I coach nel mirino: Riccardo Piatti

I coach nel mirino: Riccardo Piatti

La lunga e gloriosa carriera dell’allenatore italiano, dal Tennis Club Como ai vertici del tennis mondiale.

di Luca Morando
 “Senza metodo, ordine, volontà e fatica non c’è né genio né trionfo. Per migliorare è necessario che i bambini, fin dai primi anni di tennis, conoscano le tecniche di questo sport come i giocatori di vertice. Le conoscenze di base sono dunque comuni per tutti, il tipo di gioco e le relative metodologie di allenamento vanno adattate dal maestro all’età, al livello e alle caratteristiche dei singoli allievi”. Questo è il pensiero di Riccardo Piatti il coach italiano che ha raggiunto i risultati più importanti a livello nazionale e internazionale.
GLI INIZI – Nella sua pluriennale carriera da allenatore di tennis il cinquantanovenne lombardo ha allenato e fornito consulenza a tantissimi tennisti (Renzo Furlan, Cristiano Caratti, Cristian Brandi e Federico Mordegan, Fabio Fognini, Simone Bolelli, Novak Djokovic, Ivan Ljubicic, Richard Gasquet e Milos Raonic per ricordarne alcuni), quasi sempre con ottimi risultati. Nasce a Como l’11 Novembre del 1958, ma ormai da più di vent’anni risiede con la sua famiglia nel Principato di Monaco. Inizia a giocare a tennis a nove anni e già nel 1978 matura l’idea di diventare allenatore di tennis. La decisione di sostenere l’esame per diventare maestro non viene presa bene in famiglia. «Volevano che mi laureassi. Ora sono i miei primi tifosi». È il primo passo verso una lunga e folgorante carriera, iniziata al Tennis Como e poi passata per l’America. Nel 1982 diventa maestro federale dopo aver frequentato la SNM, Scuola Nazionale Maestri. Nel 1983 diventa vice-direttore della SNM e Direttore del centro estivo di Palagano. Tra il 1984 e il 1988 si occupa del Settore Tecnico giovanile della FIT ed è capitano della squadra di Coppa Borotra (U16) alla guida di promettenti tennisti come Renzo Furlan, Cristiano Caratti, Federico Mordegan e Diego Nargiso. Dal 1988 decide di intraprendere la strada come coach privato seguendo Renzo Furlan, che con lui diventa numero 19 del ranking ATP, Cristiano Caratti (numero 26), Federico Mordegan e Cristian Brandi ( che diventano campioni nazionali di doppio), Omar Camporese (passa con lui a no. 26 e vince il torneo ATP di Rotterdam). “Reputo che il lavoro svolto con questo gruppo sia stato il più grande risultato della mia carriera; a fine ‘83, al termine della mia esperienza alla Scuola Maestri, ricevetti l’incarico dalla Federazione di seguirli presso il centro tecnico di Riano: erano under quattordici, non li conoscevo personalmente e li avevo visti giocare poco. Lavorammo per quattro anni e nel 1988, appena questo gruppo concluse il percorso giovanile, proseguimmo la collaborazione alle Pleiadi di Moncalieri.”
CON LJUBO – Nel 1997 inizia il rapporto lavorativo con Ivan Ljubicic, una vera sinergia durata più di quindici anni, per tutta la carriera del gigante croato. Sicuramente l’esperienza più importante e gratificante per il coach comasco, che accolse “Ljubo” alle Pleiadi di Moncalieri mentre nei Balcani infuriava la guerra e portandolo il 1 Maggio del 2006 al suo best ranking di numero tre del mondo. Molti sottovalutano il lavoro fatto dal duo Piatti- Ljubicic. Il tennista di Banja Luka, infatti, è sempre stato considerato un buon giocatore, ma non un campione. Non ha mai vinto un Major e non è stato mai vicino a vincerlo, per trionfare in un “Master 1000” ha dovuto aspettare quasi la fine della sua carriera, ma tutto ciò è imputabile al fatto che Ivan ha avuto il suo momento migliore proprio nel periodo di “duopolio” Federer-Nadal (con l’avvento di Djokovic e Murray a rendere tutto ancora più complicato) più che a delle vere e proprie mancanze nella sua testa e nel suo gioco. L’amara sentenza , “Mi considero davvero uno dei cinque migliori giocatori del mondo, questo però non significa che io sia vicino a Roger o Rafa”, dice tutto o quasi sulla carriera di Ivan, che in alcuni frangenti è stato il primo fra i “normali”, dietro i due extra-terrestri Federer e Nadal. Il coach italiano ha quindi fatto un lavoro straordinario, su un giocatore promettentissimo ma molto meno talentuoso di altri suoi colleghi, condizionato dall’altezza che gli ha portato sempre molte difficoltà negli spostamenti laterali e un dritto nemmeno paragonabile al suo celestiale rovescio ad una mano. La guerra ha fatto crescere in fretta il giovane croato: Piatti si ritrova, infatti, ad allenare un ragazzo di nemmeno vent’anni con la testa sulle spalle, la consapevolezza di dover continuare a fare sacrifici per raggiungere l’agognato “posto al sole” e la volontà di arrivare per dare a se stesso e ai propri cari un futuro meno difficile. Per il coach azzurro significa così lavorare su di un terreno fertile ed estremamente ricettivo. Ma l’italiano è stato comunque bravo ad insistere sui punti di forza dello slavo, come il servizio e il rovescio per renderlo un tennista sempre più sicuro dei propri mezzi, forte di testa e capace di vendere cara la pelle in ogni match. Già l’anno successivo dal suo ingresso fra i professionisti Ljubicic entra fra i primi cento giocatori del mondo e non ne uscirà più, visto che nel suo ultimo match, giocato contro il connazionale Ivan Dodig a Montecarlo il 15 Aprile del 2012, era ancora numero cinquantatré del ranking. Il 2005 è l’anno della consacrazione per Ljubo, che vince una memorabile finale di Coppa Davis, portando la Croazia insieme con uno strepitoso Mario Ancic alla prima “insalatiera”. Vince anche due titoli, arriva in finale nei Master 1000 di Madrid e Parigi Bercy e chiude la stagione da numero nove. Nel 2006 grazie a tre titoli vinti (Chennai, Zagabria, Vienna) e tanti buoni piazzamenti (quarti in Australia, semi al Roland Garros, finale a Miami) il tennista di Banja Luka diventa numero tre del mondo, suo best ranking. Il biennio 2005-2006 sarà quello in cui il croato raggiungerà i picchi più alti, anche se il successo di maggior prestigio lo ottiene nel 2010, a trentun anni suonati il croato, ormai fuori dai primi trenta giocatori del mondo, quando sembrava aver perso il treno giusto per vincere almeno un Master 1000 in carriera. A Marzo nel deserto californiano di India Wells, invece, azzecca la “settimana da Dio” portandosi a casa il meritatamente trofeo. Sconfigge Rafa Nadal in semifinale, imponendosi grazie ad uno spettacolare tie-break del terzo set, dove il croato perde il primo punto e poi gioca sette vincenti. L’apoteosi nella finalissima con l’idolo di casa Andy Roddick regolato in due tie-break.

