Una Francesca Schiavone senza limiti

Una Francesca Schiavone senza limiti

Francesca non demorde: si aggiudica l’ottavo titolo a Bogotà e la sua 600esima vittoria in carriera: battuta in finale la spagnola Arruabarrena 6-4, 7-5. Ora Parigi è una certezza.

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Qual è l’ultima sigaretta, quando vuoi smettere di fumare? Quella il cui fumo aspiri con la consapevolezza che non ce ne sarà un’altra e dunque vuoi immagazzinarne il sapore, sentirne per l’estrema volta il calore che ti scalda la gola e scende nei polmoni dove i filtri ne smorzeranno l’effetto?

Sai che non puoi continuare a farti del male ma non sei ancora pronta per dire addio. Intanto scendi nei bassifondi di quella città che un tempo, e per un certo tempo, ha dato gloria anche a te e ne scopri angoli che avevi dimenticato. Cammini, sguardo basso da periferia, strade pericolose, sature di personaggi che ai bordi vivono abitualmente e hanno nello spirito di sopravvivenza la loro dote migliore; oppure sono giovani con la testa e i muscoli pieni di ambizioni, con la voglia di emergere dal sottobosco per prendersi un posto al sole.

Qual è l’ultima sigaretta, Francesca? Questo ci siamo domandati per tutto il tempo della tua angosciante discesa all’inferno, tu che invece il paradiso avevi toccato (e ci avevi fatto toccare) con ben più di un dito in un pomeriggio indimenticabile del 2010, prima donna italiana a sbarcare su una delle quattro lune del tennis, pioniera di una lunga stagione che avrebbe fatto trovare in certe tue connazionali il giusto spirito di emulazione.

Roland Garros 2010: Francesca Schiavone dopo la sua più grande vittoria
Roland Garros 2010: Francesca Schiavone dopo la sua più grande vittoria

Una domanda alla quale non trovavamo risposta e solo ora sappiamo perché. Perché risposta ancora non c’era. Perché la volontà, lo spirito (e non scomoderò il felino a cui, tuo malgrado, vieni identificata) e la fiducia incrollabile in te stessa hanno sempre agito da pietra refrattaria nei confronti delle fiamme di delusione che ad ogni brutta sconfitta cercavano di lambirti (e lambirci) l’anima.

Perché risposta ancora non c’è, dopo l’exploit di Bogotà giunto al termine di un quanto mai testardo giro del mondo in cui le fin troppe amarezze hanno superato di gran lunga le rare, rarissime soddisfazioni. Un 2017 iniziato in Australia, a Brisbane, alla ricerca della qualificazione nel main-draw vanificata dalla secca sconfitta con la Krunic, e passata per Hobart, Melbourne, Taipei, Cesena, il Messico (Acapulco), la California (Indian Wells), la Florida (Miami), di nuovo il Messico (Monterrey) e ora la Colombia.

Le stazioni della Via Crucis di Francesca Schiavone hanno richiesto ciascuna un tributo di dolore e amarezza e la prospettiva finale del Golgota, sul quale riposare per l’eternità, sembrava in fondo la degna conclusione di una carriera eccellente a cui solo la storia avrebbe dato l’assoluzione che meritava. Ma ancora una volta (era già successo 14 mesi fa, quando dal nulla la milanese aveva conquistato il titolo a Rio de Janeiro, settimo nel circuito WTA e primo dopo un lungo digiuno durato quasi tre stagioni) l’ultima delle mohicane, depositaria di un tennis non in via di estinzione in quanto ahimè già estinto, si è ribellata al suo destino.

Spezzata da sconfitte durissime come quella contro la Fett in Tasmania o contro la Jakupovic a Taiwan (solo per citarne un paio) ma mai fiaccata nella determinazione, Francesca, che, giova ricordarlo ai più smemorati o disattenti, è stata n°4 del mondo a fine gennaio 2011 (dopo aver vinto la più lunga partita di tennis femminile in un major, nella Hisense Arena di Melbourne contro Svetlana Kuznetsova – e chi vi scrive era là, quel giorno – ben 4 ore e 44 minuti di emozioni) e campionessa del Roland Garros l’anno prima, ebbene Francesca a quasi 37 anni ha trovato a Bogotà quello che cercava: la conferma che il sacrificio non è stato invano e il lavoro paga. Paga sempre.

