Pillole di storytelling: Arthur Ashe, più forte del destino

Pillole di storytelling: Arthur Ashe, più forte del destino

Primo tennista di colore a vincere uno Slam, Ashe si è comportato con coraggio in campo così come nella vita e contro la malattia. Di Diego Alverà

Il 10 luglio 1943 nasce a Richmond Arthur Ashe, tennista di professione. Tra tante scadenze anagrafiche, affettive o sportive, due nella vita di Ashe hanno avuto il potere di cambiare il corso della storia.

UNA FINALE SPECIALE – La prima di queste è sabato 5 luglio 1975. A Wimbledon, sul perfetto manto erboso del Centre Court va in scena la finale dei Championship. A contendersi il titolo ci sono due tra i più forti tennisti in circolazione. Il primo è un mito assoluto. Si chiama Jimmy Connors. E’ il numero uno del ranking, all’apice di fama e fortuna. E’ il vincitore dell’edizione precedente e il grande favorito di quella in corso. Gioca un tennis aggressivo e potente ma all’occorrenza anche efficace e creativo. Jimmy ammaestra usualmente passanti assassini che sfiancano l’avversario, spingendolo nervosamente fino a ridosso delle fitte maglie della rete dove è solito esibire qualche velenoso lob o qualche palla corta.

PARABOLA DISCENDENTE – Il secondo è un tennista di colore non più giovanissimo che di anni è ormai prossimo a compierne trenta, nove in più di “Jimbo”.  Ha avuto un’infanzia decisamente travagliata e, per via del colore della sua pelle, per anni non ha nemmeno potuto sfidare i coetanei bianchi. E’ figlio di un giardiniere e di una colf e non fosse stato per la provvidenziale intercessione di un benefattore, il dottor Walter Johnson, il tennis per lui sarebbe rimasto solo un sogno adolescenziale. Quel mirabile giocatore si chiama Arthur Ashe ed ha, sin lì, avuto una splendida carriera che, secondo i giornali, ha però ormai intrapreso fatalmente una parabola discendente. Quel sabato pomeriggio la storia lo attende al varco.

Arthur Ashe a Wimbledon
Arthur Ashe a Wimbledon

UN PRONOSTICO SFAVOREVOLE – Sulla carta il match non pare equilibrato. Connors è il predestinato, il favorito da tutti i pronostici e dai bookmakers, mentre Ashe è il comprimario, la vittima sacrificale, quello destinato a perdere. Nei precedenti incontri con Jimmy, Arthur non ha praticamente visto palla. Ashe viene dato 7 a 1, nonostante nei quarti del torneo abbia strapazzato Björn Borg. Troppo ampio il divario tra i due, osserva la stampa. Non ci sarà storia, prevedono all’unanimità tutti i massimi esperti. Ma il campo, invece, è di diverso avviso. Sin dai primi scambi sembra, infatti, che la racchetta e le gambe di Ashe siano guidate da una fluida e ferrea tranquillità che potrebbe mettere in difficoltà chiunque, fossero pure Laver, Tilden o il grande Borotra.

LA STRATEGIA DI ARTHUR – Rispetto al passato, Arthur, questa volta, ha un piano. Non si lascerà attirare sotto rete, non si farà stringere in trappola. Ashe decide di aspettare l’errore di Connors. Lo chiama, lo provoca, lo stuzzica, colpo su colpo, dritto per dritto. E, infatti, il mitico rovescio a due mani di Jimmy comincia a indugiare e a perdere colpi. I suoi fendenti da fondo campo s’imbrogliano, perdono lucidità e un pungente nervosismo comincia a risalire dalla suola delle scarpe al naso, sino a sfondare rapidamente la soglia di guardia. Arthur rallenta sempre di più il ritmo del gioco, tagliando il campo e il fiato di Jimmy con colpi sempre più liftati. Ashe si aggiudica così i due primi set in maniera netta, dall’alto di una calma ieratica e spietata. Sembra, come scriverà poi John Mc Phee, che quello sia uno scontro epocale tra intelligenza e forza.

