I coach nel mirino: Gunther Bresnik

I coach nel mirino: Gunther Bresnik

Alla scoperta di Gunther Bresnik, un vero veterano del circuito ATP, conosciuto per aver portato ad altissimi livelli parecchi giocatori, da Boris Becker a Dominic Thiem

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Spesso, parlando di se stesso, Gunther Bresnik si definisce una pecora nera. In una famiglia di luminari, infatti, con madre e padre medici e le sorelle docenti lui è stato l’unico ad andare per la sua strada diventando uno “stupido” insegnante di tennis. All’inizio i genitori non hanno accettato di buon grado la decisione del figlio di abbandonare precocemente gli studi per dedicarsi al tennis, ma col tempo si sono dovuti ricredere.

CARRIERA – Il cinquantaseienne nativo di Vienna, infatti, è diventato uno dei coach migliori e ricercati, una sorta di santone , che con aria sorniona e impassibile si aggira da oltre tre decadi nel circuito ATP. Nessuno, come lui, può dire di aver allenato ventisette giocatori portandoli tutti nella top 100. Nella sua trentennale carriera di allenatore a partire dalla metà degli anni 1980 Bresnik ha allenato giocatori del calibro di Boris Becker, Henri Leconte, Patrick McEnroe, Patrick Baur, Vladimir Voltchkov, Amos Mansdorf, Horst Skoff e Stefan Koubek. Tennisti di grandissimo talento, estrosi e dalla personalità forte, ma il coach austriaco non ha mai avuto problemi a gestire i suoi allievi. Dal 1992 al 1993 e 1998-2004, Bresnik è stato capitano della squadra austriaca di Coppa Davis nel biennio 1998 e 1999, è stato anche direttore sportivo della Federazione austriaca di tennis. “Sono stato allenatore per trenta anni sapendo come il gioco del tennis è in continua evoluzione. Si fa un buon lavoro come allenatore se si dà al giocatore un sacco di opportunità. Il nostro compito è quello di dare a un giocatore tutti gli strumenti possibili, devono essere bravi loro ad assimilare le informazioni. Ogni singolo giocatore mi ha migliorato come allenatore. A volte ho beneficiato di più dal giocatore, rispetto al mio sviluppo professionale. Ho lavorato con giocatori mancini, destri, grandi servitori tennisti serve and volley, o bombardieri da fondo campo, gente calma e disciplinata oppure carismatica ma sgregolata. Con una buona conoscenza della materia e l’esperienza, sono riuscito ad allenare qualsiasi giocatore – so quando parlare con loro, quando non dire qualcosa, quali sono i tornei da giocare, a che punto dovrebbero essere nelle loro carriere, dove saranno fra due o tre anni.”.

ALLENAMENTI – L’approccio agli allenamenti di Gunther è quindi molto duttile: sa essere un implacabile sergente di ferro, un fine psicologo, persino un amico o un padre quando la situazione lo richiede. In generale il suo sistema di lavoro è molto analitico, il coach austriaco passa delle ore a studiare ogni tipo di statistica dei suoi giocatori, per vedere dove si deve insistere e migliorare. Alla fine degli anni 90 Bresnik fonda un’accademia del tennis nel sud di Vienna, per seguire lo sviluppo dei suoi giocatori fin da piccoli e poter dare consulenza a più tennisti contemporaneamente. Nelle ultime stagioni ha allenato principalmente tre tennisti: Jerzy Janowicz, Ernests Gulbis e Dominic Thiem. La collaborazione con il gigante polacco è cominciata recentemente, all’inizio del 2017, un accordo per seguirlo part-time, una sorta di supervisione lasciando a Piotr Gabria il compito di assisterlo in maniera più assidua. Il tennista di Lodz è esploso alla fine del 2013 raggiungendo la finale di Parigi Bercy partendo dalle qualificazioni; ha continuato i suoi progressi nella stagione successiva, dove è giunto in semifinale sui prati di Wimbledon ed ha ottenuto il suo best ranking di numero quattordici del mondo.

