TennisCircus incontra Luca Bottazzi, ex giocatore professionista

TennisCircus incontra Luca Bottazzi, ex giocatore professionista

Abbiamo incontrato Luca Bottazzi, ex giocatore professionista, ora commentatore sportivo nonchè autore di tre libri riguardanti il tennis.

di Lorenzo Marini, @marinilorenzo21

Abbiamo incontrato Luca Bottazzi, ex professionista. Da juniores ha raggiunto due volte i quarti di finale al Roland Garros e ottavi di finale sia agli US Open che a Wimbledon. Nel circuito maggiore nel 1985 ha raggiunto il suo best ranking alla posizione 133. Ritiratosi dal circuito professionistico è stato tra i cofondatori dell’associazione R.I.T.A. (Italian Tennis Research Association) per sviluppare nuovi metodi scientifici per l’insegnamento del tennis a bambini e ragazzi. Autore di tre libri: Tennis. 100 anni di storie (2018), Il codice del tennis. Bill Tilden. Arte e scienza del gioco (2015) e Dal bambino al campione (2010) ora ricopre il ruolo di commentatore sportivo per Sky Italia e docente all’università IULM di Milano nel Master di marketing e comunicazione dello sport.

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Raccontaci del tuo ultimo libro uscito recentemente, “Tennis. 100 anni di storie”. Quale messaggio vuoi mandare al tuo pubblico raccontando queste storie ?

L’ex campione di Wimbledon e numero uno del mondo, John Newcombe, scrive nel mio libro che nessuno ha mai osservato “il gioco” partendo così lontano nel tempo. Invece Gianni Clerici, sul quotidiano la Repubblica, lo ha definito un libro “indispensabile”. Due esperti illustri capaci di descrivere la pubblicazione con perfetta sintesi, provare per credere. Circa il messaggio, è invece utile sapere che per capire al meglio uno sport, come una qualsiasi attività o professione, è determinante conoscere profondamente il suo passato, sul quale è costruito il nostro presente. In particolare in un momento nel quale così tanti ignorano la storia. “L’avvenire è la porta, il passato ne è la chiave” diceva il grande poeta francese Victor Hugo. 

Qual è stato il ruolo di Bill Tilden nel tennis dal tuo punto di vista ? Perchè paragonarlo a Leonardo da Vinci ?

Bill Tilden è stato insieme a Suzanne Lenglen il primo divo globale del tennis. La prima grande figura con la racchetta in mano in grado di realizzare il professionismo. Precursore di quel tennis open di cui oggi molti inconsapevoli ne godono i benefici. Oltre ai molteplici record raggiunti in campo, ancora insuperati, Big Bill ha prodotto numerosi trattati sul gioco ponendo le basi per l’insegnamento moderno. Un intellettuale capace di formulare postulati pedagogici  fondamentali, scritti ancor prima di Jean Piaget, il padre fondatore della pedagogia attuale. Incredibile come Tilden, cento anni or sono, sperimentasse già una sorta di meta cognizione, in altre parole una specie di psicologia inversa. Memorabile il suo vademecum sui dieci modi per perdere prima, così come la scoperta del DNA del gioco e la definizione del tennis percentuale. Eccezionale la sua evoluzione metodologico didattica, partita da una visione prescrittiva e culminata in una teoria ecologico dinamica, quindi euristica. Ebbene, chi più di lui, nell’ambito del tennis, può essere paragonato al genio senza tempo di Leonardo ?

Quante cose hanno in comune arte e scienza con il tennis dal tuo punto di vista ?

Come la teoria per la pratica, così per navigare il timone è necessario alla barca per affrontare l’instabilità ambientale dei mari. Il tennis, a suo modo, è un oceano pieno di sorprese.

Come definisci il tennis di oggi e quanta differenza noti rispetto agli anni in cui eri presente nel circuito ?

Il tennis attuale è tecnologico, il mio era il tennis dell’età di mezzo. Quello nel quale le racchette di legno lasciavano il posto ai nuovi materiali. Terminavano quindi i duelli di sciabola e fioretto e sopraggiungevano quelli con le armi da fuoco. L’organizzazione del circuito era diversa, come paragonare le botteghe degli artigiani di un tempo con i centri commerciali di adesso, così come l’autentica genuinità dei prodotti di ieri rispetto a quelli di oggi. In altre parole il tennis aveva una sensibile connotazione culturale, mentre oggi è social. 

