Il principe dei quadrumani, intervista esclusiva a Gene Mayer

Il principe dei quadrumani, intervista esclusiva a Gene Mayer

Tra dropshot e dritti a due mani, intervista a Gene Mayer, ex numero 4 al mondo, dimenticato artista della racchetta.

Unorthodox. Questa parola, che mi piace così, senza tradurla con la mera perifrasi propria dell’italiano, rappresenta forse la descrizione sintetica del mio modo di interpretare la vita. E questa parola io l’ho fatta mia estrapolandola dal gergo tennistico. Mi pare di averla sentita una volta in non so quale telecronaca in non so quale lingua. I tennisti cosiddetti “unorthodox”sono quelli che interpretano il gioco in un maniera personale, bella o brutta che sia, distaccandosi da scuole, maestri e colpi pre-fabbricati. Non è un caso che, tra passato e presente, tutti coloro che hanno infranto le canoniche regole stilistiche mi sono sempre stati maledettamente simpatici.

Cento e più volte ho desiderato essere sugli spalti cileni per vedere Hans Gildemeister, da Ascope, abbracciare i raccattapalle dopo aver gloriosamente sconfitto Stefan Edberg in Coppa Davis nel 1985 con quel bizzarro dritto bimane.
Pagherei un milione per gustarmi Karsten Braasch ad Amburgo nel ‘94, in barba a chi lo ricorda soltanto per “La Battaglia dei Sessi”, servire con quel movimento indescrivibile, affettare ed affettare con il rovescio fino a chiudere con una palla corta di dritto, brutta quanto imprendibile, il match e la carriera di quel diavolo di Ivan Lendl.

Vorrei possedere una macchina del tempo per tornare a Melbourne Park nel 1998 ed assistere all’assurda rimonta a suon di dritti giocati con impugnatura hawaiian e rovesci impattati con la stessa faccia della racchetta di Alberto “Il Basco di Ferro” Berasategui su Andre Agassi, dopo che quest’ultimo l’aveva sfottuto platealmente dicendo che poteva giocare soltanto sulla terra.
Non vi dico che mi priverei di un organo, perché sarebbe esagerato, ma ci andrei vicino per poter anche soltanto imitare un lob, una palla corta o semplicemente estrarre ogni tanto qualche coniglio dal mio cilindro tennistico come faceva il Magicien Fabrice Santoro.
Io che sono costretto a cliccare “replay” almeno tre volte ogni volta in cui decido di rivedere Florian Mayer impallinare Murray a Doha o intortare Nadal a Shanghai, ho avuto la possibilità di scambiare due parole con chi probabilmente tra gli unorthodox è stato il giocatore più forte, vero artista della racchetta, troppo spesso dimenticato. Sto parlando di Gene Mayer.
Gene con il suo tennis fatto di angoli, variazioni ed improvvisazioni è stato in grado di scardinare le difese di tutti i migliori giocatori del mondo a cavallo tra i ’70 e gli ’80. Il suo dritto a due mani e le sue micidiali palle corte sono state il marchio di fabbrica del suo tennis indecifrabile quanto spiazzante.

-Gene hai giocato a tennis in una Grande Epoca con campioni del calibro di Borg, McEnroe, Connors, Lendl, Newcombe, Vilas, Wilander, Becker. Pensare che li hai sconfitti tutti almeno una volta! Quali sono i ricordi che conservi di quegli anni?
Erano tempi davvero eccitanti per giocare! Il tennis era diventato un fenomeno mondiale. I giocatori più forti erano conosciuti da milioni di persone e la loro personalità arricchì tantissimo il nostro sport. Gli entourage non erano per nulla come quelli di oggi. I giocatori lottavano in campo, ma avevano ancora relazioni vere al di fuori del tennis.

-Eri considerato tra gli anni ’70 ed ’80 uno dei giocatori più talentuosi e divertenti da vedere del circuito. Raccontami qualcosa del tuo modo personale di interpretare il tennis, del tuo dritto a due mani e della tua arma micidiale, la palla corta.
Giocare entrambi i fondamentali con due mani crea un approccio unico al gioco. Entrambi i colpi da fondo diventano armi. Mascheravo le mie intenzioni grazie all’enorme rotazione delle spalle. Per me ogni match era come una partita a scacchi: prendere il controllo del punto, usare gli angoli per mettere l’avversario fuori posizione, unire potenza e tocco per mandarlo fuori equilibrio. La palla corta era parte integrante del mio gioco, soprattutto per creare l’effetto sorpresa.

