Il pagellone delle WTA Finals di Singapore

Il pagellone delle WTA Finals di Singapore

La settimana perfetta della Wozniacki, l’ingiustificata boria dell’Ostapenko.
Muguruza, Pliskova e Halep.
Diamo i voti alle otto finaliste della stagione WTA.

di Nicola Corradi

Jelena Ostapenko 4: Sono stato molto attento, nel caso della lettone, al parere che l’opinione pubblica ha avuto di lei.
Tentavo di capire se, almeno per una volta, io fossi in accordo in lei, ed in parte è così.
Si qualifica alle Finals con una stagione al di là di ogni più rosea aspettativa, con fare tronfio derivante ancora dalla vittoria al Roland Garros. Sorrisetto beffardo ed ignoranti pallate di dritto e rovescio, tentando ad ogni colpo di pulire le righe con ottuse padellate a duecento all’ora.
Batosta tecnica patita da Muguruza, caratteriale da Venus. Vince il terzo match con una Pliskova già sicura della qualificazione e totalmente alienata dalla sfida.
Torneo utile alla lettone, che visti i risultati potrebbe pensare ad un cambio di mentalità.

Simona Halep 2: Numero uno del mondo festeggiato per settimane, testate giornalistiche che decantano la definitiva consacrazione della rumena. Sembrerebbe tutto perfetto, se non fosse che la Halep, come da tradizione, rifiuti con ostinazione ogni minimo contatto col successo. Nuovamente sconfitta nella fase a gironi, subendo anche una pesante umiliazione dalla Wozniacki.
C’è poco da fare, Simona non è mentalmente in grado di competere con le migliori, dalle quali puntualmente perde (e potrebbe starci), ma spesso pure in maniera netta.
In sostanza, la precisa incarnazione di un detto sin troppo famoso.
Vorrei, ma non posso.

Elina Svitolina s.v.: La presenza dell’ucraina in questa competizione è passata totalmente inosservata, se non per il match giocato e vinto con la Halep che ha estromesso la rumena dalla competizione. Due sconfitte patite da Wozniacki, con la quale racimola due game, e Garcia, in tre set.
Gradirei dare un voto alla povera Elina, che ha dalla sua un fattore di simpatia non indifferente, ma la sua totale piattezza nell’ultima settimana della stagione non me lo permette.

Garbine Muguruza 5: Vittoria facile con Ostapenko, seguita da una sconfitta incolpevole con la Pliskova, che semplicemente non le permette di toccare la palla.
Il terzo match, quello decisivo, la vede opposta a Venus Williams, che per gioco, potenza e fisicità attualmente domina.
Vantaggio in entrambi i parziali, riesce a farsi riprendere da Venere, che di sola esperienza le mette i piedi in testa e la elimina.
Garbine è, potenzialmente, la più devastante tra le partecipanti, quella con il maggior talento grezzo. Peccato però non riesca ancora, come da sempre accade, ad avere continuità di rendimento, anche solo all’interno di un set.

Caroline Garcia 8: Arriva alle Finals con l’ultimo treno, imballata in un aereo per Singapore che non sarebbe mai dovuto partire. Raggiunge invece la semifinale, sfruttando la benevola sorte che la sorteggia in un girone di cloni.
La Francia è solita produrre giocatori e giocatrici di grande talento, ma disordinati. Caroline è invece l’esatto opposto: precisa, attenta e composta.
Fa suo il match migliore del torneo con la Wozniacki, che la porta a concludere il girone al primo posto, dopo aver subito un pesante 6-0 nel primo set.
Penultimo atto perso per mancanza di abitudine in appuntamenti di alto livello, ma dopo aver subito la gogna mediatica da stampa e compagne di squadra per aver rinunciato a competere in Fed Cup, la Garcia si prende una rivincita sonora.

Karolina Pliskova 6: La damigella di Valacchia ha la stessa emotività di un muro scrostato e coperto da muschio secco. Picchia la palla con brutale forza, non accenna nemmeno ad un piegamento sulle gambe, vince agevolmente il suo girone per poi imbattersi nel muro Wozniacki. Vince, perde, tira vincenti o sbaglia, tutto con la medesima espressione, l’identico linguaggio del corpo di una donna assente dal campo e probabilmente dalla realtà.
Mi piace, mi è sempre piaciuta, ma ancora una volta manca qualcosa, una misera scintilla che infiammi per tre giorni gli occhi grigi e plumbei delle ceca.

Venus Williams 9: Venere ha un brutto rapporto con le finali. Dopo le due perse negli Slam, arriva anche la sconfitta nelle Finals. Sia chiaro, per il livello di gioco espresso non meriterebbe i grandi risultati che quest’anno ha conseguito.
L’età, nel caso della Williams, si fa sentire, così che forza, velocità e reattività, nel suo gioco, tendano sempre più verso il basso. Vince, però, quasi sempre, e questo perché dotata dell’innata dote di campionessa che porta con sè da due decenni.
Tutte le giocatrici del suo girone giocano meglio di lei, e persino la Garcia in semifinale, a livello teorico, non le darebbe possibilità di successo.
Raggiunge però l’ultimo atto, con il solo carattere, senza paura di vincere, e questo è, in Venus, il talento più grande.

Caroline Wozniacki 10: Settimana perfetta, totalmente perfetta.
La carriera di Caroline è sempre stata costellata da successi mancati per un soffio, sconfitte pesanti, accuse di traguardi (il numero 1 del mondo) raggiunti senza meriti.
Mancava l’acuto, che a livello Slam ancora non arriva, ma a cui ora, con un titolo di tale spessore, si avvicina notevolmente.
Solidità dei giorni migliori finalmente uniti da un servizio migliorato in spinta e precisione ed una sicurezza, negli occhi da cerbiatto, scaturita da anni di apparenti e dorati successi seguiti da sofferenze sportive e personali.
Caroline è stata una bambina prodigio, che non ha saputo concretizzare la sua forza.
Ora Caroline è una donna, sicura e rigenerata.
Prima ancora di questo, però, Caroline è Maestra, un titolo inaspettato quanto meritato.
Complimenti.

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