato e il cuore di una terra distrutta” ma Ons Jabeur il cuore degli appassionati lo ha conquistato colpo dopo colpo. Potenza e repertorio tecnico di primo livello, l’unico aspetto da migliorare è quello della tenuta mentale e delle scelte in momenti delicati del match, spesso guidate da troppa irrazionalità.

Anche questa volta si parla di una tennista araba, ma cosa sta succedendo più a Sud, nei paesi meno sviluppati? Qualcosa si muove, anche se a ritmi piuttosto bassi. Il CAT (Confederation of African Tennis) ha lavorato molto per costruire un movimento completo che comprendesse tutti i paesi africani e per istituire tornei ITF per dare più opportunità alle atlete locali. I risultati ad oggi sono pochi tra le professioniste ma a livello junior ci sono dei piccoli frutti ancora acerbi che potrebbero portare finalmente in alto questa parte del continente; uno su tutti, Sada Nahimana.

Sada Nahimana
Sada Nahimana

 Nata il 21 aprile 2001, Sada è la più forte giocatrice africana junior, attualmente numero 37 delle classifiche, ha un best ranking di numero 33 che migliorerà probabilmente nella prossima stagione. Finora ha raggiunto 8 finali, vincendone solo una, e ha potuto disputare il proprio primo match WTA in doppio, in coppia con l’egiziana Samir a Rabat. Essere la stella cometa per il futuro di un intero continente le permetterà di giocare presto tornei importanti, forse superiori al livello attuale, ma che possono consentirle di fare esperienza e di trovare nuovi sponsor e tifosi, una forza importante nel bagaglio di uno sportivo. La giovane Sada è ormai una cittadina del mondo, lei che non ha grandi ricordi nel paese di nascita, se non i primi passi nel mondo del tennis. Grazie a lei il Burundi è anche arrivato per la prima volta in finale di Fed Cup junior, scrivendo un altro nuovo pezzetto di storia. In fuga da uno dei paesi più poveri al mondo, Nahimana è ciò a cui tutto il movimento dell’Africa centrale – e non solo – si aggrappa con tutte le forze per dare una svolta definitiva nella storia tennistica alla terra fertile da cui tutto ebbe origine.

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