Io Martina: il tennis, la mia vita, i miei segreti

Io Martina: il tennis, la mia vita, i miei segreti

Autobiografia di Martina Navratilova, una tra le più grandi tenniste di tutti i tempi, scritta nel 1985 con l’aiuto di George Vecsey.

“Dietro ogni grande atleta si nasconde una grande storia fatta di sacrifici, dedizione, successi, delusioni e spesso dimentichiamo che il campione, esattamente come ognuno di noi, deve affrontare la sfida più grande di tutte: la VITA. “
copertina libro
Oggi vi riproponiamo l’autobiografia di Martina Navratilova scritta nel 1985 con l’aiuto di George Vecsey, autore sportivo del New York Times, in cui Navratilova si racconta, non solo parlando della carriera tennistica e dell’amore per il tennis, ma anche della grande personalità che la distingue da sempre, della sua sensibilità e dell’immensa forza caratteriale che l’hanno sempre portata a non fermarsi davanti a niente e nessuno, affrontando e superando ogni ostacolo che ha incontrato durante la sua vita.
Questo libro potremmo considerarlo una sorta di “viaggio dell’anima”, proprio perché l’ex tennista rende partecipe il lettore di tutti i pensieri che l’hanno accompagnata fin da quando era bambina, descrive la sua infanzia trascorsa in Cecoslovacchia fino all’invasione russa nel 1968, racconta l’esperienza dei suoi primi tornei nel team cecoslovacco in Francia e in Germania e del percorso intrapreso per ottenere la cittadinanza americana.
È sincera ed onesta con il lettore, mette a nudo se stessa e per questo motivo diventa un libro aperto per tutti coloro che la amano come atleta e ancor più come persona.
“ Mio padre fu il primo a parlarmi di tennis. Mi diceva di giocare d’attacco. Come un ragazzo. Io lo facevo già d’istinto. Corri a rete. Passa i tuoi avversari. Cogli tutte le occasioni. Inventa i colpi. Mi disse che un giorno avrei vinto Wimbledon. E io gli ho creduto.”
Martina aveva tre anni quando i genitori divorziarono e lei e sua madre furono costrette a lasciare la baita sui monti Krkonose su cui vivevano e dovettero trasferirsi in una cameretta nella quale sua madre aveva trascorso l’infanzia e dalla finestra si vedeva un campo da tennis, che il passare del tempo stava pian piano mandando in rovina. Anche la sua famiglia non era scampata alle ingiustizie della guerra e la piccola, più cresceva, più aveva l’impressione di non appartenere a quella terra, sentiva il bisogno di vivere una vita diversa, in un luogo diverso, in un’altra parte del mondo.
Si sentiva un pesce fuor d’acqua e una volta iniziato a giocare a tennis, questa sensazione si fece sempre più forte. Fu così che, a sedici anni, per la prima volta vide l’America e per la prima volta nella vita si sentì a casa.
Nel ’73, scesa in Florida per giocare il primo torneo, riuscì a respirare l’aria di un paese che finalmente le avrebbe dato ciò di cui aveva più bisogno: la libertà.
In più, l’America era il paese giusto in cui poter ambire a ciò che voleva essere, una campionessa capace di esibire il miglior tennis femminile degli ultimi anni.
Durante il torneo di Westchester County, a New York nell’agosto 1975, decise di compiere il passo decisivo. Parlò con Fred Barman, dicendogli che voleva restare negli Stati Uniti e quest’ultimo la mise in contatto con un  amico avvocato di Washington che si rivolse all’FBI. Nel frattempo, Fred, per avviare le pratiche legali, fissò un appuntamento con l’ufficio Immigrazione e Naturalizzazione di New York.
