Esclusiva Tennis Circus: Thomas Fabbiano si racconta, tra lucidità e determinazione

Esclusiva Tennis Circus: Thomas Fabbiano si racconta, tra lucidità e determinazione

Intervista esclusiva realizzata dal nostro Alberto Maiale a Thomas Fabbiano, il tennista pugliese che ha disputato la stagione migliore della carriera facendo registrare anche il best ranking ogni settimana alla fine di questo 2015. Consapevolezza, mentalità, programmazione: tutte parole chiave del suo modo di essere un professionista del tennis.

Intervistare Thomas Fabbiano è piuttosto facile. Ha le idee molto chiare sul suo lavoro. Consapevolezza, mentalità, programmazione: tutte parole chiave direi del suo modo di essere un professionista del tennis. La stagione 2015 è stata probabilmente la migliore della sua carriera finora, culminata col best ranking raggiunto ad un passo dal top 150 atp (156). Un risultato notevole al di là del mero dato numerico, che pure conta in questo sport per i motivi che tutti gli aficionados conoscono, perché discutendo con Thomas si avverte che il suo tennis comincia nella testa prima ancora che nel braccio o nella preparazione fisica. Nulla è lasciato al caso: preparazione tecnica a Foligno col team di coach Gorietti, che insieme al pugliese lavora anche con Luca Vanni e Stefano Travaglia, aspetto fisico curato con Diego Ruben Silva e quello mentale con Marco Formica (seguite il suo blog, ne vale la pena se volete saperne di più di approccio all’agonismo e non solo). Un anno da globe-trotter con la racchetta e tanta umiltà e voglia di mettersi in discussione costante. Cos’altro si dovrebbe richiedere ad un professionista? Nulla. Se poi ha anche l’hobby della scrittura per il blog dell’amico Alessandro Nizegorodcew, allora è proprio un piacere farci due chiacchiere.

Partiamo da un dato numerico: hai iniziato l’anno attorno alla 250esima posizione del ranking e l’hai finito 100 posti in avanti. Al di là dell’aspetto quantitativo del dato, si tratta di 100 posizioni molto difficili da scalare, insomma, non è come passare da 600 a 300. Che pensi di questo risultato?
Sono soddisfatto, decisamente. Come dici tu si tratta di un livello molto difficile da scalare, tutti giocano bene e ogni partita è una battaglia. In realtà, però, non è questo l’aspetto di cui sono più contento, bensì del mio livello di gioco, di completezza. Questo è davvero il passo in avanti che ho fatto quest’anno. Poi i risultati sono arrivati di conseguenza.

Intendi alludere al fatto che sei tornato in una posizione, migliorandola, che avevi già raggiunto nel 2013 ?
No, due anni fa ho ottenuto buoni risultati, ma di buono c’erano solo loro. Ho vinto delle partite, nel momento giusto, ma il livello del mio gioco non era paragonabile a quello attuale, anche in termini di consapevolezza. Adesso le cose sono cambiate, sono più consapevole di molti aspetti del mio tennis, riesco a fare le scelte giuste in partita, sono più attento, gestisco l’errore meglio. Francamente mi importa molto più questo che vincere le partite e valutarle magari solo riguardo al risultato.

Proviamo ad analizzare la stagione 2015. Sei partito dalle qualificazioni ATP, obiettivo sicuramente di alto livello, anziché giocare i challanger di inizio stagione.
Sì, ho provato subito a confrontarmi con un livello più alto, anche perché ho bisogno di giocare partite, di guadagnare fiducia sul campo. Per il mio modo di fare tennis la continuità è decisiva, ho lavorato bene ed ero in fiducia. Alcuni risultati non sono arrivati come speravo, ci ho messo un po’ però a trovare il livello che volevo raggiungere. Grosso modo attorno a marzo però già sentivo che qualcosa era cambiato in positivo, anche se non ho ottenuto molto. In realtà a me importava questo aspetto da migliorare: il livello di gioco, la convinzione nei miei mezzi. Poi la parentesi in Tunisia mi ha dato molta fiducia.

Thomas Fabbiano

Esatto, ne abbiamo parlato qui su Tennis Circus, avevo fatto notare allora che dai Futures in Tunisia fino Bucharest hai infilato 20 match vittoriosi, un filotto non da poco.
Assolutamente. Là, come dicevo, c’è stato il cambio di mentalità, quello che mi serviva. Ho avuto la certezza che i risultati erano connessi al mio livello di gioco, non soltanto agli avversari o al tipo di torneo. Sono passato dai 10000 e 15000 agli ATP. Poi, devo dire, c’è il rammarico per la partita con Tipsarevic, che è un ottimo giocatore, ma pur sempre una wild-card che rientrava nel circuito. Sentivo che potevo batterlo, è stata una mezza delusione.