TENTATIVO JANOWICZ – Purtroppo questo grandissimo talento che sembrava pronto per entrare nell’elite del tennis mondiale si è via via perso, un po’ per i tanti infortuni, un po’ per il suo carattere difficile. Il tentativo di Bresnik di rilanciare la sua carriera procede in maniera stentata, e come sempre, il coach austriaco non è tipo che le manda a dire: “Mi sono offerto di aiutarlo perché ho visto in lui delle qualità incredibili che non vengono sfruttate. Ha un ottimo servizio, eccellente impatto con il dritto e il rovescio, mano molto buona, tocco e volée. Tra i giocatori alti del tour è quello dalla sensibilità più commovente, ha senza dubbio il potenziale da top dieci. Però Jerzy è testardo, non gli piace ascoltare”. Durante gli allenamenti mi sentivo come una radio: stavo lì a ciarlare, sullo sfondo, mentre lui faceva di testa sua”. Prende scuse di ogni tipo pur di non allenarsi, come problemi di salute o piccoli infortuni”. Insomma Gunther crede nella potenzialità di Janowicz ma non apprezza la sua etica del lavoro. Rimetterlo in carreggiata non sarà facile, anche se qualche buon risultato ottenuto recentemente su erba hanno acceso una piccola speranza. infondo, anche se Janowicz non è il tipico tennista “quadrato” non è neppure il peggiore scapestrato con cui il cinquantaseienne viennese ha a che fare, visto che ha allenato a lungo e con successo forse la testa calda più grande del circuito, Ernests Gulbis.

IMPRESA GULBIS – Fino a quando il suo protetto è rimasto mentalizzato sul tennis ed ha rispettato il regime attento e disciplinato del coach austriaco, Bresnik ha fatto un vero e proprio miracolo. Dotato di talento e classe immensa il lettone quando ha fatto il suo ingresso nel circuito ATP nel 2007, sembrava destinato a entrare a mani basse fra i grandi del tennis mondiale, ma ha (quasi) sempre deluso le grandi speranze che venivano riposte in lui. In pratica la versione in chiave sportiva di Godot, personaggio ideato dalla fantasia dell’autore teatrale Samuel Beckett: Tutti lo aspettano, ma lui non arriva mai. . L’inizio del 2013 è il momento più basso della vita tennistica di Gulbis. Sprofondato ben oltre il numero cento del mondo il sovietico è battuto nel challenger di Bergamo dal polacco Przysiezny. Sembra voglia addirittura farla finita con il tennis, ma decide di concedersi un’ultima possibilità affidandosi alle cure di Bresnik. Con lui al suo angolo, nella testa del nativo di Riga scatta qualcosa, inizia ad allenarsi seriamente e finalmente macina gioco e vittorie. I meriti del santone viennese sono enormi anche dal punto di vista tecnico. Oltre ad essere un folle, infatti, Gulbis aveva anche grossi problemi dalla parte del dritto, colpo molto insicuro e umorale. L’allenatore austriaco gli cambia totalmente impostazione. Il nuovo movimento, con ampia e bizzarra apertura, da un punto di vista estetico è ai limiti dell’inguardabile, però, risulta più efficace. Gulbis con questa preparazione particolare si concentra di più sull’impatto della palla riducendo il numero di errori non forzati e trovando in modo più sovente la profondità. I risultati finalmente arrivano, Gulbis bissa il successo del 2010 a Delray Beach. A Indian Wells e Roma si batte alla pari con Rafa Nadal perdendo al photofinish, raggiunge i quarti di finale a Montreal e ottiene il secondo successo stagionale a Pietroburgo, sul sintetico dell’ex capitale Russa. Chiude l’anno da numero ventiquattro ATP. Se il 2013 è stato l’ anno della rinascita, i primi mesi del 2014 sono quelli della grande illusione. Ernests domina il torneo di Marsiglia giocando un tennis straordinario, scherzando Gasquet nel penultimo atto e Tsonga nella finalissima. Dopo aver ottenuto buoni piazzamenti nei Master Mille primaverili il lettone aggiunge un altro trofeo in bacheca sulla terra di Nizza, dove sconfigge Del Bonis. A Parigi parte con buone credenziali e, per una volta, non delude le attese. Disputa un grande Roland Garros battendo in 5 set Roger Federer negli ottavi di finale, straccia Berdych ai quarti e si arrende solo in semifinale contro Novak Djokovic. Il lettone che aveva toccato a Nizza il suo best ranking di numero diciassette del mondo, migliora ulteriormente e finalmente entra nell’agognata “top ten”. Purtroppo è stato bello finché è durata perché dopo Parigi Gulbis, ritorna….Gulbis. Anche il buon Gunther può fare poco per arginare la caduta (l’ennesima in carriera) dell’istrionico tennista dell’est. Ernests in campo non combina in sostanza più nulla, sprofondando di nuovo e uscendo in poco più di un anno dalla top 100. Nell’estate del 2015 il divorzio professionale. “Ho scelto di dedicarmi a chi lavora più sodo. Non posso più cercare di sostenere Gulbis, più di quanto già abbia fatto in questi anni, anche se ultimamente Ernests sta attraversando problemi personali”.

