Il ritorno di Murray, la Gran Bretagna ci crede ancora

Il ritorno di Murray, la Gran Bretagna ci crede ancora

Andy Murray non sta simpatico, faccia annoiata e fare scorbutico, ma la Gran Bretagna spera in lui. Andiamo a ripercorrere gli ultimi tempi dello scozzese, all’insegna dell’incostanza. E ora, la palla passa a Mauresmo…

Tra tutti i tennisti in attività, il più discusso, criticato e talvolta addirittura umiliato dalla stampa è sicuramente il britannico Andy Murray.
Sono stati tanti nel corso della già abbastanza imponente carriera dello scozzese i motivi che hanno indotto critiche nei suoi confronti, a partire dall’atteggiamento indisponente in campo, passando per l’incostanza che lo contraddistingue, fino ad arrivare al capitolo che più ci interessa: i risultati.

“Murray è un perdente” è stata la frase che ogni qualvolta ci fosse un torneo importante, veniva ripetuta all’esaurimento, quasi come fosse uno di quei tormentoni che ogni estate vanno di moda e che non si può fare a meno di ripetere e canticchiare.

Tuttavia, quella frase, ora, non va più di moda. Non va più di moda perché il malinconico Andy, il “ricciolo con la faccia cattiva” ha smentito uno ad uno i suoi detrattori, a partire dall’agosto di due anni fa, quando, dopo innumerevoli tentativi, ha conquistato il primo Slam della carriera, lo US Open, sconfiggendo in finale Novak Djokovic, sbloccandosi finalmente ad altissimi livelli… E no, non è stato un caso. Infatti Murray, dopo quel successo, ha completamente cambiato mentalità, fino ad arrivare a Wimbledon del 2013, da finalista uscente, sconfitto l’anno precedente da Sua Maestà Roger Federer, per qualcosa che poteva configurarsi come un dramma sportivo per i tifosi britannici.

Murray conquista la finale, ancora una volta. Dall’altra parte della rete non c’è più quello svizzero che l’anno prima ne fece polpette, bensì ancora lui, ancora un’altra volta il serbo, quello che l’anno prima allo US Open, per gli addetti ai lavori, “perse per il vento”. Beh, sappiamo tutti come è finita, gli inglesi hanno potuto finalmente esultare per Wimbledon, tornato in patria dopo decenni di digiuno, grazie a quello scozzese che meno di un anno prima, dopo la delusione in finale, aveva dominato le Olimpiadi, sempre sugli stessi campi, facendo suonare “God save the Queen” anche nel tennis.

Ebbene si, Murray non è più una meteora, un perdente. Ma più che perdente, si perde…
Ad interrompere la cavalcata del britannico è un infortunio, che lo costringe a saltare gli ultimi appuntamenti importanti della stagione e a non ritrovarsi al meglio all’inizio del 2014.

Andy non è in condizione ed arrivano immediate le grandi delusioni, con eliminazioni precoci nei tornei che affronta.
A quel punto, una scelta dolorosa per Murray, inaspettata, con la separazione da Ivan Lendl, colui che gli consentì di vincere Wimbledon.

Arriva la stagione sulla terra ed, incredibilmente, Murray si riprende, pur senza vincere. A Roma convince e a Parigi arriva addirittura in semifinale, prima di essere spazzato via da Nadal.
Escludendo il fatto che il tabellone non fosse qualcosa di impossibile, il britannico ha mostrato numerosi miglioramenti nel suo gioco, sulla superficie peggiore per lui, che fanno ben sperare per la stagione sul veloce.

E qui, ecco la sorpresa. Amelie Mauresmo è il nuovo coach di Andy Murray. Una notizia inattesa, ma allo stesso tempo molto interessante. Una donna che allena un uomo, con l’obiettivo, dichiarato dallo stesso britannico, di conquistare altri titoli dello Slam, a partire proprio da Wimbledon. Quel torneo che Mauresmo ha vinto già un anno fa, seduta in tribuna, con Marion Bartoli. Una mentalità vincente che se inculcata nella testa non sempre collegata di Murray, potrebbe avere un effetto quasi devastante, per un giocatore che ha più volte dimostrato che il talento e le capacità ci sono, ma è la continuità che manca.

Questa è la parte su cui Mauresmo dovrà lavorare, ma siamo sicuri che con la determinazione che l’ha sempre contraddistinta, i risultati si vedranno. Eccome. E forse i britannici non dovranno aspettare altri 77 anni prima di rivedere un loro connazionale trionfare in patria, nella casa del tennis.

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