Tutto ciò avvenne segretamente e spesso Martina era preoccupata che la Federazione cecoslovacca potesse scoprire i loro piani. Riuscì ugualmente a disputare discretamente gli US Open, perdendo in semifinale contro Chris Evert (6-4, 6-4) e in pochi sanno che proprio dopo quel match avrebbe dovuto presentarsi all’appuntamento più difficile per lei, nella Lower West Side di Manhattan.
Lasciò quell’ufficio alle 22.30 del venerdì e il sabato mattina la questione non era più segreta: sulla prima pagina del Washington Post era già stampata la notizia. Alle migliaia di interviste Martina dichiarò: “Quello che voglio è la mia libertà”, ma nonostante questo i giornalisti erano convinti che la vera causa per cui voleva rimanere in America fosse o un ragazzo o il denaro, non erano in grado di capire cosa significasse vivere in un paese sotto il regime comunista. Le venne anche chiesto se aveva intenzione di ritornare a scuola, ma il suo unico desiderio era giocare a tennis e l’unica scuola a cui sentiva di appartenere in quel momento era il circuito femminile. Le fu anche detto che i suoi genitori avevano disapprovato la decisione presa e che addirittura il nonno l’aveva definita “piccola idiota”, ma sapeva benissimo che in realtà i suoi genitori erano consapevoli che prima o poi Martina avrebbe deciso di prendere quella strada verso la libertà tanto sognata e che l’avrebbe fatto in America.
La Federazione cecoslovacca non perdonò e due settimane più tardi rilasciò una dichiarazione in cui sentenziava Martina colpevole nei confronti della terra d’origine. Inoltre, asseriva che probabilmente lei stessa avesse preferito un consistente conto in banca in America nonostante avesse tutte le possibilità di sfruttare il suo talento in Cecoslovacchia dove avrebbe anche potuto ricevere un’istruzione.
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Queste righe hanno anche grande importanza storica e riportano alla luce aspetti del regime comunista e di quanto fosse arretrata la mentalità dei paesi orientali. D’altro canto, tra le righe, il lettore prende coscienza della mentalità del mondo occidentale. Una mentalità aperta al futuro, cui principio fondamentale era la libertà e l’autodeterminazione di se stessi.
Nel capitolo intitolato “Una nuova vita”, Martina decide di svelare uno degli aspetti più intimi della sua persona. Ci racconta che quando cominciò a viaggiare negli Stati Uniti, si rese conto che preferiva la compagnia delle donne a quella degli uomini, sebbene non avesse mai sofferto per un uomo o nutrito sentimenti di rancore verso il sesso maschile. Non nega che gli uomini le piacessero, semplicemente preferiva amicizie femminili. Ruotava sempre tutto intorno alla libertà. Infatti, Martina era attratta da quelle donne che erano indipendenti in tutto e per tutto: organizzavano la propria vita, prendevano decisioni importanti, sceglievano come vestirsi e cosa mangiare, dove andare e con chi senza rendere conto a nessuno. In poche parole, la loro vita non dipendeva in alcun modo dagli uomini.
Con il tempo, Martina si rese conto di essere principalmente attratta dalle donne. Non aveva mai pensato che essere gay fosse considerata una cosa così anomala, addirittura in Cecoslovacchia era considerata una “malattia” e coloro che ne erano “affetti” venivano rinchiusi in manicomio. Negli Stati Uniti invece, l’omosessualità non era considerata una così grave colpa.