Entrata nel main-draw sudamericano grazie a quella wild-card che gli verrà negata a Roma, Francesca non ha avuto sconti dal sorteggio di Bogotà e per approdare alla finale ha dovuto battere tutte le teste di serie che si trovavano nella metà alta del tabellone. La sua prima vittima è stata Patricia Maria Tig, una ragazzona rumena dai colpi violenti e reduce da ottime settimane tra Indian Wells e Miami, in cui aveva ottenuto due eccellenti qualificazioni. Sotto 0-4 nel secondo set dopo aver vinto il primo 6-3, l’italiana ha infilato sei giochi consecutivi e guadagnato la possibilità di vendicarsi, al turno seguente, della slovena Jakupovic, che ha rimediato appena tre giochi (6-1, 6-2).

La chiave di volta del torneo di Francesca è arrivata ai quarti, nella sfida alla prima scelta del seeded-players colombiano. Nonostante le azioni in ribasso fatte registrare negli ultimi tempi, l’olandese Kiki Bertens è pur sempre la n°20 del mondo e sulla terra si trova a meraviglia, come dimostrano gli eccellenti risultati del 2016 (vittoria a Norimberga, semifinale al Roland Garros, finale a Gstaad). Anche in questo caso un parziale di sei giochi ha garantito alla Schiavone una partenza fulminante (da 0-1 con il break subìto in apertura al 6-1) e nemmeno un fastidio al collo con tanto di intervento del fisioterapista le ha impedito di tenere sotto controllo l’avversaria nella seconda frazione, terminata 6-4.

In semifinale, quello che poteva essere il derby della vecchia guardia azzurra con Sara Errani è sfumato a causa della sconfitta rimediata dalla romagnola contro la svedese Johanna Larsson, testa di serie n°3. A questo punto del torneo, Francesca non può aver ignorato l’opportunità assai ghiotta di assicurarsi l’accesso al main-draw del prossimo Roland Garros; per averne la certezza, però, la Schiavone doveva aggiudicarsi il trofeo del Claro Open Colsanitas e quindi è lecito ipotizzare che sia scesa in campo con maggiore tensione. Tuttavia, vinto il primo parziale con l’unico break sul 5-5, Francesca ha mantenuto nervi saldi e lucidità anche quando si è trattato di rincorrere nel secondo e da 2-4, con l’ormai solita serie micidiale ha ribaltato l’inerzia della sfida staccando il biglietto per la finale (7-5, 6-4).

Francesca Schiavone
Francesca Schiavone

Nell’atto conclusivo, anziché la ceca Katerina Siniakova (testa di serie n°2 eliminata al secondo turno dalla Sorribes Tormo), Francesca ha trovato la sua immediata sostituta, ovvero Lara Arruabarrena, quarta scelta del draw. L’iberica era approdata nei pressi del traguardo al termine di un cammino faticoso che l’ha vista appropriarsi di tre incontri al terzo set. Nata sulla terra rossa, la 25enne di San Sebastian ha ottenuto ottimi risultati anche sul duro (ottavi a Miami e vittoria a Seoul 2016) e a Bogotà è stata campionessa nel 2012.

In questa occasione la Schiavone alterna momenti di grande tennis a pause pericolose ma, nei momenti che contano, fa valere classe e capacità di lettura dell’incontro. Avanti di un break fin dall’avvio, l’italiana si porta 5-2 dopo aver annullato diversi tentativi di contro-break della spagnola ma rischia di vanificare tutto perdendo la battuta nel nono gioco (5-4) prima di rimettere le cose a posto in quello seguente. Nel secondo parziale Lara sembra inavvicinabile nei turni di servizio e tiene a distanza Francesca fino al nono gioco quando, dopo aver vanificato tre set-point, si vede raggiunta dall’azzurra che riequilibra la situazione dei servizi dopo aver annullato una quarta palla-set. Nel rush finale l’esperienza della Schiavone ha la meglio e il 7-5 al primo match-point consegna nelle sue mani l’ottavo titolo in carriera, la 600esima vittoria e un biglietto di prima classe per Parigi.

C’è tempo per un’ultima sigaretta.

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