Gottfried von Cramm: l’uomo che disse no a Hitler

Gottfried von Cramm: l’uomo che disse no a Hitler

Di origini aristocratiche, Gottfried von Cramm incarnava il prototipo della “razza ariana”, di eroe nordico. Eppure si oppose al regime e un vincente non riuscì mai ad esserlo. Riuscì però ad essere molto di più: un uomo coraggioso, libero e dotato di una straordinaria umanità.

di Samantha Casella

Le origini aristocratiche, alto, biondo, gli occhi azzurri, i modi raffinati che lasciavano intendere una sottile aria di superiorità mentre altro non era che sublime educazione. Gottfried von Cramm incarnava il prototipo della razza ariana, ideologia posta alla base del partito nazista, salito al potere esattamente un anno prima che il barone del tennis si imponesse all’ Open di Francia, battendo all’ultimo atto Jack Crawford con il punteggio di 6-4 7-9 3-6 7-5 6-3. Un trionfo, quello di Parigi, rafforzato dal bis conseguito due anni dopo, che lo innalzò a esempio di fierezza nazionale, eroe invincibile, impeccabile portabandiera di un movimento che faceva del delirio di onnipotenza un’arma di propaganda altrettanto potente e convincente come era pronta a dimostrarsi la forza bellica germanica. Eppure Gottfried von Cramm non aveva nulla a che vedere con tutto ciò. Non solo evitò di sostenere il partito nazista durante gli anni dell’ascesa, a mano a mano che il fanatismo aumentava von Cramm si schierò apertamente contro il regime, non risparmiandosi in frecciate sarcastiche nei confronti dei suoi gerarchi. In secondo luogo, Gottfried von Cramm era uno splendido giocatore, un campione, ma irrimediabilmente destinato a ricoprire il ruolo di “secondo”: tre finali consecutive disputate  e perse a Wimbledon, dal 1935 al 1937, un ultimo atto agli US Open andato in fumo nel 1937 e, soprattutto, la debacle durante la semifinale di Coppa Davis, sempre nel 1937, contro gli Stati Uniti. Promesse suggerite, ma non mantenute. Speranze in lui riposte, doveri a lui congiunti, non rispettati. L’errore, il “difetto” di von Cramm, risiedeva nel sentirsi e nel voler essere un uomo libero, nel rifiutarsi di entrare a far parte di un ingranaggio folle, nel non essere un vincente.

Terzogenito del Barone Burchard von Cramm e di Jutta von Steinberg, Gottfried Alexander Maximilian Walter Kurt von Cramm nasce nella tenuta di famiglia di Hildelseim, vicino a  Nettlingen, il 7 luglio del 1909. Diviso sin da bambino tra tennis ed equitazione è con la racchetta che Gottfried dimostra di avere un ottimo feeling. Nel 1932, a soli ventitré anni, entra a far parte della squadra di Coppa Davis e l’anno dopo, in coppia con Hilde Krahwinkel Sperling si impone nella specialità di doppio misto a Wimbledon. Immacolato nello stile, è durante un doppio decisivo di Coppa Davis, contro gli statunitensi Wilmer Allison e John van Ryn, che Gottfried si distingue per un gesto di signorilità che lascia esterrefatti anche i più distinti amanti del nobil gioco. Più ostacolato che affiancato del modesto Kai Lund, von Cramm trascina la Germania a cinque match point e, ad un passo dalla sesta occasione, interrompe il gioco per mettere l’arbitro al corrente del fatto che la palla di Allison, prima di uscire oltre la linea di fondo, lo aveva sfiorato. La Germania finisce con il perdere il match e, raggiunto negli spogliatoi da un dirigente della Federazione, viene rimproverato per quel gesto brillante che aveva finito per «svantaggiare il suo Paese e deludere il suo popolo». La risposta di Gottfried von Cramm viene riportata da M.J Fisher nel suo libro “Terribile splendore”: «Il tennis è uno sport per gentiluomini e io gioco così dalla prima volta in cui ho preso una racchetta in mano. Lei crede che stanotte riuscirei a dormire sapendo di aver toccato la palla senza dire niente? Mai, perché avrei violato i princìpi su cui si basa questo gioco. Non penso di deludere il popolo tedesco. Al contrario, penso di fargli onore».