DAVIDE CONTRO GOLIA – Poi Connors si scuote dal torpore e si aggiudica il terzo set per sette giochi a cinque. E’ in netta rimonta, sembra lanciato e all’inizio del quarto set strappa anche un break all’avversario portandosi sul tre a zero. Per buona parte del pubblico la finale è saldamente tornata nelle mani del potente rovescio a due mani di “Jimbo”. Come da pronostico. Nessuno adesso punterebbe più un pound sul tennista di colore in palese difficoltà. Ma qui, proprio qui, al cambio campo, mentre Arthur è seduto a tergere il sudore ed a combattere tutti i fantasmi, avviene l’impensabile. Perché, in barba a tutte le attese, Ashe si scuote e libera la mente. Quei pochi minuti durano ore. Quando si alza è un’altra storia. Arthur riavvolge il tempo e scaccia ansia e ombre recuperando una ferrea e magica concentrazione. Quando va alla battuta è quel silenzioso e potente flusso a guidare nuovamente la sua racchetta. Ashe ricomincia così a pungere l’avversario strappandogli sei dei successivi sette giochi. Arthur corona così il suo sogno e vince Wimbledon tra gli applausi di un pubblico che lo aveva adottato sin dal primissimo pomeriggio, sin da quando era entrato sul Centrale. Perché Arthur oggi non è solo un tennista di smisurata classe e bravura. Perché Arthur oggi è Davide che sfida Golia, l’atteso perdente che sconfigge il sicuro campione. Perché quel tennista non più giovane ha più tempra e determinazione di tutti gli altri. Perché, fuor di retorica, lui, Arthur Ashe, nella vita ha davvero faticato il doppio, combattendo con coraggio, sul campo come fuori, l’idiozia e l’ignoranza di un ambiente imbarazzato al cospetto delle gesta di un tennista di colore. Perché Ashe ha saputo sfruttare la popolarità non per diventare un divo dello schermo ma per raccontare le quotidiane vessazioni patite da un numero spropositato di esseri umani, per spiegare le radici di un razzismo strisciante che permea tutta la società, per combattere culturalmente la discriminazione e l’apartheid nel nome dei diritti civili e dei più deboli. Quel sabato, sulla magica erba di Wimbledon, non vincono solo la sua racchetta e la sua intelligenza, ma tutto quello che simbolicamente possono ancora rappresentare.

Arthur Ashe con il trofeo di Wimbledon nel 1975
Arthur Ashe con il trofeo di Wimbledon nel 1975

UN’ALTRA EPICA E TRAGICA BATTAGLIA – Arthur Ashe, però, non è stato solo un’icona, un grande sportivo e un talentuoso tennista. Perché, qualche anno dopo quel trionfo, Arthur ingaggiò un’altra epica battaglia. Lo fece ancora una volta pubblicamente, sotto i riflettori e con grande coraggio. A differenza dei precedenti match, però, Ashe non dovette stringere tra le mani una racchetta per affrontare il suo avversario. Perché, questa volta, Arthur decise di sfidare una temibile malattia di cui nessuno voleva sentir parlare. L’8 aprile 1992 Ashe annunciò, infatti, in un’affollata conferenza stampa, di aver contratto l’Hiv. Era stato contagiato, qualche anno prima, in seguito a una emotrasfusione effettuata durante un piccolo intervento chirurgico, e aveva deciso di squarciare il velo di ipocrisia per farne una battaglia pubblica. L’Aids stava decimando l’umanità da ormai un decennio ma, sin lì, era rimasto colpevolmente sottotraccia, quasi fosse solo un problema di pochi altri o, addirittura, una sorta di meritato “castigo biblico”. Quella scelta, fatta da un uomo di sport abituato a non mollare mai, sino a che anche l’ultima pallina avesse finito di rimbalzare, fu determinante per influenzare positivamente e mutare la condotta dei media statunitensi in ordine all’estrema gravità della situazione dando anche un decisivo impulso alla ricerca scientifica.

CONTRO PAURA E PREGIUDIZI – Arthur si spense il 6 febbraio 1993. L’infezione ne provocò però solo la morte fisica. La sua memoria e il suo ricordo sono ancora lì a rammentarci i valori profondi dello sport e di questo strano viaggio che chiamiamo vita. E poco male se il compassato torneo di Wimbledon dimentica, anno dopo anno, di commemorare la sua figura e le sue imprese, perché per tutti noi Arthur, il primo tennista di colore a conquistare il Grande Slam, è ancora là che corre elegantemente sul Campo Centrale, tra una volée e un pallonetto, ad affrontare e sconfiggere paura, stupidità e pregiudizi.

Articolo scritto da Diego Alverà e originariamente pubblicato Qui.

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