La Coppa Davis “zoppa” del 1974

La Coppa Davis “zoppa” del 1974

Da quando nel 1936 la Gran Bretagna di Fred Perry e Bunny Austin sconfisse a Wimbledon l’Australia per 3-2, la Coppa Davis era sempre finita nella mani degli Stati Uniti o dell’Australia… di Andrea Cherchi

di Andrea Cherchi
Da quando nel 1936 la Gran Bretagna di Fred Perry e Bunny Austin sconfisse a Wimbledon l’Australia per 3-2, la Coppa Davis era sempre finita nella mani degli Stati Uniti o dell’Australia. Molti team, Italia compresa, avevano tentato invano di interrompere quel “duopolio”, anche favorito dalla formula del Challenge Round, secondo la quale la squadra vincitrice dell’anno precedente attendeva in finale, in casa propria, la vincitrice della competizione vera e propria. Il Challenge Round era stato eliminato nel 1972, quando gli U.S.A. la spuntarono contro i rumeni nella bolgia di Bucarest, mentre nel 1973 furono gli australiani, guidati da Laver e Newcombe, a travolgere gli americani a Cleveland. Ma nel 1974 le cose andarono in modo diverso. Nel tabellone della zona americana gli Stati Uniti, che schieravano Harold Solomon, il non irresistibile Eric Van Dillen e il portoricano Charlie Pasarell, furono sorpresi a Bogotà dalla Colombia di Jairo Velasco e Ivan Molina, determinando le seguenti finali di zona, da cui sarebbero venute fuori le quattro semifinaliste:
a Mestre l’Italia di Panatta, Barazzutti e Bertolucci la spuntò di misura sulla Romania, nonostante Ilie Nastase, sfruttando il doppio e la debolezza di Ion Tiriac;
a Donetsk l’URSS di Alex Metreveli e Teimuraz Kakulia ebbe la meglio, sempre per 3-2, sui cecoslovacchi guidati da Jan Kodes e Frantisek Pala;
a Bogotà si presentò il Sudafrica, che aveva beneficiato della rinuncia del forte team argentino guidato da Guillermo Vilas, in contrasto con la politica di apartheid vigente in quel Paese. Questa volta Velasco e Molina non poterono opporsi alla superiorità dell’anziano Bob Hewitt, di Ray Moore e dell’imbattibile doppio Hewitt-McMillan, che chiusero il match già dopo le prime due giornate;
a Calcutta si verificò un’altra clamorosa sorpresa, quando il team indiano riuscì ad estromettere i favoritissimi australiani. Per un motivo o per l’altro il capitano “aussie” Neale Fraser dovette rinunciare ai vari Laver, Newcombe, Rosewall e Roche e si presentò con un un ottimo giocatore, John Alexander ed un altro non trascendentale, Bob Giltinian. Questi fu sorpreso in 4 durissimi set dal sorprendente “carneade” Jasjit Singh (unico giocatore della storia di etnia Sikh) e dopo la vittoria di Alexander su Vijay Amritraj si giocò uno dei più incredibili e lunghi incontri della storia della manifestazione: i fratelli Amritraj (Vijay ed Anand) sconfissero Alexander e Colin Dibley col punteggio di 17-15 6-8 6-3 16-18 6-4!! Nell’ultima giornata, dopo la scontata e comoda vittoria di Alexander su Singh, il buon Vijay piegò in 4 set Giltinian, portando il suo team in semifinale. Il match segnò fra l’altro un record difficilmente battibile, quello dei games totali disputati, ben 327!!
Della semifinale fra Italia e Sudafrica si è parlato tanto: dopo i dubbi avanzati dall’opinione pubblica sull’opportunità di giocare in quel Paese (e la proposta, bocciata, di spostare il match in campo neutro), si giocò sul cemento di Johannesbourg. Gli azzurri si presentarono a corto di preparazione agonistica ed il capitano Fausto Gardini preferì Zugarelli a Corrado Barazzutti: Tonino perse al quinto set col vecchio e appesantito Bob Hewitt e Panatta fu battuto in quattro set dal capellone Ray Moore. Ben poco poterono fare Panatta e Bertolucci contro gli allora irresistibili Hewitt e McMillan. Ancora non si sapeva ma fu quello l’ultimo match di Davis giocato in Sudafrica prima dell’esclusione. Sull’erba di Pune, in India, la squadra di casa incontrò invece l’URSS: nella prima giornata i fratelli Amritraj, Vijay ed Anand (preferito nell’occasione a Singh), superarono rispettivamente Kakulia ed il forte Metreveli, ma poi cedettero inopinatamente il punto del doppio dopo un lunghissimo match contro Metreveli-Korotkov. Il salvatore della patria fu stavolta Anand che superò in 5 set Kakulia, riportando l’India in finale, dopo il Challenge Round giocato e perso con l’Australia nel 1966. La finale sarebbe dunque stata fra Sudafrica e India, decretando quindi, dopo ben 38 anni, un vincitore diverso da U.S.A. o Australia.