Questo episodio rappresenta forse la prima crepa che si instaura tra quell’irriducibile aristocratico del tennis e la sua superba nazione. Costretto a misurarsi con due leggende quali Fred Perry e Donald Budge, il campione tedesco riesce a superare l’inglese nella finale del Roland Garros del 1936 per 6-0 2-6 6-0 2-6 6-0, ma per due volte si arrende a Perry all’ultimo step di Wimbledon, così come nel 1937 prima nell’erba londinese poi agli US National Championships viene sopraffatto dallo statunitense. Nel 1937, insieme a Henner Henkel, ottiene una piccola rivincita su Don Budge battendo il primo uomo capace di realizzare il Grande Slam e Gene Mako nella finale dell’US Open di doppio. Si tratta di una replica per i due tedeschi, vittoriosi il mese dopo all’Open di Francia.

Anno cruciale, il 1937. Non solo la Germania nazista sta iniziando a spaventare il mondo intero; sull’erba dell’All England Tennis and Croquet Club si disputa la semifinale di Coppa Davis tra Germania e Stati Uniti. E’ il 20 luglio ed il punteggio è fermo sul 2-2 quando Donald Budge e Gottfried von Cramm stanno per sfidarsi nel duello decisivo. Poco prima di entrare in campo Gottfried viene però invitato a recarsi in segreteria: «C’è una telefonata urgente per voi». Al di là della cornetta c’è Adolf Hitler che lo esorta a vincere. Un futuro, una vita, legata a un incontro: se avesse battuto Budge nessuno avrebbe più osato nuocergli, come ad esempio era accaduto il mese prima quando gli era stato impedito di partecipare al Roland Garros per preparare al meglio l’incontro di Davis sotto alla guida di Bill Tilden, tra l’altro assoldato dalla Federazione. La sfida contro Budge fu epica. Andato in vantaggio di due set e ripreso dallo yankee, nel set cruciale Gottfried si invola sul 4-1. Ma qui, inizia la rimonta di Budge che, al quarto match point finisce con l’imporsi per 8-6 al quinto. Nello stringere la mano a Budge, Vonn Cramm afferma: «È il match più importante della mia vita e sono felice di averlo perso da un uomo che stimo come te».

Incapaci di accattivarsi l’uomo von Cramm, delusi da quell’eterno secondo, il partito attende il momento giusto per abbattersi su quell’eroe mancato, lacerato da quel clima che avverte di giorno in giorno sempre più ostile. Il 5 marzo del 1938, di ritorno dall’Australia dopo essere stato calpestato in semifinale da John Bromwich, il Barone viene accusato di omosessualità. Le prove sono inconfutabili: prima di sposarsi con Lisa Doboneck, Gottfried avrebbe avuto una relazione dal 1931 al 1934 con Manasse Herbst, un giovane attore ebreo galiziano, apparso nel film muto Der Sohn des Hannibal. Non solo; secondo l’accusa il tennista tedesco aveva agevolato la fuga di Herbst in Palestina per quindi inviargli del denaro. Processato e imprigionatodi Gottfried si ricorda Donald Budge, che mentre galoppa verso il Grande Slam, rifiuta di esibirsi in Germania ed invia una lettera di protesta sottoscritta da venticinque atleti americani di fama mondiale. Le pressioni del fratello, l’ufficiale Wilhelm Freiherr von Cramm-Ernst e del fedele amico John Oliff, oltre ad una cinica difesa adottata dall’avvocato, che fece passare Manasse Herbst come un “ricattatore e parassita ebreo”, sono determinanti per evitare a von Cramm una prigionia lunga e frustrante. Liberato nel maggio del 1939, Gottfried si presenta al Queen’s, dove prevale su Bobby Riggs 6-1 6-0. L’accusa di omosessualità è però troppo ingombrante per essere ammesso a Wimbledon; ironia della sorte vuole che quell’anno ad alzare le braccia al cielo nello Slam londinese sarà proprio Riggs.

Venne quindi la guerra e i nazisti non ci pensarono due volte a mandarlo al fronte come membro della divisione di Goering. Gottfried sopravvive anche a questo e, tornato al tennis, nel 1949 vince gli Assoluti tedeschi e continua a difendere i colori del suo Paese fino al 1953. Sposatosi nel novembre del 1955 con l’ereditiera Barbara Hutton, l’unione dura quattro anni. L’amore per il tennis, invece, non finisce mai e, mentre gestisce le proprietà terriere ereditate dal padre nella Bassa Sassonia, a Wispensten, funge da amministratore della Federazione tedesca. Negli anni ’70 avvia con entusiasmo un’impresa di importazione del cotone ed è proprio durante un viaggio d’affari in Egitto, che l’8 novembre del 1976 muore in un incidente stradale nei pressi del Cairo. Tragico epilogo di un uomo perennemente in bilico tra l’apoteosi e l’oblio.

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