CAPITOLO GASQUET – Ljubicic si ritira nel 2012 a più di trentatre anni, ma già nella stagione precedente Piatti aveva deciso di seguire oltre ad Ivan anche Richard Gasquet, affiancandosi a chi già lo allenava da un po’ ossia Sebastien Grosjean. “Richard è’ ancora giovane e ha sempre dovuto vivere sopportando un’enorme pressione nel suo paese per via della sua precoce esplosione – ha spiegato il coach – Bisognerà avere pazienza, lasciargli del tempo per crescere, perché possa imparare a gestire meglio le sue emozioni”. La loro collaborazione dura circa tre anni con risultati più che positivi, visto che il transalpino è tutto fuorché un giocatore facile da allenare. Dotato di un incredibile talento, baciato dagli dei del tennis di un braccio divino e di un rovescio ad una mano, talmente bello che dovrebbe diventare patrimonio mondiale Unesco o specie protetta WWF, non ha mai raggiunto i livelli attesi da tifosi e addetti ai lavori. Se si vuole fare un bilancio della carriera del francese, infatti, Gasquet ha sempre fatto meno di quanto lasciava presagire agli esordi e non è mai riuscito a levarsi del tutto la nomea di eterno bambino prodigio, promessa mancata e talento inespresso. Piatti l’ha convinto ad essere più coraggioso; il nativo di Beziers non perde il vizio di giocare ben oltre la linea di fondo campo (da sempre considerato uno dei suoi più grandi difetti), ma con il tecnico italiano si convince ad essere meno attendista e più propositivo, proiettando maggiormente il suo gioco verso la rete. Nel 2012 ritrova verve, determinazione e soprattutto la top ten che aveva ormai perso da un paio di anni. Il ritorno del galletto fra i grandi è suggellato con la vittoria a Bangkok, dominando Gilles Simon, la finale a Toronto, sconfitto da Djokovic e una serie di buoni piazzamenti come i quarti a Roma e gli ottavi di finale a Parigi. Il connubio Piatti-Gasquet va fortissimo anche l’anno dopo tanto che il 2013 assieme al 2007 può essere considerata l’annata d’oro del talento francese. Vince in Qatar, Montpellier e Mosca (rispettivamente su Davydenko, Paire e Kukushkin), raggiunge le semifinali a Miami e per la seconda volta in un “Major” raggiunge il penultimo atto. A “Flushing Meadows” dopo aver battuto in due epiche battaglie Raonic e Ferrer perde in semi con Rafa Nadal in tre set, con tante opportunità tra cui tre set point nella seconda frazione. Gasquet diventa nove del mondo, ed erano sei anni che non era così avanti in classifica, e si qualifica brillantemente per le “ATP finals” di Londra, dove viene eliminato nel Round Robin perdendo tutte le partite. Alla fine dell’anno, però, i due decidono di separasi, anzi è Piatti a “scaricare” il francese per motivi personali. “Ho raggiunto un punto della mia vita personale e professionale in cui sento il bisogno di cambiare qualcosa, voglio essere più vicino alla mia famiglia e magari arricchire ulteriormente la mia esperienza tecnica “.

