Wta on Broadway, atto primo: il trionfo di Wozniacki, il ritorno di Sloane

Wta on Broadway, atto primo: il trionfo di Wozniacki, il ritorno di Sloane

Uno spettacolo raccontato in cinque atti. La trama? Un 2018 di emozioni con le giocatrici Wta. Wozniacki sfata il tabù, Serena torna in campo, Stephens ancora una volta profeta in patria. Kostyuk infrange i record, ma è Anisimova-mania.

di Marco Bonavoglia

Le luci si fanno sempre più soffuse, gli spettatori in ritardo prendono rapidamente posto mentre quelli seduti concludono goffamente un discorso iniziato giusto per ingannare il tempo. Lo show più atteso sta finalmente per iniziare, un appuntamento annuale imperdibile per tutti gli appassionati: “WTA on Broadway”, 10 mesi di lotte, vittorie e sorprese che non lasciano il tempo di riprendere fiato. Si alza il sipario, i riflettori ruotano rapidi prima di soffermarsi sui bellissimi paesaggi del continente oceanico, tra spiagge primitive e città tra le più moderne al mondo.

Lo spettacolo inizia con due protagoniste sul palco: Simona Halep e Caroline Wozniacki. La prima, numero 1 del mondo in cerca della consacrazione Slam, la seconda invece numero 2 ma con un passato da numero 1 e anch’essa in cerca dell’agognato Slam per spezzare la maledizione, la stessa che hanno addosso le varie Safina, Jankovic, Pliskova e ovviamente Halep. Sullo sfondo anche Camila Giorgi, autrice di una cavalcata di altissimo livello a Sydney, impreziosita dalle vittorie su Stephens e Kvitova. Solo un piccolo antipasto della miglior stagione della sua carriera, ma ci sarà modo di parlarne nuovamente più avanti. Andiamo a Melbourne, al centro del palcoscenico, in particolare ai momenti cruciali che hanno segnato la svolta nel primo Major stagionale. Mentre una giovanissima Marta Kostyuk si issa fino al terzo turno, confermando il marchio di predestinata che si era guadagnata 12 mesi prima sugli stessi campi, le protagoniste principali di questo anno si trovano in grande difficoltà.

Mercoledì 17 gennaio, per circa 10 minuti, gli occhi sgomenti del pubblico sono sul centrale, tutti puntati sulla giovane Jana Fett, croata 21enne alle prese con i primi grandi tornei. Potente e incisiva, demolisce i sogni di gloria di Wozniacki punto dopo punto, issandosi 5/2 nel parziale decisivo e procurandosi match-point. Ma è proprio davanti alla linea del traguardo che si spegne la luce: dopo 5 games consecutivi tuona una voce esterna: “game, set and match Wozniacki”. Una sconfitta dagli effetti collaterali devastanti per la croata, che da lì in poi avrebbe vinto appena 3 match in tabelloni principali WTA. Solo tre giorni dopo anche Simona Halep si trova a combattere con le unghie e con i denti contro Lauren Davis, classe 1993 americana, che lotta per quasi 4 ore e si procura in tutto 3 match-point, ma a fare da padrona è l’esperienza della numero 1 del seeding, che chiude 15/13 il parziale decisivo. Ancora una volta una sconfitta che lascia il marchio visto che Davis non avrebbe più vinto un match WTA nel 2018, precipitando oltre la 250esima posizione. Un finale impronosticabile dopo una tale prestazione in quel di Melbourne. Un’iniezione di fiducia importante invece per la rumena, ma allo stesso tempo una lotta che lascia il segno: Halep nel corso della partita incappa in un infortunio al piede che si trascinerà con sé fino alla finale. Finale in cui si trova opposta proprio all’altra sopravvissuta, Caroline Wozniacki, che può finalmente sollevare il trofeo al termine di una partita carica di tensione. Potrà dormire sonni tranquilli la danese, che a partire da oggi, il giorno più bello della sua carriera, non dovrà più rispondere alla fatidica domanda dei giornalisti, “Numero 1 sì, ma lo Slam?”.

Si spengono le luci, cala il sipario, una pausa brevissima prima di cambiare scenario. Si vola a Chieti, per la Fed Cup, dove la nazionale azzurra mette a segno una vittoria importante, contro la Spagna, che dà credito al lavoro di Tathiana Garbin da capitana e alla voglia di lavorare delle ragazze, trainate da una Errani in forma smagliante. A dare il punto decisivo è Deborah Chiesa, in un match che ha tenuto tutti con il fiato sospeso fino alla fine. Una parentesi felice per una nazione che ha vinto 4 volte in passato questa competizione, un weekend non privo però di polemiche, legate alla convocazione della giovanissima e promettente classe 2001 Cocciaretto. Una sfida per alcuni, una mancanza di rispetto nei confronti di giocatrici meglio classificate per altri. Poco importa, la vittoria riappacifica i tifosi e dal palazzetto indoor abruzzese ci si sposta al caldo del Medio Oriente, sede dei tornei di Doha e Dubai, appuntamenti “ricchi” in tutti i sensi, con campi di partecipazione di primo livello.

