Intervista ad Eva Asderaki: stare sulla sedia dell’arbitro

Intervista ad Eva Asderaki: stare sulla sedia dell’arbitro

Alcune risposte da chi guarda la partita da una posizione gerarchicamente elevata: Eva Asderaki risponde

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Eva Asderaki-Moore è uno degli arbitri più celebri e rispettati, a maggior ragione quandonel 2015 divenne la prima donna a sedere sulla sedia dell’arbitro durante la finale degli US Open maschili.

Nata in Grecia e residente a Melbourne, è una dei 29 arbitri ad avere il gold badge, ovvero il livello più alto di certificazione, ottenuto nel 2007. Dopo molti anni spesi ad arbitrare nella WTA, a Gennaio 2016 sta lavorando per l’ITF.

Sui viaggi internazionali:

“E ‘stato così (25-30 settimane sulla strada ogni anno), ma ora sto diminuendo il lavoro. E’ un sacco, il che è molto buono … non è facile per il vostro corpo, e non è facile se si ha famiglia e una vita personale. Sono contenta di poter ridurre, ma ovviamente ancora lavoro a tempo pieno. Si va, c’è il jet lag, condizioni climatiche diverse, ogni settimana quasi … [sul lavoro per ITF] : significherà che andrò ai Grand Slam e che cercherò di fare anche Coppa Davis e Fed Cup, e le Olimpiadi Giochi. Come parte del mio contratto, questo è tutto. Potenzialmente potrei andare ad insegnare ad un paio di scuole. Posso ancora fare un paio di eventi WTA se voglio, ma non ho ancora deciso. (Programma di quest’anno) è un po ‘più leggero. ”

Sull’essere gold badge umpire:

“Puoi fare le finali nel tour. Puoi arbitrare le finali del Gran Slam, Davis Cup e Fed Cup, ogni cosa … è stato pazzesco arrivare fino a qua. Ci è voluto del tempo. Dopo avere preso il bronze badge, ci sono voluti circa quattro anni per prendere il silver.”

Come si è imbattuta nella professione:

“Giocavo a tennis come bambina in Grecia, a Chalkida, un’ora da Atene. Una settimana del Marzo 2007 abbiamo avuto un torneo internazionale nel mio club e, come volontario, ho fatto la giudice di linea. Avevo 16 anni, e mi era piaciuto molto. Ho incontrato altri arbitri che mi hanno raccontato le loro esperienze, così ho detto ‘voglio farlo!’. E ho iniziato. All’epoca sono stata fortunata, perché avevano bisogno di nuovi arbitri. Mi hanno fatto diventare giudice di sedia in piccoli tornei – Futures e Satellites – e ho avuto quel ruolo dall’inizio. Penso fosse una grande cosa: ero giovane e arbitravo match di uomini e anche di donne senza giudice di linea – al massimo con uno – perché funziona così a quei livelli. E’ stata una grande esperienza, dovevi essere abile a tenere d’occhio la palla”.

Sui margini di manovra

“Ci sono differenti scenari che possono accadere. Anche se c’è una regola, essa può essere interpretata in vari modi: sappiamo le regole, ma esiste anche il buon senso. Esempio: un giocatore rompe la racchetta. Si applicano le regole sistematicamente? Dipende da quanto forte l’ha rotta, dipende qual è il calibro dell’evento. Quindi, se non c’è troppa aggressività, e la racchetta non è completamente distrutta, alcuni arbitri lasciano correre; possono parlare al giocatore nei cambi campo. Altri che applicano la regola. In quei casi pensi: Ok, questa è la regola, e ora? Il fine è il controllo del match generale, ovviamente ci sono però dei limiti, e sta all’arbitro capire quando essi possano ledere al controllo generale del match”.

“All’inizio della carriera hai le regole da rispettare e forse pensi: devo fare tutto giusto, applicare giustamente tutte le regole. Con l’esperienza e, poi, conoscendo i giocatori cominci ad avere la sicurezza necessaria per astrarre e variare le conseguenza delle azioni.”

Sui segni della pallina sulla terra:

“Se immagini un campo di terra, pensa alla linea di fondo dove i giocatori corrono sempre. La terra non sarà a posto. Devi andare lì e chiederti: era un lob? Un cross? Un vincente sulla riga? E immaginare il segno corrispondente. E’ simmetrico? E’ tutto sulla terra o una parte di segno è sulla riga? Queste sono le discussioni.”

Sull’ Hawkeye:

“All’inizio era: ‘ Ohh, vediamo cosa farà vedere’. Ma ora è fantastico. E’ un aiuto perché alla fine non importa se ti da ragione o no. Per i giocatori serve, poi tornano a giocare, una volta che ci hanno visto chiaro. Si comporterebbero con più aggressività se pensassero sia l’arbitro a sbagliare.”

Sulle relazioni con i giocatori:

“Se dico di conoscere i giocatori, intendo che conosco il loro comportamento sul campo. Non possiamo socializzare con i giocatori. Ovviamente, vedendoli spesso, con alcuni si può parlare, ma niente di più. C’è un limite. Non puoi essere amico con qualcuno al quale farai da arbitro. Ma sul campo, li conosciamo per bene!”

Sul come disciplinare un giocatore:

“Non è una bella situazione. Alla fine però bisogna fare qualcosa, loro sanno che sei lì per quello.”

Sul rimanere concentrati nonostante la folla:

“Mi sento un po’ nervosa all’inizio, perché è una grande prova. Una finale è molto forte emotivamente. Ma alla fine qualsiasi match, per i giocatori, è importante. E non puoi sapere cosa potrebbe succedere, anche se sei nel campo numero 25. Dopo un po’ comunque ci si abitua. Mi preoccupo di non andare a stomaco vuoto, ho anche abbastanza da bere, ma non troppo da correre al bagno! Ho i miei rituali, quando faccio la coda ai capelli penso: OK, ora bisogna essere pronti. Naturalmente il rumore e il palcoscenico si fanno sentire, ma quando si è concentrati non esistono più.”

 

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