Happy birthday, Martina Navratilova!

Happy birthday, Martina Navratilova!

Martina Navratilova: una tennista spettacolare, per certi versi ineguagliabile; ma anche una donna dal cuore fragile e al tempo stesso coraggioso.

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Basta pronunciare il nome Martina Navratilova e subito la mente si produce in una serie infinita di associazioni.

Dici Martina Navratilova e affiorano alla mente vecchie storie dal sapore agrodolce come i racconti di guerra dei bisnonni.

Storie che ti inducono a ritagliarti un po’ di tempo per ascoltarle, magari accanto a un caminetto già acceso, un tè fumante sul tavolino, tu seduto sul divano, il ‘nonno di turno’ in poltrona, mentre ti racconta di quella Martina che la leggenda, prima ancora della madre, narra venne concepita in una baita sui monti cechi di Krknose, che guarda casa custodivano un presagio nel loro stesso nome essendo chiamati ‘i monti dei giganti’.

Una nascita, quella di Martina, che precede di tre anni una scomparsa, quella del padre, morto suicida. Una storia che prosegue con un matrimonio tra la madre Jana e il signor Mirek Navratil, l’uomo che darà il proprio cognome a Martina, il genitore che la accompagnerà per la prima volta su un campo da tennis di un piccolo Circolo alle porte di Praga. Finché ecco, proprio come in tutte le grandi sceneggiature si affaccia la figura del ‘mentore’, qui impersonato da una certa Anna Kozoleska, la custode del Club,  a segnalare quella bambina di sei anni al maestro, George Parma. E via, la storia prosegue con un aneddoto sulla prima racchetta, appartenuta a nonna Agnes, un’ottima giocatrice capace di battere in un’occasione anche Vera Sukova, la prima cecoslovacca che ha disputato una finale a Wimbledon.

La storia potrebbe quindi anticipare che, anche quando Martina era di poco più alta della rete, azzardasse il serve&volley; di come, quando nell’agosto del 1968 i carro armati sovietici entrarono a Praga, Martina stesse disputando un torneo under 12 a Pilzen; del suo primo viaggio in Occidente, in Germania; per arrivare al primo aereo su cui è salita, nel 1973, e che l’ha portata negli Stati Uniti. E qui, agli ottavi di finale del torneo di Akron, ha inizio una delle rivalità più entusiasmanti dello sport, quella con la valorosa e altrettanto grande amica Chris Evert. Dovrà attendere due anni, la cecoslovacca, prima di battere “Chris America”, per poi nuovamente essere sconfitta quasi regolarmente, presentandosi alla finale di Wimbledon del 1978 con uno score di cinque vittorie contro le ventuno della Evert. In quell’occasione però sarà Martina a trionfare, vincendo per l’appunto il suo primo titolo del Grande Slam. ‘Head to head’ che conosceranno la loro fine a Chicago, nel 1988, con Martina in vantaggio per 42 vittorie a 37, su 60 sfide.

Il narratore a questo punto sarebbe costretto a fare un passo indietro. Accennerebbe a come i fast food americani avessero fatto ingrassare di dici chili quella nerboruta ragazzetta; per poi rifiondarsi all’inizio degli anni 80, spiegando come la seconda metamorfosi fisica della Navratilova sia andata a braccetto con la sua vita sentimentale. Al posto della scrittrice Rita Mae Brown, che arrivò a buttarsi da una finestra rimanendo semi-paralizzata, nel box di Martina fa il suo ingresso Nancy Liebermann, un’ex cestista, fissata con la dieta e la palestra che oltre a costringerla a otto ore di allenamento quotidiano le ha presentato il mitologico Dottor Haas. Potrebbe pure esserci spazio per un excursus folcloristico: coach di Martina in quegli anni è Renée Richard, che da stimato tennista e pessimo tennista, ha pensato di cambiare sesso per per trasformarsi in mediocre tennista. In mezzo a tutto questo ‘ambaradan’, Martina si presenta in campo non più nella condizione di esule, bensì di cittadina americana, e soprattutto ingrana una marcia in più. Certo, una serie di insicurezze ataviche così come altrettante laceranti sconfitte, inflittale paradossalmente più da Hana Mandlikova che non dall’amica Chris, scalfiranno la sua marcia, e seppur di rado le provocheranno vere e proprie ferite come quando nel 1984, Helena Sukova, la figlia di Vera, le impedisce di completare il Grande Slam.

Nella sala dove si sta dando voce alla novella si sarà ormai fatto sera. E allora verrà menzionata la longevità sportiva di Martina. Un vigore atletico che le ha permesso di spaziare e mietere successi nell’arco di tre decenni; portando sempre sul rettangolo di gioco lo stesso rispetto tanto che l’avversaria fosse l’antica compagna d’armi Chris Evert quanto le sempre più giovani leve, da Hana Mandlikova a Steffi Graf, da Monica Seles a Jennifer Capriati.

In tanti capitoli poi, emergerebbe come nella nostra protagonista ci sia tanta magnificenza e, non solo tennistica. Dall’impegno civile a sostegno delle minoranze, alle opere di beneficenza a favore dei bambini, dei poveri e degli animali, al contributo che continua a prestare per la diffusione del nobil gioco.

Martina Navratilova: la forza e la classe amalgamate in nome del “tennis spettacolo”.

Al cantastorie il dovere di citare anche i freddi numeri.

Perché sono 167 titoli WTA conquistati, 18 dei quali coincidono in Prove del Grande Slam consistenti in 3 Australian Open, 2 Roland Garros, 9 Wimbledon e 4 US Open. Non solo, in doppio i tornei riposti in bacheca segnano addirittura il numero record di 177: sono 31 gli Slam vinti nella specialità femminile, 10 nel misto.

Perché ecco, alla fina di questa breve storia, sarebbe impossibile negare che il nome di Martina Navratilova è principalmente sinonimo di tennis.

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