Yannick Noah: il mondo, il doping, il tennis

Yannick Noah: il mondo, il doping, il tennis

Il tennista per certi versi più originale esprime un’originale visione del mondo e del tennis. Una lettura esistenziale di sé stesso e dello sport.

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Yannick Noah, 56 anni, icona sia del tennis che della musica. Primo nero e ultimo francese dopo 37 anni a vincere il Roland Garros, ora capitano della Francia. Intervistato, come sempre, sprigiona il suo inconfondibile afflato:
Ho fatto tutto per il piacere. Ho giocato per piacere, ho cantato per piacere. I miei genitori hanno sempre sottolineato il mio privilegio: fai la cosa che ami, cosa c’è di più bello? Così a 31 anni ho smesso di giocare e ho iniziato a cantare. Sì, ho avuto successo. Ma per riuscire bisogna dedicarsi. Ci ho messo dieci anni per imparare a giocare a tennis e altri dieci per apprendere a stare sul palco. Ho suonato davanti a poche facce, a persone che non mi ascoltavano, in posti senza elettricità. Sono passato anche io dalla gavetta, ma non mi ha mai pesato, nemmeno fare sette ore di prove. Io amo quello che faccio. Anche la mia rabbia. Sono abituato che si dà aiuto a chi lo chiede. Gli altri esistono, non si può lasciarli fuori con la scusa che disturbano”.

Sull’attacco a Charlie Hebdo, e riguardo al terrorismo dice:

“L’attacco a Charlie Hebdo ha cambiato tutto. Io non vivevo in guerra, io non avevo visto, né patito la guerra. Ora siamo testimoni di questa situazione di grande follia. La storia, la conoscenza non contano più, c’è solo la sciocchezza e l’ignoranza. Sì, provo rabbia per come vanno le cose nel mondo, molta rabbia.”

Su Maria Sharapova e sul doping:

“Poveraccia. Non mi è mai stata simpatica, non ho passione per chi bara. Chi si dopa ti deruba di un attimo unico immenso: quello in cui alzi le braccia”

“E’ che non sopporto l’ipocrisia, la finta verginità di uno sport che si copre le vergogne. Noi sporchi: ma che strano? Questo stupore è la cosa peggiore. E anche offensiva. Le hanno perfino permesso di dare l’annuncio della sua positività. Di gestire la sua colpa in maniera elegante e soft, da notte degli Oscar. Al vertice del tennis interessa solo preservare se stesso: hai fatto la cattiva?, ora rimediamo, ma per carità, non roviniamo il gioco. Hanno paura che il sistema crolli e qualcuno inizi a chiedere il rimborso del biglietto”.

Davvero originale e corroborante, Noah espone le sue idee sul doping, sostenendo che è:

“….impari. Quando un giocatore guadagna più di 11 milioni di euro l’anno, solo di premi, quando in carriera se ne portano a casa 60, sempre di milioni, non c’è lotta contro l’antidoping.”  

“Non c’è partita, solo tentazioni. E in più ci sono i siti dove si scommette legalmente. Troppi fronti. Vogliamo ancora parlare di moralità sportiva vista la facilità con cui un giocatore può truccare un match? Per me questo è terribile. Ci sono cascati dentro anche i tennisti italiani”.
 

E sull’innalzamento dell’età generale dice:

“Mantenere il potere oggi è più facile che conquistarlo. Se sei tra i big hai uno staff colossale, viaggi in prima classe, dormi nel lusso, riposi, mangi bene, controlli il tuo ritmo. Sempre assistito dai migliori. Altro che Air Force One. Se sei un pretendente tutto è più difficile: viaggi male, dormi peggio, sei stanco, perdi lucidità. Ai miei tempi in pochi avevano l’allenatore al seguito. Eravamo soli, ma la vera partita è questa: riuscire a risolvere i problemi”.

E, pure spostando il baricentro a livello esistenziale, Noah si muove con disinvoltura tra le parole:

“Vero. Ero stordito, volevo buttarmi giù. Una crisi d’identità: ero veramente l’eroe che la Francia osannava? Dopo la vittoria al Roland Garros il mio telefono bolliva: venivo invitato da tutti a far tutto. Ero disorientato, senza riferimenti, possibile che fossi così buono bravo e bello? Poi ho preso coscienza: è il percorso che fai per arrivare alla cosa più importante, mi sono rivisto bambino, a piedi nudi, a Yaoundè nel Camerun a giocare con un pezzo di legno per racchetta. L’ha capito perfino uno svedese come Mats Wilander, sconfitto in quella finale”.

Ashe, Mandela, Ali … e poi?

“…manca la luce. Non c’è più chi può riscrivere una speranza per il mondo. Non ci sono più i Mandela, non c’è più una visione. Comandano le leggi di mercato, Wall Street, gli assetti economici, il capitale pretende libertà, sono poche le forme di protesta, a parte qualche gruppo e movimento. Mi sembra ci sia uno sciopero delle idee, non vedo luminosa chiarezza di pensieri. Ma io non diserto il sentimento”.

Ultima risposta di Noah, che pare davvero un sociologo e uno storico, alle prese con una conversazione intellettuale. Sicuramente il francese è un personaggio originale e, più si rileggono le sue dichiarazioni, più si rischia di subire il fascino di un pensiero lucido, sempre spregiudicato, mai banale.

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