Protagonista della scena è indubbiamente Petra Kvitova, uno dei talenti più puri del circuito, che con 12 vittorie consecutive si aggiudica prima San Pietroburgo e poi Doha e gli spettatori non possono che applaudire commossi. Dopo tutto ciò che questa atleta ha dovuto passare, vederla vincere un grande torneo strappa un sorriso anche ai più imperturbabili. Fanno un’apparizione anche Svitolina, Muguruza e soprattutto la minuta Cici Bellis, così fragile alla vista, così solida e ordinata in campo. Per lei ci sono i primi quarti in un Premier 5, probabilmente i primi di una lunga serie, fisico permettendo. Purtroppo altri progressi li vedremo solo nel 2019, visto che da qui a poco Bellis giocherà l’ultimo match di questa stagione prima di sottoporsi ad una operazione al gomito. Il sipario si chiude con gli applausi ad Elina Svitolina, capace di imporsi nel Premier di Dubai in finale su Daria Kasatkina, ma il pubblico rivedrà presto il viso simpatico della ventenne russa.

Ultima scena di questo primo atto, una delle più attese e apprezzate dagli spettatori. Per un mese intero si gioca sul cemento americano, con due Premier Mandatory che negli ultimi anni non sono certo stati avari di sorprese. Giovani rampanti, grandi rientri e wildcard affamate sono solo gli ingredienti speciali della ricetta, ben riuscita ancora una volta. La scena d’apertura è quella più attesa di quest’anno: una standing ovation del pubblico accoglie Serena Williams mentre cammina fiera verso la propria panchina. Tra gli applausi che non sembrano voler finire si sente anche qualche commento dubbioso. “Ma non sarà ancora troppo… troppo pesante per rientrare? Tornerà ad essere competitiva già da subito?”. Ma a tutte queste domande non si può rispondere così presto, bisogna dare tempo al tempo. Ciò che importa è che la regina torna a giocare e soprattutto torna a vincere, una vittoria liberatoria anche se non poi così convincente.

Nonostante i tanti riflettori puntati su di lei, le attenzioni del pubblico volgono presto altrove. A Indian Wells sono le NextGen a dettare i ritmi: Naomi Osaka annienta qualsiasi avversaria sulla sua strada, Daria Kasatkina usa tutte le variazioni in suo possesso per confondere le migliori avversarie, ma soprattutto Amanda Anisimova, ad appena 16 anni, raccoglie la prima vittoria in carriera ai danni di una top10 superando in un match perfetto una spenta Petra Kvitova, sempre in difficoltà nelle località più calde ed umide. Una finale tra due classe 1997 come atto conclusivo, come già era successo a Charleston nel 2017. In quell’occasione si impose Kasatkina su Ostapenko, ma la seconda avrebbe di lì a poco vinto il primo Slam in carriera, quasi come se la russa fosse stata una sorta di amuleto portafortuna. Questa volta a vincere è Naomi Osaka, lo fa con un tennis costellato di vincenti e conclude l’opera con quello che ha definito lei stessa “il peggior discorso di ringraziamento di sempre”, mostrando chiaramente di non averlo preparato prima. Sarà Kasatkina un buon auspicio anche per la nipponica con sangue haitiano? C’è poco tempo per le domande perché pochi giorni dopo Naomi Osaka si trova sul Centrale di Miami, opposta alla giocatrice che sogna di affrontare – e di emulare – da quando è bambina: Serena Williams. Un incontro senza storia, con l’allieva che supera la propria eroina, seppur diversamente da come forse si immaginava. Questo non sarà l’unico incontro tra le due, ma è giusto tenere un po’ sulle spine il pubblico. Il cammino di Osaka si ferma poco dopo contro Svitolina, ma un’altra classe 97 è pronta a rimpiazzarla: Jelena Ostapenko, lettone vincitrice del Roland Garros 2017 e in crisi di risultati, ma che quando trova la settimana di grazia può diventare ingiocabile per chiunque, o quasi. Se c’è qualcuno che in terra americana non delude mai, questa è Sloane Stephens, che in semifinale si sbarazza di una ritrovata Azarenka e scende in campo contro Ostapenko per dare una svolta alla stagione. Entrambe dotate di un dritto devastante, la pesantezza di palla dell’americana le consegna il primo titolo stagionale e il quarto in America (su 6 in carriera). E con il viso sorridente di Sloane Stephens e quello imbronciato di Jelena Ostapenko si chiude il primo atto dello spettacolo. Quali nuove giocatrici emergeranno su terra? Quando tornerà in campo Serena? Riuscirà Maria Sharapova a ritagliarsi uno spazio nel tennis che conta, almeno nella stagione su terra? Sono tante le domande che riecheggiano nelle teste dei presenti, ma la pazienza è l’unica soluzione.

Lentamente si riaccendono le luci e gli spettatori si avviano verso il bar, chiacchierando sottovoce.

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