Nei miei appunti per questa intervista infatti avevo segnato Napoli come punto di svolta.
Più che Napoli, dove giocavo bene, direi proprio l’intero periodo. Ti assicuro che in Tunisia avevo un livello di gioco anche superiore.

E poi Roma, con Gasquet, a mio parere il miglior match del 2015, almeno tra quelli che ho potuto vedere. Un primo set in cui eri molto teso e poi un secondo set in cui stavi per far girare il match.
Il match era già girato. Sì, forse ero un po’ teso, non so adesso, ma di sicuro è cambiato qualcosa quando ho annullato il match-point sul 3-5, con una palla corta credo (lo interrompo per dire che si trattava di un bel dritto, e invece guardando gli appunti presi durante il match, verifico che Thomas aveva ragione, ndr). Sono andato 6-5 avanti sul suo (di Richard Gasquet, ndr) servizio, 0-15 e ho tirato un dritto che è uscito di un centimetro. Ho sognato quello scambio molte volte (ride). Se andavo 0-30 e fiducioso com’ero dopo la rimonta, potevo portalo al terzo e avrei definitivamente riaperto la partita. Poi invece in un attimo mi sono ritrovato sotto 0-6 al tiebreak. Però sono uscito da quel match con la convinzione di potermi confrontare con i top-players.

Era già successo che tu offrissi una buona prova con giocatori di quel livello, come con Milos Raonic all’US Open 2013.
Sì. Accade che il contesto, l’avversario, contribuiscano a tirar fuori da te stesso il meglio, a spingerti un po’ oltre i tuoi standard di rendimento. Così è successo a Roma, sono stato bravo a qualificarmi e a giocarmela alla pari per un set con uno come Gasquet, una bella inizione di fiducia. Dopo però è arrivato il Roland Garros, la sconfitta con Luca Vanni e l’estate è stata una brutta stagione per me. Sconfitta con Marco Cecchinato, con Dzumhur a San Benedetto, e sono andato ad Umago decidendo all’ultimo momento, senza fare troppi programmi, quasi con la voglia di fare il weekend a mare, di staccare, e invece vado là, gioco le qualificazioni e le passo, sebbene il match con Maximo Gonzalez mi avesse lasciato dentro sensazioni non troppo positive: se mi chiedi come ho fatto a vincere quel match, ti rispondo che ancora oggi, non lo so. Eppure è successo.

Vincere giocando male?
Esattamente, e sono le vittorie che preferisco, che servono di più. Mi interessano molto di più quelle.

Tra il Roland Garros e Umago c’è stata la parentesi sull’erba. Non proprio soddisfacente.
Invece ti dirò che alla fine è stata una buona cosa per me, anzi un passaggio importante della stagione. Sono andato a Surbiton e ho perso al secondo turno con Nishioka, uno che si adatta bene a quella superficie, giocandomi il match fino alla fine. Da sottolineare che ero restato fuori di un posto dalle qualificazioni del Queen’s, e ho riflettuto che sarei potuto restare là ad allenarmi. Ero da solo, ma ho preferito fare così, mettere ore di allenamento sull’erba, mi sono allenato con tutti, mi è servito molto. Così nelle qualificazioni di Wimbledon mi sentivo bene, ma ho beccato Ymer che ha giocato davvero bene, livello altissimo, anch’io devo dire, ma lui aveva qualcosina in più quel giorno. Con questi giocatori e sull’erba la partita è girata su pochi punti. In ogni caso è stata l’occasione per fare qualche variazione al mio gioco con il mio coach, in particolare al servizio. Tutte cose che sono servite poi in agosto.

E infatti dopo Umago la classifica, che era tornata alta sopra i 200, ha invertito la tendenza.
Sì, nella trasferta negli US ho deciso di puntare tutto sulle qualificazioni all’US Open dopo aver giocato discretamente nei challanger italiani, sono arrivato ad un passo dal maindraw perdendo da Basilashvili, che giocava molto bene, dopo un match combattuto. Altra iniezione di consapevolezza e fiducia.

Infine la trasferta asiatica, lunga, impegnativa.
Sì, pianificata. Si tratta delle condizioni che preferisco per giocare: outdoor, sul duro ma non troppo veloce. Ho raccolto tutto quello che in termini di fiducia, miglioramento tecnico, consapevolezza avevo raccolto durante tutto l’anno. Dopo il torneo di Biella mi sono preso un po’ di vacanza, ho staccato, poi ho ripreso, ho giocato in Germania per i campionati nazionali, e poi sono andato in Asia. Là ho trovato tutto quello che serviva per esprimermi al meglio.