Ma, per la delusione dei giocatori (sudafricani e indiani) e degli sportivi in genere, quella finale non venne mai disputata, a causa della ferma posizione del governo indiano contro il regime di apartheid vigente in Sudafrica. La desolante immagine del team sudafricano schierato in tenuta sportiva di fianco alla coppa, all’interno dell’Ellis Park di Johannesbourg, fu un colpo al cuore per lo sport, che mai dovrebbe essere mescolato, come purtroppo spesso è invece accaduto, alle vicende politiche. Nonostante qualche timido tentativo fatto per portare il match su un campo neutro (in Spagna, per l’esattezza), il governo indiano (si dice in seguito a personale e ferma presa di posizione del Primo Ministro Indira Gandhi) si mostrò irremovibile, decidendo di non prendere parte alla finale, e lasciando l’insalatiera d’argento nelle mani del Sudafrica. Alcuni dei giocatori si pronunciarono in merito, anche a posteriori: il miglior giocatore sudafricano, Cliff Drysdale, proprio quell’anno giocò un solo match di Davis, prima di rinunciare alla cittadinanza in aperta polemica con la politica dell’apartheid, sottolineando come si sentisse ormai un ospite sgradito in giro per il mondo (ricordiamo che il Sudafrica era, tra l’altro, bannato dai Giochi Olimpici sin dal 1964). Hewitt e McMillan hanno sempre parlato malvolentieri dell’argomento, sebbene il primo abbia poi detto “vedere il nostri nomi sulla Coppa Davis ci ha inorgoglito, ma il modo in cui ciò è avvenuto ci ha lasciato l’amaro in bocca”, mentre McMillan rilevò come, pur essendo contrario alla politica dell’apartheid, lui fosse “una bestia sportiva e non un animale politico e quindi all’epoca ritenesse giusto giocare”; Ray Moore infine, pur proclamandosi apertamente contrario all’apartheid, disse più volte che il suo team avrebbe comunque vinto., ma in seguito ammise di aver condiviso la scelta degli indiani, evidenziando che “se più governi si fossero comportati come quello indiano, probabilmente l’apartheid sarebbe crollato prima”. Riguardo agli indiani, mentre Vijay Amritraj si disse “contrariato come sportivo, ma orgoglioso come uomo” per la rinuncia della sua nazione, Anand più volte ha ripetuto che fu persa un’occasione irripetibile per l’India, dicendosi convinto che il suo team avrebbe senza dubbio vinto col punteggio di 4-1. I più sollevati dal forfait furono invece gli organizzatori dell’evento a Johannesbourg, già angustiati dal problema di valutare se sistemare i tifosi e gli ospiti indiani nel settore degli “whites” o in quello dei “nonwhites”. Tra le altre cose, si venne poi a sapere che non ci sarebbe stata nessuna finale anche in caso di vittoria dell’URSS contro l’India, in quanto i sovietici avrebbero comunque rinunciato per il medesimo motivo.
Ricordiamo che anche nel 1976 qualcuno chiese a gran voce la rinuncia dell’Italia nella finale contro il Cile, in protesta contro il regime dittatoriale di Pinochet: in quell’occasione i sovietici non giocarono contro i cileni, per noi, fortunatamente, prevalsero invece le ragioni dello sport e gli azzurri poterono sollevare l’agognata coppa.
I sudafricani, dopo che varie nazioni rifiutarono di giocarci contro (vedi il Messico l’anno seguente), vennero esclusi dalla competizione per diversi anni (dal 1978 al 1992), mentre gli indiani ebbero l’opportunità di disputare un’altra finale (sempre coi fratelli Amritraj e Ramesh Krishnan), ma furono nettamente sconfitti nel 1987 dall’imbattibile Svezia.

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