-Hai raggiunto in singolare la posizione numero quattro delle classifiche, ma hai anche avuto una miriade di infortuni nel corso della tua carriera. Hai qualche rimpianto?
Gli infortuni erano una costante fonte di frustrazione. Erano impedimenti che bloccavano i miei progressi. Il mio rimpianto è che tardi nella fase di crescita ho capito l’importanza della prevenzione. Quando me ne sono reso conto, purtroppo era già tardi.

-Qual è la cosa più strana che ti è capitata in campo? E l’avversario che avresti preferito evitare dall’altra parte della rete?
La cosa più strana mi è capitata durante la mia prima finale in doppio al Roland Garros. Io ed Hank Pfister giocavamo insieme per la prima volta ed eravamo davvero sorpresi di essere arrivati fino in fondo al tabellone. Tutti i match erano al meglio dei tre set. Dopo aver vinto i primi due della finale, io ed Hank ci stringemmo la mano e nella nostra più completa sorpresa, la finale era al meglio dei cinque!
Jimmy Connors era probabilmente per me l’avversario più difficile da affrontare. Colpiva la palla in modo fantastico e raramente perdeva il controllo dei punti. Jimmy è stato inoltre uno dei più grandi lottatori della storia del tennis.

-La tua collaborazione con Santoro come allenatore, secondo me, era semplicemente perfetta. Fabrice era il vero e proprio erede del tuo tennis. Raccontami qualcosa di quegli anni come coach.
La mia collaborazione con Fabrice è stata davvero gratificante. Era un giocatore estremamente creativo. Eravamo in grado di capirci davvero facilmente. La sua naturalezza ed il suo istinto nel gioco combaciavano quasi alla perfezione con i miei. Soltanto pochi giocatori sarebbero stati in grado di prendersi i rischi che correva Fabrice . La fiducia ed il rispetto reciproci resero la nostra collaborazione davvero proficua.

-Gene sei stato anche un grande doppista, hai vinto infatti due Slam. Come mai, secondo te, attualmente il doppio è considerato così poco dai top-players?
Il doppio è diventato davvero una sub-cultura del tennis, che ormai è sempre di più guidato dalle sue star. Bisognerebbe promuoverlo e mostrarlo di più in tv. Con il ruolo sempre più determinante dell’aspetto fisico che ha assunto il gioco, diventa però difficile giocare singolo e doppio contemporaneamente. Quando anch’io ho cominciato a stazionare nei piani alti della classifica in singolare, ho dovuto mestamente abbandonare il doppio.

-Qual è la tua opinione riguardo il tennis americano oggi? Quali sono le possibilità per la nuova generazione a stelle e strisce che si sta affacciando sul Circuito?
C’è stata davvero una terribile assenza di top players americani che ha diminuito non poco l’interesse per il tennis negli USA. E’ una vergogna che nessuno dei tantissimi giocatori di prima fascia che abbiamo avuto sia stato integrato nel programma di sviluppo giovanile. I cambiamenti maggiori devono avvenire soprattutto nella filosofia e nel sistema in sé. Paesi più piccoli e con una tradizione tennistica meno gloriosa della nostra andrebbero presi d’esempio sotto questo punto di vista.

-Ed oggi qual è la relazione di Gene Mayer con il tennis?
Il tennis è ancora parte integrante della mia vita. Allenare aspiranti juniores e pro è il mio lavoro principale. Gioco inoltre ancora un numero di tornei ed eventi nel circuito Senior. Anche il mondo del business nel tennis occupa parte del mio tempo!

Io e Gene Mayer siamo separati dall’Oceano e da migliaia di kilometri, e avrà risposto ai miei quesiti battendo i freddi tasti di un computer. Forse per questo le mie domande sono state semplici e scontate. Avrei preferito parlargli distante una spanna e testare se lui fuori dagli schemi lo era soltanto in campo. Avrei voluto capire meglio il suo modo di intendere il tennis, ma anche la vita. Gene mi ha detto che l’Italia è il suo posto preferito sulla faccia della terra ed io l’ho invitato a casa mia. E adesso mi si materializza davanti agli occhi un match al circolo dietro casa  in cui io imperterrito continuo a giocare smorzate contro lui, il principe dei quadrumani, l’uomo dal dropshot letale per eccellenza. Probabilmente saremo persone completamente diverse ma su quel campo da tennis simili, simili in quel rompere i canoni e seguire soltanto lo schifosamente puro istinto che è dentro di noi.

Ps. Non ho mai preso in vita mia una lezione di tennis, taglio sempre il rovescio e qualcuno dice che la mia palla corta al salto sia, a volte, un colpo spiazzante.

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