La figura del coach: quanto conta il dottor Frankenstein?

La figura del coach: quanto conta il dottor Frankenstein?

I coach servono davvero a qualcosa?

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Nel tennis i coach sono importantissimi, fondamentali. Eppure non servono a niente.

Concetto estremizzato, ovviamente. Perché certo, il coach non può “non servire a niente”. Se un coach non servisse a niente, che senso avrebbe costruire dei team con alla base figure professionali quali, oltre al coach, un preparatore atletico, se non addirittura uno staff atletico, un palleggiatore, uno psicologo, un fisioterapista, un medico? E poi c’è il manager, ma non solo; parti integranti dei team a volte sono pure le mamme, i papà, persino quando non sono allenatori e, dulcis in fundo le fidanzate. Se non servisse a niente, che senso avrebbe stipendiare e pagare trasferte a tutta ‘sta marmaglia? Semplicemente non avrebbe senso; e questo perché i coach, ossia i registi del team con cappellino anziché cappello alla Fellini, sono importantissimi. Eppure… Eppure non servono a niente.

Dal 1988 si parla, non solo nel Circuito, anche nelle agonistiche di qualsiasi Circolo Tennis, di allenamento personalizzato. Mi soffermo sul circuito femminile, per semplicità. Una semplicità di conoscenza destinata a riversarmisi addosso per la complessità del caso. Ricordo diverse giocatrici russe che al giorno d’oggi possono essere considerate campionesse, allenarsi durante i 10.000$ di San Severo e Gorizia tra l’aprile e il giugno del 2001. Nel loro allenamento tipo non c’era nulla di diverso rispetto a quanto non si facesse nelle Accademie italiane verso la metà degli anni 90’. Con questo, non voglio certo sostenere che da Nick Bollettieri ci si alleni come al TC Alfonsine. Sto dicendo che nel momento in cui si approssima il circuito professionistico, il “metodo” è assai simile al detto “tanta gente pochi pensieri”. Certo, qualcosa di diverso, qualche sistema d’allenamento all’avanguardia, ci può pur essere, ma il “metodo” di allenamento, i periodi di carico e scarico, quelli sono, e quelli restano alla base pur evolvendo nella forma.

Il coach è il perno su cui ruota la giostra: deve isolare, esaltare i pregi del soggetto, così come deve nascondere i punti deboli, in attesa di correggerli. Il coach deve sviscerare i margini di miglioramento. Il coach deve intuire ciò, che in quella precisa persona, può fare la differenza. Deve impostare il lavoro sulla “differenza”. Il coach deve formare la sua creatura, deve suggerirle la strada. Il coach, soprattutto, deve far sentire speciale la sua creatura. Per questo il coach è importantissimo. In quanto sì, in campo entra la creatura, in alcuni casi divina, in altri ape operaia; onesta artigiana se va bene, muratore in gonnella nei casi in cui la semina del talento è stata meno benevola. Eppure anche colei che è stata baciata dagli Dei va impastata, modellata. Perché non basta la scintilla, non è sufficiente l’intuito, ed il talento può diventare un’arma suicida. Ma ecco approssimasi al passo prima accennato. Il passo cinico. In campo, nei tornei, entra la creatura. E a questo punto il coach non serve più a niente. In alcuni tornei è possibile richiedere il coaching, certo. Ma nel momento in cui riprende il gioco, c’è la creatura in campo. Ed è una creatura sola, abbandonata a se’ stessa. In balia del suo talento, dei suoi limiti, della sua fiducia, o della mancanza di fiducia. E forse è qui, in quest’ultima parola che scatta la differenza: “fiducia”. Se osservo in campo Samantha Stosur al di là dei bicipiti scolpiti e l’andatura balzante, non vedo una donna sicura di se’. Vedo una ragazza insicura, schiava di quello che, lei per prima, sembra ritenere essere il suo destino: essere una perdente. Ora, ci mancherebbe, definire perdente una giocatrice capace di vincere un titolo agli US Open e di raggiungere una finale al Roland Garros, stona. Ma alla fine della fiera, se scrutiamo attentamente Samantha Stosur pare suggerirlo lei stessa di essere una tennista destinata alla sconfitta, di non essere stata lei l’artefice delle sue vittorie. E’ sufficiente ascoltare le sue interviste: perde match che mai avrebbe dovuto perdere, eppure afferma: “sono contenta di come ho giocato”, oppure rivolgendo sguardi alla ricerca di tenera complicità: “lei ha giocato meglio”. Quasi che, così come le sconfitte siano avvenute perché così doveva essere, anche quel titolo agli US Open non sia stato il risultato figlio di un obiettivo, bensì un caso. Come a dire: è accaduto. Come è accaduto di battere Justine Henin e Serena Williams al Roland Garros; per poi cedere nel momento cruciale a Francesca Schiavone. Ed io mi chiedo: perché? Possibile che nessun coach, nemmeno quel Roger Taylor con cui ha condiviso sei anni di Circus e che nel momento in cui si sono separati ha tanto ringraziato per averla sostenuta in tanti momenti difficili, non sia riuscito a metterle in testa che sì, si può perdere, ma ogni tanto devono essere gli altri a batterti, non devi sempre essere tu a fare di tutto per uscire a testa bassa dal campo. “Fiducia” è la parola chiave.