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FIDUCIA SU THIEM – Chiarissimo il riferimento a Dominic Thiem che per qualche mese è stato compagno di allenamenti di Gulbis, per poi essere seguito in maniera quasi esclusiva dall’allenatore austriaco. Thiem entra giovanissimo nell’accademia di Bresnik e il coach di Vienna l’ha accompagnato in ogni suo passo nel tennis che conta, trasformandolo nel giocatore che tutti conosciamo. Uno dei tanti meriti di Bresnik è di aver cambiato l’impostazione del rovescio del suo allievo: Dominic aveva un gran dritto e un rovescio a due mani piuttosto modesto, con cui prevalentemente si difendeva. Gunther, convince il giovanissimo austriaco a diventare momane e i risultati sono stati incredibili. Potenza, angoli, profondità: con questo fondamentale Thiem raggiunge quasi i livelli del dritto. L’ascesa del nativo di Wiener Neustadt è costante. Dopo aver ottenuto buoni risultati a livello giovanile, si affaccia con continuità fra i professionisti nel 2013 dove riceve una wild card per partecipare al torneo ATP 250 di Kitzbühel dove riesce ad arrivare ai quarti di finale, risultato che bissa qualche mese dopo a Vienna . I progressi continuano l’anno dopo, nuovamente al torneo di Kitzbühel raggiunge la sua prima finale a livello ATP venendo però sconfitto da David Goffin. Il 23 maggio 2015 vince il suo primo titolo ATP sconfiggendo in finale a Nizza (terra rossa) l’argentino Leonardo Mayer col punteggio di 6-7 7-5 7-6 dopo 2h e 48 di gioco. Il giovane austriaco, fino a quel momento, è un giocatore prevalentemente da terra, le sue ampie aperture e la sua posizione arretrata sul campo mal si adattano alle altre superfici, specialmente su erba dove è un pesce fuor d’acqua. La bravura di Gunther Bresnik è stata quella di renderlo un giocatore eclettico, in grado di difendersi su tutti i tipi di terreno. I campi rossi rimarranno la sua superficie preferita (dopo Nizza ha vinto altri cinque titoli su terra) ma Dominic s’imporrà anche sul cemento di Acapulco e sui prati tedeschi di Stoccarda. Il ventiquattrenne austriaco oggi è numero otto del mondo (best ranking di sette) , può vantare due vittorie in ATP 500, una finale di un Master 1000 a Madrid, due semifinali al Roland Garros, una partecipazione alle Finals di Londra. Insomma un palmares niente male che molti tennisti sognerebbero. Eppure anche se Thiem ha ancora molti anni davanti, forse i migliori della carriera, un senso di incompiutezza aleggia già sulle spalle del giovane austriaco, come una spada di damocle. Molti addetti ai lavori, infatti, erano convinti che Dominic maturasse più rapidamente e fosse già in grado di competere stabilmente con i migliori del mondo. Invece, a volte, gioca ancora come uno juniores tende a voler “spaccare” la palla, vuole fare vincente da qualsiasi posizione con poco, pochissimo margine. Bresnik l’ha completato, ha migliorato il servizio e il gioco di volo del suo pupillo: Thiem possiede una varietà di colpi e di soluzioni che dovrebbero permettergli di giocare in modo più funzionale e tatticamente avveduto. Forse è questo l’ultimo step che Gunther Bresnik deve far compiere al suo giocatore. “Penso che abbia le capacità per vincere qualunque torneo. È migliorato anche fisicamente, ora ha più resistenza ed è sempre stato molto veloce. Senza dubbio, negli ultimi due-tre anni è diventato uomo. Nonostante ciò non avete ancora visto il migliore Thiem”. Il coach austriaco, sembra voler impiegare tutte le sue energie per allenare Thiem. Fornisce consulenza anche ad altri giocatori ma è il tennista di Wiener Neustadt il cavallo su cui ha deciso di puntare. Sarà perché si è iscritto alla sua accademia da quando aveva dodici anni, sarà perché l’ha potuto seguire e plasmare passo passo, sarà per l’amicizia che lo lega a suo papà Wolfang Thiem, anche lui allenatore di tennis. Bresnik ha visto in Thiem enormi potenzialità e una spiccata serietà e spirito di sacrificio che lo possono portare in alto. Vedremo se i due riusciranno a fare l’ultimo salto di qualità, quello che porta l’ottimo giocatore a diventare un campione.

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