La notte in cui capii cos’è il tennis

La notte in cui capii cos’è il tennis

Il 31 agosto del 2006 un secondo turno agli Us Open divenne quasi più entusiasmante di una finale. A suon di vincenti Andre Agassi e Marcos Baghdatis si sfidarono in un duello epico, che mi ha fatto capire quanto il tennis sia molto più di uno sport.

A Flushing Meadows il 31 agosto le tribune erano talmente gremite che ad occhio sembrava impossibile trovare un seggiolino vuoto. Gli anni erano passati così in fretta che parecchi erano increduli nel constatare che quella sera Andre Agassi, perdendo, avrebbe appeso per sempre la racchetta al chiodo. Dopo aver vinto tutti e quattro gli Slam, l’oro olimpico, le Tour Finals, tre Coppe Davis, essere stato numero uno al mondo e dopo aver dato vita insieme a Pete Sampras ad una delle rivalità più belle della storia del tennis, il Kid che aveva scosso il panorama tennistico con il suo look ribelle ed il suo logorante ed esplosivo gioco da fondocampo, senza più l’orecchino ed in una sobria t-shirt bianca era pronto a battagliare forse per l’ultima volta sull’Artur Ashe Stadium. Si temeva che Andre non ce l’avrebbe fatta a superare l’avversario che lo aspettava dall’altra parte della rete quella sera, e quindi ogni appassionato aveva provato ad accaparrarsi gli ultimi biglietti disponibili. 23’000 persone componevano una folla compatta, ormai pronta per vedere i giocatori scendere in campo. Quell’ostacolo che per molti era insormontabile aveva il nome di Marcos Baghdatis, numero otto del mondo e tennista in forte ascesa.

Stati Uniti e Cipro sono lontanissimi, ma negli 11487 kilometri che separano Las Vegas da Limassol c’è un collante forte quanto invisibile che convinse un ragazzino paffutelo a preferire una racchetta ad un pallone da calcio. Andre Agassi  convinse Marco Baghdatis che il tennis poteva essere molto di più che un hobby.

Mentre ammirava incredulo sul campo il fratello maggiore Marinos, Marcos incollato alla televisione guardava Andre mettersi dietro la linea di fondo e rimandare dall’altra parte ogni palla, potente, stretta o angolata che fosse. Senza mai sbagliare. Vincendo match su match. Decise che quello era il modo in cui voleva giocare a tennis, ed il poster di Agassi vegliava sul suo letto già da un po’ quando tra le lacrime fu costretto a lasciare la calda Limassol per Parigi. Un passo necessario da compiere per poter definitivamente diventare un professionista. Nonostante le difficoltà dovute nell’essere un ragazzino privato della famiglia e del suo adorato mare, costretto ad allenarsi in modo schematico come mai aveva fatto prima, il talento di Marcos emerge inevitabilmente. Il 2006 mette in luce tutte le sue qualità. Dopo essersi giocato la finale di uno Slam in quell’avvincente cavalcata che fu il suo Australian Open, l’idolo irraggiungibile della sua gioventù era più vicino che mai. Era nello spogliatoio accanto a lui, pronto per la battaglia.

Quando il match comincia le racchette sembrano quasi urlare ad ogni colpo. La potenza sprigionata dalle corde, l’impatto perfetto sembra eccitare a dismisura il pubblico. A momenti sembra di vedere quasi due cloni: negli schemi di gioco, nei movimenti, nel lasciare fermo l’avversario con un colpo imprendibile. Rovescio incrociato, rovescio lungo linea vincente. Dritto incrociato, dritto lungo linea vincente. Occasionali smorzate letali, perché di certo non mancava a nessuno dei due una mano delicata. Quel ragazzino cipriota la lezione di Andre Agassi l’aveva imparata, ed anche bene. Ma quella sera sembrava non bastare. Andre aveva dimostrato vincendo i primi due set che lui era pur sempre il Maestro e l’allievo per quella volta doveva mettersi da parte. 6-4, 6-4. Non aveva però fatto i conti con la voglia matta di Marcos di dare battaglia, che era rimasta soltanto sopita durante la prima ora di gioco. “Pame!” si sente gridare a squarciagola nello Stadium. Non si sentiva volare una mosca. Era arrivato il break ed il silenzio fu annientato soltanto dai tifosi ciprioti che avevano cominciato a cantare e a far sventolare con orgoglio le loro bandiere. Terzo e quarto set sono appannaggio di Baghdatis. 6-3, 7-5.