La fiducia è quella che è mancato a Jelena Jankovic. Rapidissima nel cambiare coach, lentissima a capire che il suo diritto, quello che le parte in allenamento, è secondo solo a quello di Serena Williams e Ana Ivanovic. Ed a proposito dell’altra serba. Può una persona che in campo ha gli occhi simili a quelli di un capriolo impaurito avere davvero fiducia in se’ stessa? Perché non lasciamoci ingannare da pugnetti e piroette. Ana Ivanovic non ha lo sguardo killer di una Serena Williams, nemmeno di una Kim Clijsters, così come al suo angolo non è mai stato seduto un Pablo Lozano, privilegio di cui gode Sara Errani. Già, Pablo Lozano. Ribadisco: osservatelo. Lui per primo, prima ancora dell’azzurra stessa, crede fermamente che lei possa battere chiunque. E’ insieme a questa convinzione che Sara Errani ha steso Angelique Kerber, Ana Ivanovic, Svetlana Kuznetsova e Samantha Stosur al Roland Garros nel 2012; è con questa certezza che ha raggiunto la semifinale agli US Open l’anno scorso ed ha scalato il ranking.

Guarda caso, nel suo massimo periodo di forma Sara Errani ha perso quei due match contro Maria Sharapova e Serena Williams. Ossia due fighter. La Sharapova, una donna fatta di una pasta eccezionale, dotata di una cattiveria agonistica che, l’avesse avuta Svetlana Kuznetsova avrebbe vinto 12 Slam. La Williams, una campionessa di una caratura fuori quotazione, spesso ingiustamente accusata di essere indolente mentre invece è stata capace di superare ostacoli che, per una persona normale, sarebbero stati muri invalicabili. E guarda caso, il “director” al box di Maria Sharapova era Thomas Hogstedt, mentre nell’angolo di Serena Williams spiccava Patrick Mouratoglou. Due uomini vincenti. Due uomini che trasmettono fiducia. Coach di svariate tenniste sono o sono stati i padri o le madri. Dalle sorelle Williams a Elena Dementieva. Da Martina Hingis a Maria Sharapova. Da Jelena Dokic a Marion Bartoli. Da Caroline Wozniacki a Camila Giorgi. Da Ekaterina Makarova a Elena Vesnina fino ad Anastasia Pavlyuchenkova.

In molti sostengono che papà Walter e papà Piotr sono stati nocivi per la carriera di Bartoli e Wozniacki. Questo perché oltre ad essere dei coach erano o sono i primi fan delle figlie. Ma senza papà Walter o papà Piotr, ragione in più se si considera il can can mediatico che spesso si è abbattuto contro la francese e la danese, Marion e Caroline sarebbero sopravvissute nel Circus? Siamo così certi che sarebbero diventate più forti di quanto sono o sono state? Dagli occhi di Carlos Rodriguez era possibile leggere come per lui Justine Henin fosse come una figlia, così come traspariva dagli sguardi della “cannibale di Liegi” che l’ultima persona che avrebbe voluto deludere al mondo era il suo coach. Legami stretti, quasi filiali, che si instaurano. Qualcuno potrebbe obiettare puntando il dito sul fatto che né Hogstedt e né Rodriguez sono riusciti ad ottenere gli stessi risultati assaporati con Sharapova e Henin con Na Li; così come Ricardo Sanchez ha fallito tanto con Jelena Jankovic quanto con Nadia Petrova. Si tornerebbe al discorso di prima: il coach quindi non conta nulla? Dipende tutto dalla creatura? Allora perché Petra Kvitova mai si separerebbe da David Kotyza, nella buona come nella cattiva sorte?

Forse perché, in questo disquisire tra domande senza risposte e risposte senza conferme certe; si torna alla prima frase: nel tennis i coach sono importantissimi, fondamentali. Eppure non servono a niente.

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