Match migliore dell’anno?
Sì, durante quella trasferta. Direi quello con Lu a Ningbo, anche se ho perso, ma il livello era davvero ottimo, e sicuramente quella contro Granollers nei quarti.

Match peggiore, io dico quello contro Sitak a Kuala Lumbur.
Non lo so, quella era una partita in cui ero lucido, sentivo di doverla vincere in due, e invece ho perso in un modo che non mi spiego, uno di quei momenti in cui non riesci a capire esattamente cosa ti abbia portato a non fare risultato. Però quello che mi ha confortato è che non mi sono lasciato trascinare negativamente dall’esito, come in passato mi accadeva. Ho continuato a sentirmi in fiducia, ad essere positivo e la cosa ha funzionato fino alla fine.

A Hua Hin eri in riserva però. Ho pensato che magari dopo quella battuta d’arresto dopo l’ottima trasferta asiatica saresti andato a giocare Andria.
No, ad Andria sarei andato solo se avessi avuto dei punti da difendere, le condizioni di gioco non fanno per me, non amo giocare indoor. E devo dire soprattutto che contro Zopp a Hua Hin invece volevo vincere, avevo voglia di andare avanti e fare bene. Invece siamo arrivato là e mi sono trovato a giocare su un campo velocissimo: il club dove si svolgeva il challanger era ancora un cantiere, i campi erano velocissimi ed appena ultimati. Il risultato è che le condizioni di gioco favorivano moltissimo Zopp e mi penalizzavano troppo. Peccato, perché stavo bene, ci tenevo a chiudere nel migliore dei modi una buonissima trasferta. Finito quel torneo sono andato direttamente in vacanza con la mia ragazza. Tra poco riprendo, mi concedo ancora qualche giorno di riposo, di aria di casa, ma poi riparto con gli allenamenti per la prossima stagione.

Una nuova stagione che ti vedrà ripartire dal  nuovo best ranking, ottenuto praticamente ogni settimana nell’ultimo mese agonistico del 2015, un anno in cui hai giocato parecchi doppi. Scelta occasionale o volontaria?
Gioco parecchi doppi, mi piace farlo anche se chiarisco che resto un singolarista. Preferisco però giocare con un compagno fisso, perché nel doppio ci sono molti fattori da considerare, come ad esempio un compagno scarico, che non ha molta voglia di restare nel toreno a giocare perché magari ha perso in singolare, o viceversa, sei tu che vuoi andar via verso il torneo successivo perché hai perso e non ci sono gli stimoli giusti per giocare il doppio, e quindi la resa migliore può essere condizionata da aspetti mentali scorretti. Nella trasferta asiatica ho potuto scegliere un buon compagno (Jurgen Zopp, ndr) e abbiamo fatto qualche buon risultato. Nella prossima stagione non pianifico però sul doppio: quando ci sarà l’occasione di giocarlo lo farò, perché come dicevo sono in singolarista e su quell’attività voglio investire.

Un anno di consapevolezza quindi. Cosa è mancato?
Senza dubbio la prima vittoria a livello ATP. Quella deve arrivare nel 2016 e non voglio che sia un fatto occasionale, voglio portarne a casa tante. Sono molto determinato su questo punto. Ci sono però altri aspetti positivi, come un buon rendimento nelle qualificazioni Slam, almeno rispetto al 2014, dove avevo collezionato quattro eliminazioni al primo turno: volendo potrei dire un match Slam nel maindraw, però lo vedo bene nel 2016. In ogni caso sono soddisfatto di quello che ho trovato nel 2015, ovvero un gioco più solido.

A proposito, primo torneo della prossima stagione?
Sto per decidere: alternativa tra i tornei ATP come nello scorso anno, con la certezza di giocare le qualificazioni, oppure maindraw nei challanger (Happy Valley, ci dice Thomas). Deciderò a breve, anche perché i cut-off probabilmente si alzeranno con i nuovi regolamenti ATP che prevedono tabelloni di qualificazioni da 16 giocatori. Riparto da una buona posizione di classifica e voglio puntare in alto.

Per concludere una nota tecnica. Fai tanti punti col dritto e ho l’impressione che il doppio e gli allenamenti ti abbiano migliorato la risposta al servizio.
Sì, vero, molti vincenti, servo anche con migliore continuità, mi sento migliorato in tutto, incontro bene e questo mi consente anche in risposta di iniziare lo scambio alla pari o in posizione di vantaggio, e conta moltissimo. Il timing è una delle mie armi migliori, sicuramente quest’anno mi ha portato molti punti.

Si ringrazia Roberto Fabbiano, il fratello di Thomas

 

 

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