Il clima che si respira quando si giunge al quinto e decisivo set è indescrivibile. Ad ogni punto la folla esulta come se in palio ci fosse il trofeo e non l’accesso al terzo turno. Ogni palla diventa sinonimo di lotta, il punto lo perdeva chi, stremato, era costretto a sbagliare o lasciare spazio ad un vincente. Arrivati alla fase cruciale del match, Baghdatis si avventa a rete per chiudere con una volée uno scambio tremendo. Poi crack. I crampi si impossessano del corpo di Marcos. In un lunghissimo game al servizio di Agassi, condito con otto deuce, se ne vedono di tutti i colori. Baghdatis o tira vincenti da urlo senza fare un passo oppure zoppicando spara la palla in rete, facendo il tutto con un sorriso strano ma genuino stampato in faccia. Quel game interminabile, il game per antonomasia della lotta all’ultimo sangue, lo vincerà Agassi e sarà premonitore, dopo quel duello epico, del risultato finale. 6-4, 6-4, 3-6, 5-7, 7-5. Racchetta lanciata in aria e pubblico in visibilio. Ce l’aveva fatta ancora una volta.

Gli attimi primi di arrivare alla rete per il saluto di rito sembrano essere interminabili. I secondi sembrano ore. Dopo essersi abbracciati, sfiniti, distrutti, i gladiatori si siedono per riprendere fiato. Quando tutto è finito e le persone si apprestano tristemente a lasciare lo stadio, rientrati negli spogliatoi, Marcos e Andre, entrambi sdraiati su un lettino, talmente stanchi da non riuscire neanche a parlare, si guardano e con lo sguardo si lanciano un cenno d’intesa. “Guarda cosa abbiamo fatto stasera”. Hanno dato tutto, hanno appassionato una folla oceanica con una battaglia strepitosa, e nonostante la gioia della quasi totalità dell’Artur Ashe Stadium per la vittoria di Agassi, i due sono entrambi felici.

Andre è consapevole che la vittoria maturata è stata frutto soprattutto della sua infinita voglia di non arrendersi. Mai. Una partita che sembrava vinta, poi quasi persa e chiusa soltanto grazie al suo talento, la sua classe, il suo cuore indomito da lottatore. Quando alza le braccia in cielo in segno di vittoria, non può che notare che la sua Steffi è in lacrime. Prima di quello che poteva essere il suo ultimo match per la mente gli sarà passata quasi tutta la sua vita, che equivaleva in pratica a trentasei anni spesi su campi da tennis. Trentasei anni in cui quella palla gialla era diventata un vero e proprio incubo. Avrà pensato a tutti quegli allenamenti estenuanti che papà Mike gli imponeva, a quando steccava di proposito per riprendere fiato, ai primi match, alla prima fidanzata. Poi Nick Bollettieri, i capelli lunghi, i brutti voti a scuola ed i primi titoli. Gli Slam, la gloria, il denaro, la droga, Steffi, la sua storica racchetta Prince, la maledetta lingua a penzoloni di Pistol Pete . Capisce che dopo la battaglia, per l’ennesima volta, la vittoria è stata liberatoria, dolce. Però questa volta  effimera più che mai. Ed Andre ne è consapevole. Sa che ogni successo può essere l’ultimo ed è già pronto ad accettare il suo destino, nonostante la sua intera carriera sia stata caratterizzata dall’immensa voglia di piegarlo al suo volere.

Le lacrime gli sgorgano dagli occhi ancor prima che Benjamin Becker, tre giorni dopo, metta fine alla sua carriera con un servizio vincente. Lo spietato mondo del tennis che tanto ha odiato negli anni, alla fin fine gli mancherà. Capirà solo dopo il giusto periodo di disintossicazione da allenamenti e stress pre-partita tutto ciò che ha dato e ricevuto dal Suo sport. Riappacificandosi definitivamente con  il tennis.

Marcos Baghdatis sorride dopo quella sconfitta che con tutte le forze e tutto il suo cuore aveva cercato di evitare. Ha ventuno anni e non è un dramma aver perso al secondo turno dello US Open 2006. Dopo tutto è appena la terza edizione del torneo che gioca. Gli anni sono passati, in parecchi ancora oggi affermano che Marcos il talento per vincere gli Slam ce l’aveva eccome. Alcuni brutalmente sentenziano un totale spreco di talento da parte del cipriota, dimenticando gli infortuni ma anche che non è matematico avere un’attitudine mentale vincente correlata al talento che si possiede. Oggi Marcos Baghdatis non si è dato per vinto e gioca ancora a tennis. Ogni volta che vince una match bacia il campo da gioco, che sia in cemento, terra o erba. Ogni volta che perde sorride e va a stringere la mano all’avversario. Per i  tifosi di Baghdatis sparsi per il mondo, gli abitanti di quell’isola splendida e dilaniata che è Cipro, gli appassionati di tennis, chiunque consideri lo sport  fondamentale come esperienza formativa nella vita, il sorriso stampato sulle labbra di Baghdatis è in grado di rendere labile la differenza tra il vincere ed il perdere una partita.

Cos’è una vittoria? Cos’è una sconfitta? Per capire il valore di entrambe a me è bastato guardare per quattro lunghe ed intense ore Andre Agassi giocare a tennis contro Marcos Baghdatis, in una memorabile notte americana di dieci anni fa.

2 commenti

2 commenti

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  1. Fabio Ghini - 7 mesi fa

    Tantissimo anche a me!

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  2. Sergio Seravalli - 7 mesi fa

    Mi manchi Andre…

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