Come nasce una stella? Il tennis moderno nel segno di Taylor Fritz

Come nasce una stella? Il tennis moderno nel segno di Taylor Fritz

Non esiste un percorso esatto da seguire per far emergere un campione, ma cosa si può imparare dai fantastici risultati di Taylor Fritz per il futuro? Quali sono le priorità, e quanto conta il talento naturale? Si sta seriamente prendendo in considerazione il netto cambiamento che sta vivendo il circuito maggiore negli ultimi anni?

Il dubbio e la necessità, tra un improbabile scouting mediatico e il disperato bisogno di un seguito: il tennis italiano è da tempo alla spasmodica ricerca di un giocatore di alto livello, di quelli che possono ambire ad uno Slam o che comunque sono in grado occupare stabilmente una tra le primissime caselle mondiali, con gli attuali primi della classe che solo raramente si sono avvicinati alla Top10 e che comunque sentono il peso della carta d’identità.

Se le soddisfazioni sono arrivate eccome in campo femminile, con le vittorie in tornei Major di Francesca Schiavone e Flavia Pennetta, oltre alle finali conquistate da Sara Errani e Roberta Vinci e ancora dalla tennista milanese, in campo maschile il campione latita, con l’indubbio valore di tennisti come Fabio Fognini, Andreas Seppi e Simone Bolelli che non è comunque mai riuscito ad avvicinare un risultato così importante.

Non si intende puntare il dito verso qualcuno, né tantomeno sminuire i risultati ottenuti da questi giocatori, eppure è innegabile che il leitmotiv di questi ultimi anni di tennis sia stato un mix di speranza e disillusione, con la vittoria ai Championships Junior di Gianluigi Quinzi e successivo periodo difficile come metaforica ciliegina sulla torta di un’analisi malata e poco propensa al raggiungimento dell’obiettivo che ci si era prefissati.

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Il successo ai Championships Junior di Gianluigi Quinzi su Hyeon Chung

 

 

Anno nuovo e solita storia, forse sì, eppure gli spunti per una nuova discussione al riguardo vengono forniti da ambienti molto differenti tra loro, come gli Stati Uniti, la Corea del Sud e il Giappone, l’Australia e l’Europa che in questo caso è da considerarsi come unico insieme: tra i già ampiamente citati come Frances Tiafoe, Tommy Paul e Stefan Kozlov, Hyeon Chung – già runner up della finale di Wimbledon Junior vinta proprio da Quinzi – e Yoshito Nishioka per la sfera asiatica, i già “arrivati” come Nick Kyrgios e Thanasi Kokkinakis, fino ad arrivare ai vari rappresentanti del vecchio continente come Borna Coric, Dominic Thiem, Alexander Zverev, Kyle Edmund, Kimmer Coppejans, i fratelli Elias e Mikael Ymer e così via.

Il tennista deliberatamente escluso da questo elenco è anche il soggetto perfetto per una comparazione a tutto tondo tra i vari ambienti di crescita, con i suoi 18 anni appena compiuti ed il grande salto dal N.1 junior alla Top200 ATP in pochissimi mesi, che risponde al nome di Taylor Harry Fritz: il crack statunitense ha già attirato su di sé ogni tipo di attenzione mediatica, con il tennis a stelle e strisce che ha già subito molte delusioni da promesse non mantenute – uno su tutti Ryan Harrison – e spera nella nuova infornata di young guns pronte a dare un seguito al periodo sottotono con i vari John Isner e Sam Querrey a capitanare la formazione di Davis.

Fritz nasce con il tennis nel sangue, con il padre Guy che è stato un modesto giocatore mai entrato in Top300 e la madre Kathy che invece ha raggiunto la Top10 e svariati quarti di finale Slam, e se è riuscito ottimamente a districarsi nel complicato mondo degli Under18, con tutti i problemi derivanti dalla fase di crescita e sviluppo, fino ad emergere alla grande nei primissimi tornei Challenger della sua carriera, attestandosi addirittura al N.176 della classifica mondiale.

Come egli stesso ha dichiarato negli scorsi mesi, i suoi incredibili risultati sono il frutto di un mirato allenamento impartito dalla sua famiglia fin dai primi anni di attività, con l’intenzione di costruire un fisico adeguato ed un’ottima propensione per un servizio che fungesse da caposaldo nel suo gioco; il resto, poi, è venuto di conseguenza, e se il margine d’errore stavolta sembra davvero minimo, anche il semplice fatto di trovarlo pronto ad un tale innalzamento del proprio livello, obbligato dal confronto con realtà tennistiche estremamente diverse, rappresenta un’indicazione davvero utile a capire l’imprinting necessario all’esplosione di un talento naturale.

Nessuno richiede obbligatoriamente un salto di qualità entro i primi 20 anni di età, sia chiaro, eppure resta il fatto che lo spazio di manovra c’è, e spesso può risultare controproducente considerare una certezza lo sviluppo dei giocatori europei, e italiani in particolare, solo in tarda età rispetto ai loro colleghi d’oltreoceano.

Matteo Donati, il 20enne italiano attualmente con il miglior ranking
Matteo Donati, il 20enne italiano attualmente con il miglior ranking

 

Non bisogna inoltre dimenticarsi dei giovani rampanti di casa nostra, come Marco Cecchinato, Matteo Donati, Salvatore Caruso, Gianluca Mager, i neo-italiani Francisco Bahamonde e Andres Gabriel Ciurletti, e molti altri ancora, però viene spontaneo pensare che, in presenza di un giocatore di talento o comunque di prospettiva, deve esserci necessariamente un ben oliato sistema progettuale che possa garantire un periodo di crescita serena e virtuosa, evitando certi tipi di pressione e assicurando una continuità da parte degli organi preposti.

Non esistono in tal senso panacee o bacchette magiche, ne tantomeno la certezza di un metodo infallibile, però quello che sembra effettivamente mancare è la coesione tra chi gestisce e chi decide, senza andare nello specifico, oltre ad un rapporto più morbido con fondi, sponsorizzazioni e figure di sviluppo professionale.

Basterebbe pensare con senso critico all’evoluzione del tennis nell’era moderna e a tutto ciò che ne è scaturito negli anni, e se a dirsi sembra estremamente più facile che a farsi, a muovere la testa e le idee non dovrebbe costare poi tanto.

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