Raccontaci le emozioni provate nello sfidare McEnroe e nell’allenarsi con Borg, due miti del tennis

La risposta è nella domanda: emozioni. Come descrivere le emozioni? Sul punto Battisti e Mogol hanno scritto una canzone formidabile, invito a riascoltare.

Quali erano gli obiettivi iniziali quando hai presentato R.I.T.A. (Italian Tennis Research Association) al congresso ITF del 2003 ? Ha soddisfatto i tuoi obiettivi ? 

R.I.T.A., associazione culturale di ricerca, è nata nel 1998 con l’obiettivo di mettere in comunicazione il mondo della ricerca scientifica con quella del campo. Due pianeti lontani che partono da formazioni culturali distanti tra loro anni luce. E’ stata ed è tutt’ora una bella scommessa, certo non priva d’azzardo, per non dire di incoscienza, visti i prerequisiti in ballo.

La nuova metodologia d’insegnamento da te presentata ha dato una svolta all’insegnamento di uno sport così complesso come il tennis ?

Il metodo R.I.T.A. per l’insegnamento del tennis di base (scuola tennis) è stato riconosciuto dall’ITF (2003), una bella soddisfazione sul piano formale. Circa l’ambito sostanziale ha prodotto sensibili risultati contrastando la fenomenologia dell’abbandono precoce, una piaga che affligge molti adolescenti con la racchetta vittime del sogno del campionismo, un’illusione spacciata a buon mercato dalla religione del marketing onnipresente. Questo metodo si occupa del tennis per tutti, fatico a pensare come eventualmente abbia potuto cambiare le cose, in particolare dentro un ambiente capace di riconoscere come risultato esclusivo solo quello di vertice, quello per l’appunto del campione, non certo quello che appartiene al livello educativo. Forse però avrei dovuto parlare della formazione del piccolo Victor Galovic e di come attraverso il metodo R.I.T.A., dalla sua prima coppa, sia arrivato alla conquista della Coppa Davis. La mia comunicazione sarebbe risultata di certo più efficace, purtroppo. 

Parlaci del tuo ruolo da commentatore sportivo e di qualche segreto per arricchire al meglio la telecronaca

Commentare le partite in TV è un piacere seduttivo che richiede lo sforzo di rammentare sempre il fatto che siamo esclusivamente al servizio del tennis e degli appassionati. Per questo semplice motivo ritengo doveroso fornire agli utenti dei racconti in grado di far loro comprendere aspetti del gioco che vadano ben oltre l’ovvio delle immagini.

Quali sono le tue previsioni per la nuova stagione, maschile e femminile, italiani e non ? 

Penso che il trono maschile sia una faccenda privata tra Djokovic e Nadal. Nel gentil sesso credo che la giapponese Osaka diventerà la nuova numero uno. Tra gli italiani Fognini e Camila Giorgi ribadiranno la loro leadership, nella speranza di un grande exploit da parte di Berrettini a Wimbledon. 

Pareri sulla nuova riforma della Coppa Davis ?

Non mi sento di parlare di una vile speculazione finanziaria, spacciata per riforma. Un’opportunità maturata proprio a causa dell’incapacità da parte degli addetti ai lavori di rilanciare la Coppa Davis. Così come il triste e mancato rilancio del pianeta disabitato del doppio. Penso che il mondo del tennis abbia sempre più bisogno di esperti autentici nella stanza dei bottoni. 

Chi, secondo te, nella nuova stagione farà il salto di qualità nel circuito ATP e WTA ?

Nell’ATP il greco Tsitsipas entrerà in top ten, così come De Minaur si rivelerà la maggior sorpresa ai danni del funambolico Shapovalov. Fra le donne la russa Kasatkina dovrebbe arrivare alla sua prima finale Slam, nell’attesa di un suggestivo, quanto improbabile, ventiquattresimo titolo di Serena Williams. 

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