Maria e il bisogno di essere personaggio

Maria e il bisogno di essere personaggio

Nell’edizione del Daily Mail on line Maria Sharapova si confessa, raccontando aneddoti della sua carriera risalenti agli esordi nel mondo del tennis e qualcosa di più recente. Ed è subito polemica. Ma soprattutto è subito auto-biografia nelle librerie di mezzo mondo.

Partiamo da qualche domanda. Bisogna, necessariamente, essere personaggi nel mondo del tennis contemporaneo? Serve parlare del proprio privato, o, in alternativa raccontare dettagli circa gli avversari? Serve dichiarare le proprie antipatie apertamente?

Tutte queste domande potrebbero trovare risposta nella panacea che oggi è rappresentata, nel bene e, più spesso, nel male, dai social. Sì, essere personaggi sicuramente aiuta a tenere vicino giornalisti, televisioni, sponsors e, magari, qualche succosa esibizione. Specie se le vittorie mancano. O, in alternativa, se serve dare una sostanziosa sterzata allo story-telling della propria immagine, vagamente offuscata da qualche macchia di Meldonium. Così Maria Sharapova rilascia una lunga intervista \ racconto al Mail On Line, che potete leggere qui.
Una volta c’era il tennis, le vittorie, la bellezza. Poi vennero le urla (specie gratuite, anche se deve chiudere una voleé con l’avversaria in tribuna), infine la solare simpatia (disclaimer: ironia mode on, please). Una volta c’erano le 200 rose rosse dopo ogni vittoria che puntualmente arrivavano a firma “Grigor” (ora tornato top 10, i casi della vita!), poi fu il tempo di “l’ITF ce l’ha con me” e di “Punita perché ho taciuto”. Insomma, alti e bassi di una carriera da prima pagina dei rotocalchi.

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E infatti di Maria la Siberiana si è parlato anche in questa edizione dello US Open per le polemiche che su di lei qualche collega ha ritenuto opportuno fare. Che giochi sul centrale importa poco, tanto il rumore di fondo dell’Arthur Ashe è già alto, e si sa, agli Statunitensi piace la confusione. Ma che in modo piuttosto gratuito si raccontino particolari che riguardano altre avversarie, e casualmente Serena Williams, dopo un buon torneo e l’ingresso nella top100, pare quanto meno discutibile sul piano dell’etichetta. Passi per il board degli US Open, che diversamente da altri tornei ha ritenuto non necessario farsi scrupoli morali circa l’opportunità di invitare col red carpet una tennista che barava, passi per l’averla sostanzialmente utilizzata per fare cassa sul centrale e quindi sulle televisioni di mezzo mondo,  ma almeno da una campionessa che sta riabilitandosi, ci si aspetterebbe una versione 2.0; non dico una “rainbow strategy”, ma quanto meno la buona creanza di sotterrare l’ascia di guerra.

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E invece no. Facciamoci pubblicità con nuova autobiografia. Sull’onda dei calciatori meno vincenti della storia, si pubblica in vita la propria autobiografia. E fin qui, ci starebbe pure. Ma almeno attendere la fine della carriera agonistica no? No, evidentemente no. Ci sono cose che il mondo deve sapere, che non possono essere taciute. A cominciare dalla ITF cattiva e da Serena che piange (eh sì, anche lei piange). Ma soprattutto, quali sono i marchi di alta moda preferiti dalla Russa? A queste, e sicuramente altre cruciali domande, troverete risposta in “Unstoppable – my life so far”. Non è questa una recensione, sia chiaro. Non ho ancora letto questo tomo, che, per altro, raggiungerà gli scaffali delle librerie il 12 settembre prossimo (fortunatamente non lo troverò vicino a Schopenhauer, da quando hanno diviso ovunque le sezioni e smesso di ordinare i libri per autore). E temo, che non lo leggerò.

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