 GLI ULTIMI ANNI – Le avventure per il cinquantanovenne di Como non sono finite, pochi mesi dopo, infatti, ritrova l’amico ed ex pupillo Ivan Ljubicic con cui inizia a seguire un altro promettete tennista da un po’ sulla rampa di lancio ma che non ha ancora spiccato il volo: Milos Raonic. Molti considerano il tennista canadese terribilmente noioso perché basa il suo gioco quasi esclusivamente sul servizio, ma non è così. Da quando è seguito dalla coppia italo – croata il ragazzone Nord Americano è migliorato molto, viene spesso a rete, si muove meglio e usa più variazioni. Niente a che vedere con il giocatore confuso, che quando era allenato da Galo Blanco remava due metri dietro la linea di fondo campo. Prima vittoria di un 500 a Washington, due finali 1000 a Montreal e Parigi Bercy, semifinale a Wimbledon e best ranking con la sesta posizione mondiale: questi gli ottimi risultati ottenuti da Raonic con il nuovo team. Alla fine del 2015 Ljubicic prende altre strade mentre continua la collaborazione con Riccardo Piatti. Milos in questi ultimi due anni ha ottenuto risultati altalenanti, troppi infortuni e guai fisici per dare un giudizio esaustivo sul canadese e di conseguenza del lavoro di Piatti. Probabilmente Raonic non avrà mai le stigmate del campione e il primo posto della classifica mondiale, obbiettivo dichiarato da Piatti e Ljubicic non appena avevano preso in consegna il nativo di Podgorica non sembra al momento un obbiettivo realistico. Oltre a seguire Raonic il coach comasco continua ad occuparsi con grande entusiasmo al “Piatti Tennis Team” formato da un gruppo di professionisti che hanno unito le loro competenze per offrire alle scuole tennis collegate, ai loro allievi e ai tennisti interessati un servizio finalizzato ad ottimizzare la performance di ogni singolo atleta. Esso si propone di creare una metodologia innovativa in campo tennistico, in grado di fornire quotidianamente all’atleta una assistenza tecnica e psico-fisica mediante una serie di specialisti che lavorano in maniera coordinata ed integrata. L’obiettivo finale è quello di monitorare costantemente la maturazione tecnica di un tennista, esaltarne i pregi e correggerne le carenze e al tempo stesso di fornirgli una cultura medico-fisica, comprensiva anche delle metodiche per l’ottimizzazione delle risorse fisiche e mentali e delle regole per una corretta alimentazione. Dall’estate 2013 Piatti ha ritagliato diverse settimane che mette a disposizione per altrettanti stage di alto contenuto tecnico al Villaggio Costa dei Gabbiani dell’Isola d’Elba.
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