Pillole di storytelling: Lea Pericoli, la Divina del tennis italiano

Pillole di storytelling: Lea Pericoli, la Divina del tennis italiano

Icona di tennis e di stile, Lea Pericoli è, insieme a Nicola Pietrangeli, il simbolo della storia del tennis azzurro. Talentuosa e piena di coraggio, dopo la sua carriera di sportiva ha saputo reinventarsi come giornalista. Di Diego Alverà.

Il 22 marzo 1935 nasce a Milano Lea Pericoli, di professione tennista e giornalista. Il suo nome ha rappresentato per molti decenni il tennis femminile italiano nella sua cifra stilistica più elevata. Grazie ai successi, ma anche al modo coraggioso con cui scendeva in campo ad affrontare non solo le avversarie, Lea, in quei primi anni Cinquanta, divenne un’autentica icona. Per l’innata grazia e lo stile, ma anche per un tennis generoso fatto di tenacia e ostinazione, caparbio e fisico, combattivo e determinato, atletico e reattivo. Quello che frequentava Lea era un’appassionata sintesi di forza, abilità ed impudenza. Quel suo tennis era un bel regalo. Anticipava tempi e stagioni, suscitava entusiasmi ed offriva prospettive. Per questo Lea incise profondamente sul costume di quegli anni contribuendo ad emancipare la figura della donna in un ambito chiuso ed ancorato a pregiudizi e luoghi comuni.

Lea pericoli in azione a Wimbledon
Lea pericoli in azione a Wimbledon

UNA DIFFICILE CLIENTE – Con la racchetta in pugno, Lea si rivelò una cliente ostica e difficile per tutte le avversarie dell’epoca, anche per le più grandi, per fuoriclasse del calibro di Billie Jean King, Virginia Wade o Ann Haydon-Jones. Lea teneva il campo in maniera diversa dalle colleghe. Il suo stile avrebbe fatto scuola alimentando il sogno di un’incombente modernità ormai prossima all’esplosione. Con il senno di poi, Lea pareva possedere il polso poderoso e preciso di Bjorn Borg, il tocco fatato di Nicola Pietrangeli, la geometrica impertinenza di Ilie Năstase e la fascinosa volée aerea di Adriano Panatta. Il suo era però un mondo ancora ostaggio di regole ed etichette. Quel tennis, infatti, se ne andava in giro vestito rigorosamente di bianco: masticava diplomazia e distacco, impugnava pesanti racchette di legno e scoraggiava ogni timido tentativo di sponsorizzazione. A quei tempi, a tennis si giocava sostanzialmente per vezzo o passione. Per una larga fetta di pubblico, quello sport sembrava essere poco più di un modo elegante per occupare il pomeriggio, una buona occasione per frequentare la bella vita o rincorrere qualche brillante idea. Nei grandi tornei del circuito si andava a giocare pur sempre nel perimetro di un altero e garbato agonismo. Quella signorile e luccicante giostra regalava sogni, relazioni sociali e qualche influente amicizia. Perché lì, tra campi in erba e terra battuta, incrociava ancora tutto il “bel mondo”, quello che contava sul serio, e, se si aveva un pizzico di fortuna e spavalderia, si finiva anche per frequentare feste prestigiose e ricevimenti esclusivi. Di quell’instabile universo, Lea Pericoli divenne rapidamente un’assoluta reginetta non solo per i meriti acquisiti sul campo ma anche per il fascino, la cortesia, l’avvenenza e, soprattutto, il coraggio di alcune scelte, solo apparentemente di costume.

Lea Pericoli e Adriano Panatta negli anni Settanta
Lea Pericoli e Adriano Panatta negli anni Settanta

UNA SFIDA A SCHEMI E CONVENZIONI – Lea fu, infatti, la prima tennista a presentarsi sull’erba sacra di Wimbledon con una “mise” in aperta controtendenza rispetto alla rigida etichetta dell’epoca. La sua sfida infranse ogni tabù destando scandalo e sensazione. Buona parte del merito fu di Ted Tinling che la convinse ad abbandonare la classica gonna al ginocchio, sin lì praticata da tutte le tenniste, in favore di una gonnellina decisamente corta, di culotte e di una frivola sottoveste rosa. La nuova divisa di Lea fu uno schiaffo alle convenzioni morigerate dei courts impartendo un salutare scossone a quell’ambiente ingessato, maschile e retrogrado. Le proteste si levarono da più parti e le pressioni mediatiche si fecero talmente forti da convincere un preoccupatissimo e timoroso padre ad imporle pure di smettere di giocare. Alla fine ci riuscì solo temporaneamente. Quello stop, per fortuna sua e anche nostra, durò poco più di un anno.

Lea Pericoli e Nicola Pietrangeli
Lea Pericoli e Nicola Pietrangeli

GRINTA E CARATTERE – In campo come nella vita, Lea ha sempre dimostrato di possedere grinta e carattere. Tenne ostinatamente testa a quel mondo ipocrita e diventò, suo malgrado, un simbolo di modernità, la testimonial d’eccezione di un nuovo modo di intendere il tennis che, peraltro, accreditò presso il grande pubblico femminile. Quel tennis vincente le guadagnò la bellezza di 27 titoli italiani nonché l’accesso alle fasi finali di tutti i tornei del “Grande Slam”. Terminata una brillante carriera, Lea prese a frequentare, con medesimo impegno e costanza, anche la macchina da scrivere e le redazioni dei più grandi quotidiani milanesi, da “La Notte” a “Il Giornale” di Indro Montanelli. E, con le apprezzate rubriche, una manciata di pubblicazioni e i suoi sempre originali e competenti punti di vista tecnici, si aprirono anche le porte della televisione, di cui diventò una competente ed affidabile presenza. A ottant’anni passati, Lea rimane ancora oggi un imprescindibile riferimento per l’intero movimento. La sua forza, il suo coraggio e quel sottile sense of humour sono la testimonianza di uno spirito indomito e moderno, degno del suo tempo. «Potrei essere una donna infelice, ho avuto tante storie e ora vivo sola. Però ho tanti amici e la mia esistenza è stata ricca perché ne ho apprezzato ogni minuto. E poi gioco a golf. Rincorro sempre una pallina. Nell’altra vita dovevo essere un cane».

Articolo scritto da Diego Alverà e originariamente pubblicato Qui.

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