Il difficile controllo della mente: il caso Kyrgios e i possibili sviluppi

Il difficile controllo della mente: il caso Kyrgios e i possibili sviluppi

Nick Kyrgios è uno dei più brillanti talenti emergenti nel circuito maschile. Tuttavia, alcuni suoi atteggiamenti denotano una scarsa predisposizione al sacrificio e una maturazione che ancora stenta a decollare.

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La stagione tennistica 2016, ormai prossima alla conclusione dopo la finale di Coppa Davis di questo fine settimana, ha offerto un ampio ventaglio di spunti di riflessione: l’iniziale dominio di Nole Djokovic, il recentissimo avvicendamento al vertice appannaggio di Andy Murray, il gradito ritorno ad alti livelli di Del Potro e il crescente protagonismo della NextGen, ossia dei giovani più promettenti in ottica futura. E trovandoci nel periodo del graduale tramonto di Federer e Nadal, è opportuno iniziare a focalizzare l’attenzione su questi profili.

NEXT GEN – La maggior parte dei “ragazzi terribili” ha attraversato una fase di progresso della propria giovane carriera, mirata alla definitiva maturazione ed al conseguente inserimento in pianta stabile tra i primi giocatori del mondo. Pensiamo ad esempio a Dominic Thiem: l’austriaco, con sacrificio e abnegazione, si è addirittura qualificato per le Finals di Londra; e ancora ad Alexander Zverev, classe 1997, etichettato da molti come futuro numero 1 del mondo, che quest’anno si è addirittura concesso il lusso di sconfiggere sua maestà Roger Federer. Tuttavia va analizzata anche l’altra faccia della medaglia, quella meno positiva, rappresentata prevalentemente da Nick Kyrgios.

NICK KYRGIOS – Il ventunenne di Camberra si presentò al tennis mondiale sull’erbetta di Wimbledon nel 2014 quando, da perfetto sconosciuto, si sbarazzò nientemeno che di Rafa Nadal, suscitando stupore e poi interesse per la sua facilità di esecuzione dei colpi. Da allora, il percorso dell’australiano ha avuto un andamento a tratti altalenante, con ottimi risultati a cui si sono affiancate precoci eliminazioni. Nonostante la fatica nella ricerca della continuità, Kyrgios si è spinto sino alla tredicesima posizione del ranking, diventando quindi a tutti gli effetti un tennista di livello. Il ragazzo però, tra dichiarazioni insolite (“a me non piace giocare a tennis”) e comportamenti poco consoni a questo sport, è il profilo con più margini di miglioramento dal punto di vista mentale. I dubbiosi interrogativi sul suo futuro sono più che leciti, specialmente dopo il pessimo episodio di cui si è reso protagonista quest’estate a Shanghai.

LO SPIACEVOLE EPISODIO – Kyrgios arriva dalla convincente vittoria del torneo di Tokyo e si prepara a disputare il match di secondo turno a Shanghai contro Mischa Zverev, avversario ampiamente alla sua portata. In breve, che è poi il riassunto della partita, l’australiano non gioca, comparendo in campo solo fisicamente e producendosi in atteggiamenti a dir poco riprovevoli, con il risultato di concedere “gentilmente” il match al tedesco. L’ATP provvede immediatamente, comminandogli una multa di oltre 40.000 dollari e tre settimane di squalifica (inizialmente otto, poi ridotte). La reazione dell’ATP non solo è stata corretta e pienamente legittima, ma anche necessaria: mancare di rispetto all’avversario, oltre ad assumere un comportamento irrispettoso verso l’arbitro ed il pubblico (che paga il biglietto!), è un gesto da censurare immediatamente. Dall’analisi di questo caso, poi, si è giunti all’idea di voler aumentare le sanzioni per situazioni analoghe.

I MODELLI DI RIFERIMENTO – Il tennis è sempre stato uno sport foriero di valori importanti, in primis il rispetto per l’avversario, avvertito alla stregua di una condicio sine qua non all’interno del rettangolo di gioco. Perché in fondo, caro Kyrgios, se professionisti come Federer e Nadal sono così tanto amati nel mondo, non è solo per le loro epiche battaglie, ma anche per il rispetto che hanno sempre avuto per i loro avversari, spesso affrontati anche in condizioni fisiche precarie: è una questione di deontologia professionale.

 

 

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