Wimbledon-Greats-1978-MARTINA-NAVRATILOVA_957509Martina vincitrice del suo primo titolo Slam, Wimbledon 1978.

Uno dei capitoli migliori è sicuramente “Wimbledon 1978” , il primo torneo Slam vinto in carriera.
A nove anni Martina vide in televisione Billie Jean King vincere Wimbledon e pensò “Un giorno ci riuscirò anche io”. In più, Wimbledon è da sempre il sogno di ogni tennista e quell’anno, il 1978, a diciannove anni, il sogno divenne realtà e  il 10 luglio dello stesso anno si guadagnò la prima posizione in classifica, interrompendo il dominio di Chris Evert durato quattro anni.
Vinse contro Chris  per 2-6, 6-4, 7-5 . Finalmente era campionessa di Wimbledon e cosa altrettanto importante, aveva realizzato il sogno di suo padre. Incredula della vittoria, si mise la mano destra sulla fronte e sentì Chris batterle un colpo sulla spalla, le sorrise e si complimentò con lei.
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“ Mi sentivo in cima al mondo….ci sarei rimasta per sempre.”
I capitoli successivi sono dedicati all’importanza di alcuni rapporti che hanno segnato la sua vita, quello con Rita Mae Brown, Nancy Lieberman,Judy Nelson, parla dei suoi genitori e dei suoi amici.
Navratilova ci racconta anche di come, sei anni dopo aver chiesto asilo politico, il 20 luglio del 1981 divenne cittadina americana a tutti gli effetti. La cerimonia di giuramento si tenne a Los Angeles e il giorno dopo Martina si recò a ritirare il passaporto, ma si rese conto di possederlo solo alcuni giorni più tardi, durante un viaggio in Australia per un’esibizione: “Stavo cercando la mia carta verde nel portafoglio, quando il funzionario doganale mi chiese “Ha il passaporto?” “Se ho il passaporto!!” risposi, esibendolo con orgoglio. Ero felice, americana e il tempo nella California del Sud era meraviglioso”

Roland Garros 1982 contro Andrea JaegerMartina trionfatrice al Roland Garros 1982.

Nell’ultimo capitolo ci sono due passaggi che non sfuggono all’occhio attento del lettore. Decidiamo di riproporveli integralmente proprio perchè le parole spese dall’autrice dimostrano l’umiltà e l’umanità che da sempre l’hanno contraddistinta e che hanno contribuito a renderla così amata tra il pubblico di ieri, oggi e di domani.
“ Tempo fa, stavo guardando un film di Pete Sellers, “Being there” e mi sono resa conto che quell’uomo che vedevo nello schermo non esisteva più, non avrebbe più girato nessun film. A volte, penso alle persone che conoscevo e che sono già morte, come mia nonna; spesso la sogno anche. Non ho mai vissuto delle esperienze drammatiche e mi domando come reagirei. Non riesco neanche a immaginare come una persona possa sentirsi per arrivare al suicidio. L’unica volta che la solitudine mi giocò un brutto scherzo dormii con una pistola sotto il cuscino, a Dallas…
…… Anni fa ho fondato la “Martina Youth Foundation”, un’organizzazione che si occupa di ragazzi orfani, famiglie povere o con problemi particolari…..Quando smetterò di giocare a tennis potrò dedicare molto più tempo a questa associazione e ad altre iniziative: voglio prestare il mio aiuto per combattere la fame nel mondo, proteggere la flora e la fauna e riparare i danni che ha causato l’inquinamento all’ambiente. Sicuramente, quando morirò, non mi rimarranno tanti soldi in banca. Voglio spendere adesso il mio denaro, ma non in carri armati o B-52, quando ci sono migliaia di persone che muoiono di fame….”
Navratilova
Martina Navratilova ha salutato il tennis a meno di due mesi dai 50 anni, il 21 agosto 2006, agli US Open, vincendo l’ultimo titolo del Grande Slam in coppia col connazionale Bob Bryan, battendo in finale del doppio misto i cechi Kv?ta Peschke e Martin Damm (6-2 6-3).
Martina ha lasciato un segno indelebile nella storia del tennis e della vita e,oggi, a distanza di quasi trent’anni dalla pubblicazione della sua autobiografia, non gioca più a tennis ma ha fatto esattamente ciò che aveva detto. Infatti, è impegnata in varie opere di beneficenza a favore degli animali, dei bambini poveri e dei diritti dei gay.

Fonte- Io Martina- il tennis, la mia vita, i miei segreti scritto da Martina Navratilova e George Vecsey( 1985). Proprietà artistica e letteraria riservate 1988, Il Castello, Collane Tecniche, Milano 20149, v. Carlo Ravizza 16. Versione italiana tradotta da Elena Zagni e Alberto Borghi.

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